Persone, mai oggetti: perché la vera libertà delle donne passa dalla fine degli stereotipi
Dalle veline al catcalling fino al possesso: la de-personalizzazione della donna è il terreno fertile in cui affonda le radici la cultura del controllo. Il commento di Don’t Call me Signorina

Chi di noi non ha mai provato quella sensazione, anche solo per un secondo? Quell'attimo in cui ti rendi conto che chi hai di fronte non sta ascoltando le tue parole, ma sta solo soppesando la tua immagine.
Provate a fare questo esperimento: camminate per strada, accendete la TV o aprite un social e provate a contare quante volte il corpo di una donna viene mostrato non per quello che fa, dice o pensa, ma solo come puro ornamento, un oggetto da guardare.
Scegliere di mettere in gioco la propria sensualità è un atto di libertà, così come il naturale desiderio di piacere ed essere piaciuti.
Ma cosa succede quando quella libertà ci viene tolta di mano e la nostra persona viene ridotta a semplice materiale da giudicare, consumare o approvare?
Succede che non stiamo più parlando di sguardi o complimenti ma di un meccanismo culturale ben preciso, e che l'espressione della propria sensualità smette di essere una libera scelta e diventa una gabbia invisibile.
È qualcosa che impariamo fin da piccoli, spesso senza accorgercene. Alle bambine si insegna presto che la bellezza è una moneta di scambio: lo si vede ad esempio nei complimenti centrati sempre sull'aspetto ("come sei bella oggi", "sei proprio carina"), nei giochi che dedicati alla cura dell'immagine o nei modelli che premiano la bambina composta e ubbidiente. Ai ragazzi, al contrario, si insegna a guardare le donne come prede o conquiste: nei discorsi da spogliatoio, nei media e nei modelli culturali, la donna diventa un trofeo da esibire o un obiettivo da raggiungere.
Se da un lato, quindi, questa cultura intrinsecamente oggettivante insegna alle donne a misurare il proprio valore solo in base al proprio corpo, determinando in loro inevitabili ripercussioni psico-fisiche quali ansia e insicurezza, dall’altro influenza anche il modo in cui le donne vengono percepite e trattate.
Le donne vengono de-personalizzate: le loro competenze, la loro voce e la loro storia ridotte a semplice presenza estetica.
Oggi ci definiscono libere, padrone di noi stesse ed emancipate, eppure basta accendere la TV o indugiare in un cartellone pubblicitario per capire quanto siamo ancora relegate a vecchi clichè.
Pubblicità e media continuano a propinarci ruoli passivi e iper-sessualizzati, dove al centro di tutto c’è sempre l’aspetto fisico.
Siamo passate dal mito mai tramontato della "velina", notoriamente muta, sorridente e decorativa, all'uso del corpo femminile per vendere letteralmente qualsiasi cosa, fino ai format televisivi dove le donne sono relegate al ruolo di spalla di bella presenza.
L'importante è che ci sia una donna a fare da sfondo o da esca riducendo la nostra presenza, ancora una volta, a puro stimolo visivo.
Tutto questo ha un prezzo che va ben oltre il fastidio per uno spot di cattivo gusto.
Perché quando un corpo viene continuamente raccontato come una cosa da guardare finisce per essere trattato come una cosa da possedere.
La psicologia lo conferma: per prevaricare qualcuno bisogna prima spogliarlo della sua umanità. In questo senso, l'oggettivazione è il terreno fertile della violenza di genere. C'è un filo rosso che unisce le battute sessiste, il catcalling e le molestie quotidiane fino alle aggressioni, allo stupro e alla pretesa di controllo assoluto sulla vita di una donna.
Veniamo oggettivate quando diventiamo uno strumento per scopi altrui, un oggetto semplicemente da guardare, desiderare o toccare, privo di confini e quindi violabile.
I retaggi culturali, forti e radicati, contribuiscono quotidianamente a giustificare e normalizzare queste disparità, trasformandole in discriminazioni concrete in ambito sociale, lavorativo e politico. Riflettiamo ancora troppo poco su quanto gli stereotipi, il sessismo e l'oggettivazione costituiscano il terreno fertile in cui la violenza maschile affonda le proprie radici.
Per questo non basta più la sola tutela dalla violenza fisica: la vera sfida è decostruire la cultura dell'oggettivazione, perchè le figure femminili all’interno della società possano riprendersi il diritto di essere persone e mai cose.
Scardinare questa cultura è l'unica via per garantire a ogni donna il diritto di decidere di sé e del proprio corpo. È proprio lì che si gioca la vera partita per la nostra libertà.
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