Eleonora Carrer tra basket e vita: «Io, la coach tra gli uomini, così ho detto stop ai pregiudizi»

Un percorso iniziato da bambina per arrivare alla panchina dell’Azzano Decimo in D maschile. Come costante, la battaglia contro gli stereotipi: «Mi guardavano come fossi un’extra-terrestre». La testimonianza è diventata un libro: «È importante dire al mondo che ci siamo anche noi donne»

Filippo Errico Verzè
Eleonora Carrer
Eleonora Carrer

«La passione per la pallacanestro mi ha sempre fatto andare avanti». Il percorso di vita di Eleonora Carrer è fatto di continui saliscendi, come quelli del Pordenonese, terra che l’ha adottata diversi anni fa. Lei, di Caorle, ha trovato in Azzano Decimo la tappa finale del suo viaggio: qui vive con le sue due figlie e il compagno Riccardo, per cui lavora come agente di commercio nella sua azienda, che produce scatole.

Un’esistenza perfettamente ordinaria, la sua, ma solo all’apparenza. Basta sentirla parlare: il suo tono è gentile ma deciso, ci vuole poco a toccare con mano una scorza tanto invisibile quanto durissima. È di quelle che si formano quando fin dall’infanzia si sceglie di avere un centro unico di gravità, il basket, peccato poi che solo per poterci orbitare attorno ci sia da affrontare un’infinita serie di ostacoli.

Carrer è stata prima giocatrice, poi allenatrice-giocatrice, e oggi “solo” allenatrice. Ha girato un po’ ovunque tra le province di Venezia e Pordenone: Concordia, Eraclea, Santa Maria di Sala (con cui si è spinta fino alla B d’Eccellenza, equivalente della terza serie), poi anche Casarsa e Pordenone, dove nel 2020 ha appeso le scarpe al chiodo.

Oggi è coach dell’U17 Gold femminile della Sistema, dopo aver chiuso lo scorso anno il suo lungo capitolo con la prima squadra maschile dell’Azzano Decimo, formazione di Divisione Regionale 1. Questo aveva fatto di lei l’unica donna alla guida di un team di uomini nel Friuli-Venezia Giulia e una delle pochissime in Italia. «Quando avevo fatto il corso per il patentino da allenatrice a Venezia ero l’unica donna», ricorda Carrer. «Già lì sei sotto esame di continuo, tutti ti guardano come se fossi un’extra-terreste: poi, quando capiscono che sei competente, ecco che il loro sguardo cambia».

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La redazione

La sua storia nella prima maschile dell’Azzano (società per cui già da qualche anno allenava le giovanili), è iniziata nel marzo 2018, quasi per caso. «Ero incinta di quattro mesi e avevo dovuto smettere di giocare», racconta Carrer. «Ai tempi allenavo le giovanili, poi però hanno esonerato il coach della prima e chiesero a me di prendere il suo posto». Con un piccolo dettaglio. «Lì ci giocava il mio compagno, sulle prime era un po’ a disagio, ma poi lui e la squadra ci misero poco a compattarsi intorno a me: ci siamo salvati in scioltezza e per poco non arrivammo ai playoff». Quella era stata una parentesi, in realtà. Per vederla capo allenatrice a tutti gli effetti dell’Azzano Decimo bisogna aspettare il 2022. Con i biancoblù, dominò senza appello il girone di Serie D infilando già che c’era 14 vittorie di fila.

Una grande soddisfazione, sì, che fa da contrappeso ai tanti bocconi amari che Carrer ha dovuto mandare giù. «Non potete immaginare quante volte i coach avversari andavano a stringere la mano al mio vice Mario Bianchi», ricorda. «E lui ogni volta “Scusa, ma il coach è lei”, indicandomi: lì di solito il loro sguardo diventava un misto di sufficienza e sdegno». Questa frase ripetuta fin troppe volte dal suo vice è diventata il titolo del suo libro, edito da Ediciclo, che come sottotitolo invece ha “La mia storia di allenatrice nel basket dei maschi”. È un memoir intimo e privato, ma che vuole avere un messaggio universale.

Tutto è scaturito da un episodio. «L’allenatore di una squadra avversaria mi avvicina e mi fa “Una donna non può allenare, sei una miracolata: se hai vinto è solo grazie ai tuoi giocatori”. Subito gli risposi rabbiosa, poi però mi sono messa in un angolo a piangere». Questo le fece scattare qualcosa. «Lì mi dissi basta, dovevo smetterla di fare finta di niente».

Per alzare la voce, la scelta furono i social. Nello specifico la pagina de La Giornata Tipo, da anni la più grande community digitale in Italia dedicata al basket, con quasi un milione di follower sui vari social. «Scrissi loro una lunga lettera per denunciare la mia situazione, non pensavo neanche mi avrebbero calcolata». E invece, in occasione dell’8 marzo, le sue parole uscirono eccome, raggiungendo decine di migliaia di persone. Il suo, improvvisamente, divenne un caso nazionale, attirando l’attenzione di testate come Rai e Repubblica. «Quella notorietà mi creò un sacco di tensione, mi sentivo come se dovessi vincere a tutti i costi». Poco tempo dopo, ai playoff, c’era il derby col Fiume Veneto, praticamente l’Olimpia-Virtus del Pordenonese. «Vincemmo di 35».

Nel raccontare la sua storia, Carrer non si limita solo alla dimensione cestistica, aprendo anche le porte alla sua vita privata. «Ho avuto due relazioni piuttosto tossiche, segnate da manie di controllo e soprusi; poi per fortuna è arrivato Riccardo», rivela. «Mettendo a nudo il mio vissuto, vorrei aiutare tante donne e ragazze che vivono situazioni simili, dandogli magari la forza per uscirne». Carrer parla pure a tutte coloro che come lei cercano di farsi strada nel basket. «Spero serva ad aprire le porte a qualche mia collega, in un momento in cui il basket femminile sta guadagnando popolarità (vedi l’ultimo Mondiale, ndr), è importante dire al mondo che ci siamo anche noi».

Nel dire questo, Carrer ha vivida negli occhi l’immagine della sua cameretta con i poster di Michael Jordan e del suo idolo Magic Johnson, quando con il fratello scopriva il suo amore per il basket. Un sogno nato nel cortile dietro alla pizzeria dei genitori, a giocare fino allo stremo con un canestro di fortuna. E poi i primi tiri al Santa Margherita Caorle. «Eravamo io e una mia amica, Laura, uniche bambine di una squadra di maschi: c’era una regola per cui potevamo stare insieme in campo solo a partire dal terzo quarto», ricorda sorridendo. «Quando entravamo, eravamo devastanti. E i bambini che ci prendevano in giro subito abbassavano la cresta».

 

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