Gaya Spolverato guida la Società di chirurgia oncologica: «Alle giovani dico che non devono precludersi nulla»
La direttrice dell’unità operativa complessa di Chirurgia generale 3 dell’Azienda Ospedale Università di Padova è stata eletta prima donna al vertice della Sico: «Un risultato che contribuisce a dare valore ad anni di lavoro. Per noi donne le cose cominciano a cambiare, la fatica vera è conciliare tutto»

Eppur si muove. A fatica, controvoglia, fiaccato dai colpi continui e caparbi sferrati da alcune più di altre, il soffitto di cristallo dà qualche segno di cedimento. Grande picconatrice è Gaya Spolverato - la professoressa Spolverato - che con il suo bisturi, da anni, incide quel tetto invisibile.
E così, dopo che qualche anno fa è diventata la primaria più giovane d’Italia, sabato 31 ottobre è stata eletta prima donna alla guida della Sico, la società di chirurgia oncologica italiana. Poco più che quarantenne, la direttrice dell’unità operativa complessa di chirurgia generale 3 dell’Azienda Ospedale Università, nonché delegata della rettrice per le pari opportunità, traccia una via alternativa a quella ancora intitolata al maschile.
Professoressa, un altro primato, che effetto le fa?
«È una grande soddisfazione per una carica che nasce dall’aver lavorato assieme ad altre Società, come quella di radiologia e oncologia, per la presa in carico multidisciplinare del paziente, per aver sviluppato un programma di formazione in chirurgia oncologica e per aver creato la fellowship in chirurgia oncologica come l’ho appresa negli Stati Uniti e che qui in Italia non esisteva. Sono quindi molto felice per un risultato che contribuisce a dare valore ad anni di lavoro».
La domanda a questo punto sorge spontanea: lei è quella che si definisce one of a kind, unica nel suo genere, o il soffitto di cristallo comincia finalmente a scricchiolare?
«Le cose si stanno muovendo, assolutamente. Io sono arrivata un po’ prima delle altre, quando i numeri erano più ridotti. Tuttavia, adesso le donne sono molto più numerose sia in produzione che nelle posizioni apicali. Si iniziano a notare dei cambiamenti: ci sono più specializzande. Anche nel programma di fellowship l’anno scorso c’erano due donne e alla fine di quest’anno saranno tre».
Quindi lei è stata la testa d’ariete?
«Credo sia questione di tempo e di opportunità. Senza dubbio io sono partita in un tempo in cui non eravamo così numerose. Ma il vero problema, più che arrivare, è riuscire ad andare avanti, a conciliare le cose. Quello che non è da tutti, è mantenere l’equilibrio. È uno sforzo continuo di rimodellamento in cui non sempre è facile gestire tutto: la sala operatoria, la ricerca ed essere a casa a cena con la famiglia. Ci si trova a muoversi su un equilibrio instabile, costantemente in movimento».

Malgrado queste difficoltà lei però ha aggiunto carne al fuoco, arrivando alla guida della Sico.
«Sono sacrifici che si fanno sapendo che hanno una durata limitata, tre anni in questo caso. E sono incarichi che non si assumono per orgoglio personale: il 90% di quello che facciamo in questi casi è per i pazienti, per la Scuola, perché teniamo al progresso della società scientifica. E quindi per il bene di tutti».
Si sente mai in colpa per qualcosa?
«No, non direi in colpa. Semmai provo dei momenti di grande dispiacere, quando mi accorgo che i miei figli (un maschio e una femmina ndr) vanno avanti anche senza di me».
Qual è il consiglio che dà alle giovani chirurghe, crede davvero una donna a certi livelli possa permettersi il lusso di non rinunciare a nulla?
«Dico loro che non devono precludersi mai nulla a priori. Che per la chirurgia non devono rinunciare ad avere un compagno, una famiglia o ad andare in palestra, se è quello che desiderano. Ma che incontreranno difficoltà nella ricerca di un bilanciamento costante. Un esempio: sappiamo che da settembre a novembre ci sono i congressi, per cui si è sempre via. Bisogna trovare il modo per compensare tra dicembre e febbraio con il resto».
Come presidente eletto quali saranno i suoi obiettivi?
«Entrerò in carica nel 2029 e nei tre anni successivi, oltre a valutare il lavoro della Società, l’obiettivo è di creare un vero centro di formazione in chirurgia oncologica, fare rete con le altre Società e le associazioni di pazienti e da ponte con le realtà estere, a partire dagli Stati Uniti dove mi sono in parte formata e da cui dovremmo imparare a standardizzare i processi».
Perché è importante che una società chirurgica faccia rete anche con le associazioni dei pazienti?
«I pazienti sono il senso, l’unico motivo per cui facciamo tutta questa fatica. Non c’è incarico di prestigio o tecnologia all’avanguardia che tenga, dai robot all’intelligenza artificiale: la grande fatica di questo mestiere è ripagata solo dalla gratificazione di essere d’aiuto ai malati».
A proposito dei pazienti, com’è cambiato il racconto della malattia oncologica?
«Si è iniziato a parlare di prevenzione, primaria come stili di vita, e secondaria con gli screening. Ma molto si deve ai pazienti guariti e al loro coinvolgimento in numerosi progetti, a partire da quelli di valorizzazione della qualità della vita. La popolazione civile ha aiutato tantissimo a superare uno stigma che era molto forte. C’è un valore emotivo enorme nella condivisione, nel potersi rapportare con qualcuno che ci è passato. Ecco perché di fronte ai timori, leciti, dei pazienti che devono affrontare una visita o un intervento, consigliamo di parlare con altri pazienti, di confrontarsi con chi ci è già passato».
Eppure, a fronte di un pudore generalizzato, soprattutto con l’avvento dei social c’è chi sente il bisogno di condividere tutto il suo percorso. Come se lo spiega?
«Possiamo usare mille e una maschera, ma alla fine la condivisione della sofferenza è una necessità, poiché dà forza. I propri feedback possono condizionare altre persone. Lo abbiamo visto in maniera positiva con i personaggi dello spettacolo. Su questo fronte è fondamentale continuare a lavorare per togliere sempre più lo stigma alla malattia. È un mondo complesso, basti pensare che si sono persone che non fanno gli screening per paura dei risultati. Tramite la catena dei supermercati Pam Panorama nelle prossime settimane partirà una campagna di sensibilizzazione che nella prima edizione ha avuto un grandissimo successo. Malgrado lo stigma che c’è nel parlare dei tumori, le persone sono generosissime quando si tratta di donare, rispondono immediatamente. E queste campagne sono molto importanti anche perché, se una persona non vuole parlarne, comunque di fronte a queste iniziative riceve come un input a controllarsi. È una sorta di richiamo alla prevenzione».
Un tempo la diagnosi di tumore era una sentenza di morte, ora i numeri dimostrano che con la maggior parte delle patologie oncologiche, se curate, si convive. C’è questa consapevolezza?
«Diciamo che su questo fronte è fondamentale continuare a fare una comunicazione positiva dando voce a chi ce l’ha fatta, appunto, e fare una formazione costante per contrastare le patologie».
Che ruolo ha la tecnologia su quest’ultimo fronte?
«È necessario farne un utilizzo consapevole. C’è stato un aumento netto e spropositato dell’uso rispetto a una carenza di fondi e finanziamenti, per cui è fondamentale lavorare sia a livello regionale che ministeriale per garantire una programmazione adeguata. Certamente la robotica sarà il futuro ma bisogna essere consapevoli e selezionare i pazienti che possono veramente trarre un beneficio dall’intervento con il robot. Bisogna assolutamente evitare il turismo sanitario legato alla tecnologia: è il chirurgo a dover decidere».
Quali sono le sfide all’orizzonte?
«Credo che la vera rivoluzione sarà la commistione tra l’utilizzo delle tecnologie e la medicina personalizzata. Il questo senso la sfida è formare chirurghi che conoscano sempre meglio gli aspetti biologici della malattia e che non si limitino a eseguire un intervento tecnicamente perfetto. E quindi bisogna lavorare sui trial clinici».
Quali sono i suoi obiettivi?
«Portare la chirurgia oncologica a un nuovo livello sul palcoscenico internazionale e aumentare il valore della Scuola di oncologia italiana, anche attraverso le collaborazioni. E farlo riuscendo a mantenere un equilibrio tra questi incarichi e la mia vita personale, dedicarmi alla sala operatoria, al mio gruppo e riuscire a gestire il carico mentale che tutto questo comporta».
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