L’invenzione delle streghe per normalizzare il mondo

Dietro alla sanguinaria caccia alle fattucchiere un mix di paura, superstizione e controllo sociale. Per finire sul rogo alle donne bastavano vite disinibite o povere, considerate prove dei legami con il Maligno. Uno schema che resiste

Filippo Tosatto
Una miniatura del ’400
Una miniatura del ’400

Volano e hanno rapporti sessuali con i demòni, creano burrasche e sortilegi mortali. Nell’Europa dell’età moderna migliaia di donne si scoprono voce e incarnazione del male. Le scintille? Una carestia, una malattia sconosciuta dell’uomo o del bestiame, una tempesta improvvisa: ad alimentare rapidamente il sospetto basta essere vedove o disabili, vivere sole, conoscere le erbe medicinali, esibire una lingua troppo sciolta o una personalità indipendente. Indizi della presenza del diavolo, che agisce e “parla” attraverso la creatura favorita. La stregoneria diventa così un fenomeno che intreccia paura, superstizione, controllo sociale. Non è propriamente un’eresia, né investe il dissenso teologico. Riguarda piuttosto il peccato: il legame privilegiato con il Maligno, i Sabba infernali e le pozioni magiche. Una devianza che nella narrazione dell’Occidente assume connotati profondamente misogini e sessisti.

Una miniatura del ’400
Una miniatura del ’400

A rivisitarla criticamente, et pour cause, è la nuova rivista dell’Osservatore Romano, “Donne Chiesa Mondo”, che affida a Marina Benedetti, docente di Storia del Cristianesimo e delle Chiese alla Statale di Milano, l’esplorazione di un capitolo della storia umana non riducibile a follia e intolleranza ma coerente ad «un grande progetto di marginalizzazione della donna e di repressione della sua libertà, tra subordinazione sociale, silenzi imposti, punizioni esemplari».

E se la caccia alle streghe nel continente dilaga tra 1450 e 1750, a scatenare la persecuzione su ampia scala è un testo in latino, pubblicato nel 1487 in terra tedesca da due frati domenicani, Heinrich Kramer e Jacob Sprenger: ha per titolo “Malleus Maleficarum”, Il Martello delle Malefiche, dove la declinazione femminile piega persino l’autorità biblica (che nella vulgata alludeva invece ai maleficos, fattucchieri) perché, si legge, la donna null’altro è che un mas occasionatus, un maschio mancato, predisposta, a causa della debolezza e dell’intelletto inferiore, a cedere alle tentazioni.

Un manuale destinato a larga fortuna (34 edizioni per oltre 35 mila copie), né adottato né sconfessato dalla Chiesa: in presenza di pettegolezzi e dicerie pubbliche, suggerisce al braccio secolare di estorcere la confessione con la tortura; in particolare, si raccomanda l’uso del ferro infuocato per radere l’intero corpo alla ricerca dello stigma, il marchio diabolico. Così, la ferocia persecutoria provoca almeno 50 mila vittime (è la stima ricavata dagli archivi laici ed ecclesiali disponibili) e la Germania si distingue per furore con i processi bavaresi di Würzburg (1626-1631) culminati nell’esecuzione di circa 900 persone, in larghissima parte donne: nell’occasione, persino un gruppo di bambini sale sul rogo.

L’Italia? A Roma, la capitale del Papa, vige l’emarginazione dei “giudii teocidi” ma non si ha notizia di caccia alle streghe; anche in Liguria un celebre processo, quello di Triora a fine Cinquecento, si conclude senza spargimento di sangue: diciassette donne anziane e indigenti, condannate quali artefici di una prolungata carestia, scampano alle fiamme grazie all’intervento del Doge di Genova. A Venezia, invece, la repressione della strigarìa compete ai Tre Savi sopra l’eresia, una magistratura istituita per salvaguardare l’autonomia dello Stato dall’invadenza dell’Inquisizione.

I giudizi non mancano (quasi 1600 in città nel XVII secolo) e investono filtri d’amore, sangue dei giustiziati, scongiuri, lettura della mano, promesse di guarigione. Le sventurate, spesso prostitute o serve analfabete, patiscono la frusta, il taglio delle orecchie e il bando dalla Serenissima, non il fuoco però. È il caso di Emilia Catena, che confessa la negromanzia su un gatto, è scacciata dalla laguna e diventa una possidente in terraferma; di Veronica Franco, incriminata per maleficio, scagionata dalla testimonianza di un ricco mercante; di Giovanna Semolina, che spaccia impiastri puzzolenti alle mogli per allontanarne i consorti dai bordelli.

Il sesso, sì. Rea di aver sedotto con arti magiche il patrizio Contarini, la strigheta quattrocentesca Graziosa è fustigata in piazza San Marco e tre secoli più tardi, lo stesso Giacomo Casanova ammetterà il ricorso a filtri erotici; al riguardo, l’isola associata più spesso al satanismo è Murano, dove le spie della Serenissima vociferano di riti libertini, con nobildonne e nobiluomini accoppiati ad una statua dalle fattezze blasfeme.

Anche in Friuli e nella Venezia Giulia l’invocazione demoniaca, ancorché esecrata e perseguita, comporta raramente la pena capitale. Esemplare la vicenda di Maria, ostessa a Spilimbergo nel Seicento, guaritrice occasionale di contadini e soldati, madre di tre ragazze: accusata della morte di un neonato, definita «indevota e meretrice» dai denuncianti (nella realtà debitori insolventi decisi ad eliminarla), teme per la sorte della sua famiglia «perché il pesce grande mangia il piccolo», ma infine esce assolta da ogni addebito.

Ci sono La Rossa e Domenatta, Aquilina e Apollonia, levatrici esperte d’erbe che alternano preghiere mariane e pratiche pagane. Ci sono i Benandanti, sorta di sciamani rurali «nati con la camicia» (ovvero venuti al mondo ancora avvolti nel sacco amniotico) che inscenano processioni notturne e proteggono i raccolti dalle maliarde, fino a suscitare l’attenzione morbosa dell’Inquisizione, descritta e documentata in un magistrale saggio di Carlo Ginzburg.

Ci sono le Varvuole di Grado, temute streghe del mare: la tradizione orale vuole che ogni anno, il 5 gennaio (la vigilia dell’Epifania), queste spaventose creature arrivino dalle acque a bordo delle loro barche per aggirarsi minacciose tra le calli del paese.

C’è un luogo, nelle vicinanze delle Grotte di Torlano, lungo la strada che sale a Chialminis, denominato i “cretàz” dove all’ombra di un grande noce le streghe usano danzare con i diavoli. Come l’ostetrica Angioletta delle Rive, popolana pordenonese incarcerata con la figlia Giustina nel pieno della Controriforma: si proclama innocente, morirà tra le sbarre in attesa del processo, mentre la giovane sarà scagionata.

Nessuna via di scampo invece per le “megere” della Val Camonica, teatro della più grande strage compiuta in Italia: a due riprese, nel primo Cinquecento, 140 donne e sette uomini bruciano vivi tra Brescia e i villaggi vicini, rei di aver suscitato epidemie e siccità. A volte, poi, l’ambiguità malevola contagia il folklore alpino: popolato dalle Anguane, ninfe legate ai fiumi e alle grotte dei monti Lessini, a metà tra femmine e serpenti; associato alle streghe del Bus de la Lum nel Cansiglio bellunese, creature mostruose con zanne e capelli di ferro che vagano nei boschi e rapiscono i bambini, innescando leggende nere e rappresaglie crudeli. È un fanatismo senza confini, che attraverserà l’Atlantico insieme ai protestanti di confessione puritana.

A Salem, in Massachusetts, tra 1692 e 1693 la psicosi collettiva trasforma le donne più anziane e povere in capri espiatori delle paure diffuse nella comunità; oltre 150 le persone incarcerate e 19 quelle impiccate: 13 le donne messe a morte, per lo più anziane e poverissime, mentre un uomo viene “schiacciato a morte” perché rifiuta di confessare.

Pagine ingiallite dal tempo? Non proprio. In molte parti del mondo la caccia spietata alla diversità non si arresta: «Ogni anno centinaia di migliaia di persone vulnerabili subiscono violenze in Africa subsahariana, India, Papua Nuova Guinea e almeno 20 mila “streghe” sono state uccise in sessanta Paesi tra il 2009 e il 2019», documenta il Consiglio dei diritti umani dell’Onu. Le persecuzioni contemporanee, si apprende, sono «alimentate in gran parte dal fondamentalismo religioso e ulteriormente aggravate da fattori quali le guerre civili e la scarsità di risorse». Al riguardo, Amnesty International segnala il tragico retaggio del Ghana, dove centinaia di “maghe e incantatrici” tra i cinquanta e i novant’anni sono state rinchiuse in campi di detenzione segreti: delle loro condizioni, si è persa ogni traccia.

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