Resistere ai divari di genere nel mondo accademico, Ilaria Capua: «Non sprechiamo talento»

Le studentesse si laureano stabilmente con voti più alti. Nel passaggio alle cattedre accademiche il distacco con i colleghi uomini si amplia. La virologa ci ha dedicato un libro dal titolo “Non mollate. Un manuale di resistenza per l’affermazione del talento femminile”

Sofia Pegoraro
Ilaria Capua
Ilaria Capua

Dalle università italiane escono più dottoresse che dottori. La differenza, ormai stabile da anni, è anche qualitativa: le studentesse si laureano con voti più alti.

Quando si tratta di passare dai banchi dell’ateneo alle cattedre accademiche, il divario di genere tende ad ampliarsi. Nel 2024, solo il 29 per cento dei docenti ordinari era donna: «È un tubo che perde».

L’espressione (tradotta dall’inglese leaky pipeline) la sceglie Ilaria Capua, virologa romana classe 1966. La sua carriera l’ha portata anche in Veneto, come direttrice del Dipartimento di Scienze Biomediche Comparate dell'Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie di Legnaro.

Alla dispersione femminile in campo scientifico e della ricerca ha dedicato un libro, uscito per Rizzoli, ad aprile. Il titolo è “Non mollate. Manuale di resistenza per l'affermazione del talento femminile”, un impegno morale per chi si trova a lottare contro cambiamenti culturali che richiedono tempo.

La copertina del libro edito Rizzoli
La copertina del libro edito Rizzoli

«Compiuti 60 anni ho sentito il desiderio di restituire qualcosa. Vedo le giovani smarrite, anche se qualche passo è stato fatto, soprattutto grazie alle politiche europee. Se però a un contesto che cambia troppo lentamente aggiungiamo il fatto che le ragazze mollano non andiamo avanti. Dobbiamo tenere i denti stretti e non mollare».

Ad ogni promozione, dopo ogni scatto in avanti si perdono pezzi. Il tubo, appunto, perde.

Lasciamo indietro soprattutto talento. «Il nostro paese non se lo può permettere questo spreco», sottolinea Capua.

Il tubo poi, guardando solo alle materie scientifiche, è proprio spaccato in due. «Nel libro un passaggio è dedicato a come viene percepita una ragazzina nelle scuole, già alle elementari. Si crede che non siano brave in scienze, matematica, in fisica. Questo è radicato nella nostra cultura».

Se le competenze acquisite dalle donne in campo di ricerca sono risorse utili, un intervento deve arrivare dal sistema, anche perché le «disparità di genere sono in particolare nelle posizioni apicali». Per Capua però, la risposta arriva prima di tutto dalla singola persona, da valori utili e allenabili come ginnastica.

Per questo la virologa ha coniato un nuovo termine: resistosfera. «Si tratta di un insieme di virtù che ognuno di noi ha, più o meno sviluppate. Il coraggio, la determinazione, la tolleranza. Il mondo della ricerca non ha percorsi tracciati con certezza».

Esserne privi è un elemento di svantaggio, fa partire qualche gradino più sotto ragazze e ragazzi: «La resistosfera è utile a prescindere dal genere. Le studentesse vengono marginalizzate tanto quanto i ragazzi se non hanno queste qualità, non rientrano nel cliché maschile, nelle caratteristiche che ci si aspetterebbe abbia un uomo».

La resistosfera è uno strumento per agire direttamente dal fronte femminile, «perché non abbiamo il controllo su quello che fanno gli uomini», sottolinea Capua.

Lei stessa stava per tradire il titolo del suo libro: «La voglia di mollare l’ho sentita tantissime volte, ma non l’ho fatto. Alla fine non ho mollato. La cosa fondamentale è non rendersi complici di uno spreco di talento».

Speriamo questo messaggio arrivi anche alle ragazze che stanno compilando ora la richiesta di iscrizione all’università. Qualsiasi sia la facoltà scelta. E nel frattempo, magari tutti avranno riconosciuto il valore di un ambiente accademico costruito alla pari.

Riproduzione riservata © il Nord Est