Donne in politica, il sessismo resta una sfida aperta

Insulti, meme, odio online e delegittimazione: quando una donna fa politica, troppo spesso l'attacco non riguarda le sue idee ma il suo genere. Dai casi di Giorgia Meloni e Fiorella Zabatta fino alle amministratrici di Venezia, cresce la rete di chi sceglie di reagire

Maria Ducoli
Il meme pubblicato da Trump che indigna le donne e non solo
Il meme pubblicato da Trump che indigna le donne e non solo

E’ successo di nuovo. E, forse, non siamo nemmeno così stupite perché gli attacchi sessisti contro le donne impegnate in politica sono all’ordine del giorno. Apri un social e ne trovi uno. Poi apri i commenti e ne trovi altri cento. Attacchi gratuiti, non alle idee ma al corpo, alla sessualità, al genere. Una zavorra che ancora oggi ci rende dei bersagli ogni volta che proviamo a scendere in campo, a batterci in prima persona per il bene comune. Non importa la bandiera, la tessera di partito che teniamo nel portafoglio, la grandezza del Comune, il peso della carica o i voti conquistati. Non importano gli orientamenti, le proposte, le dichiarazioni. L’attacco è tutto rivolto a noi, alla nostra persona. Alla pretesa di prenderci quello spazio pubblico che abbiamo conquistato con decenni di battaglie. Eppure, in tutt’Italia, le donne non abbassano la testa e vanno avanti, attacco dopo attacco.

Da Meloni a Zabatta

Il meme l’abbiamo tutte davanti agli occhi. Giorgia Meloni in adorazione di un Donald Trump inquadrato solo di profilo.

Sopra, una scritta a grandi lettere: “Serve un ordine restrittivo”. L’ultimo episodio di una polemica che si trascina da settimane, alla vigilia del vertice nato ad Ankara, dopo diverse tensioni, botte e risposte e imbarazzi istituzionali.

L’ultimo episodio di sessismo, anche se nel discorso pubblico hanno prevalso le questioni di politica internazionale e i rapporti sempre più difficili tra l’Italia e gli Usa. Solo qualche giorno prima, a finire nel mirino dei leoni da tastiera era stata l’assessora regionale della Campania, Fiorella Zabatta, “colpevole” di aver criticato il Ddl caccia. L’invito ad andare a lavare i piatti è il consiglio più gentile. Quelli che seguono, misogini e sessisti, dovrebbero far vergognare chi li ha postati. Ci siamo stupite? No. La stessa Zabatta ha raccontato all’Ansa di non averci fatto caso, finché i messaggi di solidarietà delle colleghe non hanno iniziato a intasarle il telefono. «Contro i leoni da tastiera non basta indignarsi, bisogna fare rete. Tutti insieme», ha detto.

L’esempio Venezia

Ed è proprio quello che è successo a Venezia, dove le consigliere hanno fatto rete contro gli attacchi sessisti ricevuti sia a destra che a sinistra.

Dopo una campagna elettorale dai toni più che accesi, le consigliere di tutti i partiti (con la sola eccezione di FdI) hanno fatto quadrato per condannare i recenti insulti che hanno coinvolto la candidata bengalese dem Rhitu Miah. L’ultimo caso in ordine temporale, ma non di certo isolato.

Prima di lei erano state colpite anche Giulia Albanese, Paola Mar, Monica Poli e Camilla Seibezzi. Prima anche la candidata Sara Cordella (Terra e acqua) e la consigliera regionale dem Monica Sambo. La proposta della capogruppo del Pd, Giulia Albanese, è quella di attivare una consulta delle donne, per creare uno spazio di confronto per le cittadine veneziane.

La Casa della donne di San Donà: “Un corso ad hoc”

Dall’altra parte della provincia di Venezia, a San Donà, altre donne fanno quadrato contro l’odio online. Il prossimo autunno, infatti, all’interno della Casa delle donne di San Donà partirà un corso legato ai gruppi social che fomentano il sessismo. Il punto di partenza sarà il libro “Internet non è un posto per femmine”, di Silvia Semezin. «Online il linguaggio d’odio viene amplificato», commenta Anna Maria Bardellotto, anima del gruppo, «anche nel nostro piccolo vediamo che spesso se ci esponiamo su temi legati alla politica locale veniamo subito attaccate. Basta un’offesa che poi gli altri si accodano. Un chiaro tentativo di zittire le donne».

Carone: «Donne delegittimate»

«Da Meloni alle consigliere, cambia la scala, la posizione, ma il meccanismo è sempre lo stesso», commenta la docente di Analisi dei media all’Università di Padova, Martina Carone, «il linguaggio sessista è all’ordine del giorno della competizione politica e non serve solo a insultare, ma anche a delegittimare le donne, facendole sentire inadatte e soggette a criteri di giudizio diversi rispetto agli uomini».

Se un politico viene attaccato per le sue idee, nel caso delle donne si sfocia nella vita privata. E il corpo e la sessualità prendono il posto delle convinzioni. Diventano un campo di battaglia, ancora e ancora.

«Diversi studi», prosegue Carone, «hanno dimostrato come, spesso, sono proprio questi attacchi ad allontanare le donne dalla politica, facendole desistere dal candidarsi ma anche dal votare».

Politica sostantivo maschile

E pensare che, solo ottant’anni fa, le donne considerarono quell’appuntamento del 2 giugno 1946 come imprescindibile.

E, contro tutte le aspettative dell’epoca, Tina Anselmi raccontava che «Le italiane parteciparono fin dalle prime elezioni in numero maggiore degli uomini, spazzando via le tante paura di chi temeva che fosse rischioso dare a noi il diritto di voto perché non eravamo sufficientemente emancipate, sufficientemente pronte. Il tempo per le donne è sempre stato un enigma per gli uomini. E tuttora vedo con dispiacere che per noi gli esami non sono ancora finiti».

Tina Anselmi, prima donna a diventare ministra, prima del lavoro e poi della sanità, è morta da dieci anni ma per noi quegli esami continuano tutt’oggi.

A raccontare di una politica tutta al maschile sono i numeri: il 51% della popolazione italiana è composta da donne, ma il Parlamento resta a maggioranza maschile: solo il 33% dei deputati e il 37% dei senatori è donna. Ottant’anni dopo il primo voto, due parlamentari su tre sono ancora uomini.

Il dato più impressionante? Le Regioni: solo due su venti sono guidate da una donna. Anche i Comuni raccontano la stessa storia: solo il 15,4% ha una sindaca, le prime cittadine sono 1.187 su 7.732. Non è solo una questione di numeri, di quote, la rappresentanza non riguarda solo chi siede tra gli scranni o attorno a un tavolo, ma anche ciò che viene discusso a quel tavolo.

A dirlo, era anche Nilde Iotti, prima donna presidente della Camera dei Deputati: «La presenza delle donne in Parlamento ha elevato i problemi delle donne come parte integrante della vita politica italiana. In passato questi problemi venivano tenuti a margine».

La sfida, affinché le nostre questioni non vengano tenute ai bordi, è essere presenti ovunque si decida il futuro del Paese.

 

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