Centri antiviolenza, il nodo delle risorse: «Contando solo sui fondi pubblici avremmo già chiuso»
Le richieste di aiuto da parte di donne vittime di violenza sono in crescita e dal 2023 aumentano del 10%. Dall’altra parte i fondi statali non bastano e senza l’apporto dei privati moltre strutture chiuderebbero. La storia da dentro il Cav di Quinto, in provincia di Treviso: «Il tema del lavoro è centrale, perché l’alta precarizzazione che c’è non permette alle donne di poter trovare un alloggio, dove poter andare a stare in sicurezza»

I punti fermi sono due. Il primo è che le richieste di aiuto da parte di donne vittime di violenza sono in crescita e dal 2023 aumentano del 10% su base annua e il secondo è che la rete che fornisce questo aiuto senza il sostegno dei privati non riuscirebbe ad essere così presente ed efficiente sul territorio.
La violenza contro le donne si combatte non solo il 25 novembre, ma anche (e soprattutto) attraverso le associazioni e i professionisti che ogni giorno diventano una spalla su cui piangere, un abbraccio in cui sciogliersi, un porto sicuro da cui ripartire quando si è pronte. A Treviso i centri antiviolenza (Cav) sono otto: il Centro delle donne libere dalla violenza di Quinto seguito dalla cooperativa La Esse; il Centro antiviolenza del Comune di Vittorio Veneto e quello di Una casa per l’uomo a Montebelluna; il Telefono Rosa e il Cav Nilde di Castelfranco. Ai quali si aggiungono le case rifugio della nostra provincia, le due gestite da Una casa per l’uomo e quella di Treviso seguita dalla cooperativa La Esse.
Per dare un’idea di quanto sia diffuso il fenomeno della violenza di genere: il Centro antiviolenza di Quinto, nato nel 2020, ha gestito in cinque anni oltre 600 richieste di auto e sostenuto 300 donne. L’anno scorso ha aiutato 105 donne di cui 75 arrivate nel 2024. Centri che, secondo l’accordo Stato-Regioni del 2022, avrebbero rischiato di chiudere, ma che grazie ad una proroga regionale continuano a lavorare.
Anzi, sono subissati dalle richieste. Ma il punto, il terzo, è che non è che siano solo aumentati i casi di violenza. Ad incidere sul numero di pratiche è l’emersione di casi che senza il prezioso lavoro delle associazioni non sarebbero mai venuti fuori.
Lo stato dell’arte
«Noi possiamo contare su fondi regionali e statali che ci arrivano sempre tramite la Regione», spiega Laura Sartori responsabile del Cav di Quinto, «ma anche su quelli privati perché altrimenti non arriveremmo a dicembre. Se contassimo solo sui fondi pubblici la nostra attività si sarebbe fermata ad ottobre».
I servizi offerti alle vittime sono di due tipi. C’è quello di consulenza che viene garantito a titolo gratuito a chi si rivolge al Cav. Si tratta di consulenza psicologica, legale e organizzativa offerta per aiutare a risolvere definitivamente passo dopo passo una situazione di violenza e abusi. La seconda modalità di intervento è di tipo emergenziale e viene fornita attraverso le case rifugio. Si tratta di appartamenti o sistemazioni in indirizzi segreti dove le donne in stato di emergenza vengono letteralmente salvate da situazioni altamente pericolose.
«Nella Regione Veneto sono aumentati i numeri di case rifugio e di centri antiviolenza, però anche è aumentato il numero di donne che trovano il coraggio di poter parlare della violenza e che necessitano di aiuto», continua Sartori. «Abbiamo iniziato ormai da 3 anni una campagna fundraising con formule molto varie», aggiunge il presidente della cooperativa Alberto Baccichetto, «questo ci permette fondamentalmente di integrare continuamente quello che facciamo, dare servizi forniti da professionisti formati in grado di sostenere le donne nelle situazioni di difficoltà».
Il fattore precarietà
C’è un altro fattore che va a contribuire a ingrossare le fila delle richieste che arrivano ai Cav quello della condizione economiche e sociali in cui le vittime versano. «Negli ultimi 5 o 6 anni non arrivano da noi solo donne vittime di violenza, ma sono vittime che hanno una situazione di precarietà, di vulnerabilità alta. Per dare qualche esempio, c’è la donna che ha il figlio disabile, la donna che è disoccupata. Il tema del lavoro è centrale, perché l’alta precarizzazione che c’è non permette alle donne di poter trovare autonomamente un alloggio, dove poter andare a stare in sicurezza».
Sartori continua nella descrizione delle persone che si rivolgono ai Cav: «Ci sono anche donne che provengono da ambienti di vulnerabilità, dalla difficoltà psichiatrica e in quei casi è ancora più difficile costruire una rete con i servizi del territorio, è più difficile poterle sostenere perché tutto è aggravato. Resta il fatto che il 70% di chi arriva da noi è italiano, trevigiano».
Secondo gli esperti l’obiettivo è arrivare all’autonomia della donna che si è liberata dalla violenza. «Quando c’è una condizione di precarietà il rischio è che, finito il periodo dell’emergenza, la vittima torni a casa dal suo stesso carnefice perché è senza soldi e non ha un posto dove andare così non si spezza la catena dei soprusi».
La sensibilizzazione
C’è un altro lavoro che fanno le associazioni e forse è quello più importante. È quello di diffondere il concetto di consenso, parlare con i giovani, incontrare le lavoratrici in fabbrica, dialogare con le famiglie. Con la sensibilizzazione è possibile intercettare le violenze prima che diventino irreversibili.
«Siamo spesso in giro per diffondere la cultura del rispetto e offrire una via d’uscita a chi è vittima di violenza che spesso si concretizza all’interno dei contesti familiari. La variabile fondamentale è riuscire ad entrare proprio in quegli ambiti, che sono i più difficili da raggiungere. Ci chiedono come mai sono aumentati i casi di violenza di genere, noi rispondiamo che sta emergendo tutta quella che era sommersa. Se continuiamo a lavorare, possiamo invertire la rotta», conclude Baccicchetto.
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