Elisabetta Maschio: «La musica regala un’emozione infinita. No all’effetto museo»

La direttrice d’orchestra trevigiana: «Si continua a rieseguire la musica del passato. Invece dobbiamo avere il coraggio di aprirci al nuovo, come ai tempi di Beethoven». Il caso Venezi? «Un ginepraio». Direttore o direttrice? «Non si semplifichi»

Sabrina Tomè
Elisabetta Maschio nel ritratto di Massimo Jatosti
Elisabetta Maschio nel ritratto di Massimo Jatosti

Elisabetta Maschio, direttrice o direttore d’orchestra?

«Come si preferisce: le definizioni, la lingua e i ruoli sono figli dei tempi e delle trasformazioni sociali. Se ci sono incertezze nelle definizioni, allora significa che ci sono anche nel ruolo».

Ma lei come si definisce?

«La parola direttrice significa anche “linea guida”: questo mi piace e mi fa sorridere. Come tutte le situazioni di complessità, succede spesso che invece di entrarci e scegliere risposte complesse, si preferisce l’aut aut, il questo o quello. Ma così si semplifica tutto e si finisce per cadere nelle partigianerie. Invece la complessità è qualcosa su cui bisogna stare, anche se essa è difficile».

Che percorso è stato il suo, in salita o in piano?

«Casual direi. È vero che fin da piccola avevo in mente questa professione. Ma sono nata e vissuta in provincia, non in una città dove ci sono spinte propulsive forti e decise. Nella tenera provincia veneta i sogni non erano proibiti, ma la loro realizzazione sembrava molto lontana. Ho sognato di dirigere, pensai “figurati se..”. Ma essendoci una certa volitività, ha funzionato. Ho iniziato il Conservatorio a Castelfranco, sono andata a Milano, poi ho intrapreso il percorso di maestro-sostituto prima a Parigi e poi al Festival di Macerata. Lì ho fatto la gavetta e lì ho conosciuto un maestro speciale, il mio maestro, Gustav Kuhn con cui ho lavorato in diversi teatri. È arrivata quindi la possibilità di fare il salto sul podio, con una sostituzione nell’Orchestra di Stato di Budapest per una tournée in Messico sul titolo del Barbiere di Siviglia. Successe nel ’91, secolo scorso, poi ci fu un’ altra sostituzione al Festival di Macerata con Butterfly che mi fece conoscere al grande pubblico. Sono finita anche su Topolino (sorride, ndr)».

Su Topolino?

«Sì, c’erano centomila interviste al giorno, da Topolino a Repubblica. Bellissimo».

Interesse dovuto al fatto che era una delle prime donna a dirigere un’orchestra?

«Sì, ero giovane, avevo 27 anni. Era inusuale. Non ero la prima donna a dirigere, naturalmente, ma non ci si ricorda mai nulla. Noi direttrici sembriamo sempre le prime, in realtà come si dice nel Don Giovanni “non siete voi, non foste e non sarete né la prima, né l'ultima”. Sarà un vero primato semmai la prima donna che sarà direttore musicale a vita dei Berliner Philharmoniker, come Karajan».

Ma una donna oggi sul podio è ancora una sfida?

«Se fosse possibile entrare nella testa di un uomo risponderei meglio. Comunque, faccio un esempio banale: se in un cartellone ci sono 10 titoli, la donna sarà una sola. Ci sono meno donne, certo. Ma sicuramente ci sono un po’ più di difficoltà. Non insormontabili, ma esistenti. Poi una se la gioca con il suo carattere, con le sue relazioni. Questo è un lavoro di relazioni, lo è tutto il tutto il mondo artistico. Ma in più il direttore ha bisogno di sapersi relazionare con l’orchestra per creare un buon rapporto. E con i direttori artistici. C’è estremo bisogno di lavoro di squadra in questi tempi».

Ricorda episodi in cui è stata ostacolata nel suo percorso in quanto donna?

«No, almeno non direttamente. Ma magari “dietrescamente” è successo».

Beatrice Venezi alla Fenice, che ne pensa?

«La questione è un ginepraio».

Com’è messo il Veneto in termine di risorse per la musica classica e sinfonica?

«Non è tra le prime regioni per destinazione di risorse alla cultura. Sicuramente noi abbiamo dei teatri di eccellenza come l’Arena di Verona e il Teatro La Fenice. O teatri di tradizione come Treviso e altre realtà importanti come Padova e Vicenza. In Italia però si fa meno rispetto ad altri Paesi e questo perché è poco considerato il welfare culturale e perché la cultura non è pensata come segmento iniziale dell’economia, ma come un traino da portarsi dietro. Per welfare culturale intendo tutto ciò che può generare benessere per la comunità, questo vale per la musica, ma non solo. E poi c’è un altro aspetto: il rischio di chiudersi in una sorta di museo musicale».

Cosa intende?

«Continuiamo a rieseguire la musica classica del passato e poco quella nuova. Invece bisognerebbe andare a vedere il nuovo, capirlo, dare più stimoli alle nuove produzioni, evitare appunto di chiudersi in musei musicali in cui si vede quello che è conservato. Pensiamo al mondo di Vivaldi, Rossini, Beethoven: le musiche più ascoltate all’epoca erano quelle nuove, che si componevano in quel momento. Chi è che ha il coraggio oggi di mettere in cartellone tante opere nuove? E invece serve osare, anche sbagliando, senza paura».

Lei è stata nominata presidente del Sistema delle Orchestre e dei Cori giovanili e in passato ha fondato l'orchestra giovanile La Réjouissance. I giovani sono il filo conduttore. La formazione musicale delle giovani generazioni in Italia è adeguata o elitaria?

«Il Veneto ha sette conservatori, è molto attrezzato. Ma in Italia i conservatori sono luoghi dove puoi trovare insieme docenti con curriculum di eccellenza e quelli con curriculum inadeguati. Siamo casual. E poi c’è la questione della musica insegnata nelle scuole dell’obbligo: siamo fermi agli anni Settanta, quando una commissione studiò gli effetti della musica sull’educazione dei ragazzi e venne decisa l’ora di musica alle Medie».

Una cosa positiva l’ora di musica a scuola.

«Certo, ma quell’isola felice è rimasta lì, alle scuole medie soltanto. Siamo il Paese della musica e dei musicisti per eccellenza; la nostra lingua stessa è fatta per la musica, qui sono nati il melodramma, il canto gregoriano. Eppure siamo anche il Paese dove la musica viene meno insegnata a scuola, non si pensa possa essere materia importante per la formazione dell’individuo. All’interno delle scuole Medie ho conosciuto dei geni assoluti della didattica che hanno costruito per il loro plesso e con le loro risorse, laboratori spettacolari davanti a cui inchinarsi. Il tutto però è frutto dell’iniziativa personale e non di programmi ministeriali».

Come è cambiato il suo lavoro alla luce delle trasformazioni del pubblico?

«I musicisti sono sempre più preparati e i più dotati hanno studiato e avuto esperienze professionali all’estero. Quindi i direttori devono essere all’altezza con idee e con tecniche che consentano all’orchestra di camminare insieme, con un obiettivo estetico interessante. E c’è un altro piano. Negli anni abbiamo chiara la percezione della crescita dell’individualismo: il direttore d’orchestra deve essere in grado di creare armonia attraverso la ricomposizione di individualità spiccate. Deve avere capacità relazionali per riuscire a comporre visioni diverse e per arrivare all’obiettivo finale. E ai giovani spero di riuscire a insegnare ad essere cacciatori di bellezza, ovunque essa sia, senza pregiudizi. Ecco, provo a esercitare anche questo nella mia missione di insegnante e di presidente delle orchestre giovanili».

Cosa le dà ancora emozione quando dirige un’orchestra?

«Perché usa il termine ancora?».

Perché dopo molti anni forse l’emozione passa.

«L’emozione che dà l’incontro con un’opera d’arte non passa mai ma si ricrea ogni volta. Noi direttori abbiamo sempre a che fare con i grandi capolavori e si piange ogni volta che riapriamo quelle pagine perché la bellezza è commovente. L’importante è conoscere il codice per accendere le emozioni. E gli artisti sono votati a questo: ad aiutare le persone a migliorare la propria esistenza grazie all’arte. Perché l’arte migliore la vita». 

***

Chi è

Elisabetta Maschio è una direttrice d’orchestra e pianista italiana nata nel Trevigiano. Si diploma al Conservatorio di Milano con Riccardo Risaliti. Avvia la carriera come maestro sostituto con Laurence Foster e si forma nella direzione d’orchestra con Edoardo Müller e Gustav Kuhn, di cui è assistente dal 1989 al 1992.

Debutta nel ’91 alla Staatsoper di Budapest e ottiene successo con Madama Butterfly a Macerata. Ha diretto repertorio lirico e sinfonico in Europa, America e Asia. Ha diretto importanti orchestre italiane e internazionali, tra cui la Staatsoper di Budapest e la Filarmonica di Seoul.

Argomenti:donne

Riproduzione riservata © il Nord Est