Ex caserme, bunker, poligoni: perché il Friuli Venezia Giulia resta la regione più militarizzata d’Italia

Dalla Grande Guerra ai vuoti immensi che dividono le città: la coda del secolo breve ha ridotto la presenza militare, mentre l’addio ai confini ha rappresentato il punto esclamativo sul processo di demilitarizzazione

Christian Seu
Una veduta aerea della caserma Cavarzerani di Udine
Una veduta aerea della caserma Cavarzerani di Udine

Benvenuti nella regione-caserma. Almeno un tempo, quando la guerra era fredda e la cortina alle porte di casa era talmente impenetrabile da essere considerata “di ferro”. Il Friuli Venezia Giulia era l’ultimo baluardo tra “noi” e “loro”, tra l’Occidente e quel mondo che aveva nell’Unione Sovietica la sua stella polare, con la Jugoslavia di Tito alle porte di casa e la Cina che allora era affatto vicina. E poi bisognerebbe riavvolgere ancora il nastro, tornare alla Grande Guerra, alle trincee, alle battaglie sanguinose di reparti proiettati qui da tutto lo Stivale.

Sembra una storia da libri di storia, pagine scritte da cima a fondo destinate alla lettura di chi quelle vicende le ha sentite solo raccontare dai nonni. In realtà, la testimonianza viva di quella stagione è sotto gli occhi di tutti, parte integrante dello skyline delle nostre città, dei nostri paesi, delle coste e della montagna. Non ci sono solo le caserme, distese cementificate di migliaia e migliaia di metri quadri. Ogni tanto spuntano un bunker, i ruderi di una polveriera. Cancelli chiusi, piazze d’armi invase dalla vegetazione, camerate vuote. Sono ciò che rimane di una regione nella quale, per quarant’anni, migliaia di militari si prepararono a una guerra mai combattuta.

Dopo il 1945 il confine con la Jugoslavia era uno dei punti più delicati della contrapposizione tra i due blocchi. La cosiddetta “soglia di Gorizia”, cioè il varco tra Collio e Carso attraverso il quale si apre la pianura friulana, era considerata sul fianco meridionale della Nato l’equivalente del Fulda Gap tedesco. Un’avanzata corazzata da Est avrebbe potuto passare attraverso Gorizia e la valle del Vipacco, ma anche lungo le direttrici di Tarvisio, Caporetto-Cividale e Postumia-Trieste. La regione era dunque la prima linea, il fronte per fortuna rimasto solo ideale, dietro la quale proteggere la pianura padana e il motore economico del Paese, le industrie del Settentrione che stavano trainando l’Italia fuori dal trentennio delle due guerre mondiali.

E quindi caserme, presidi dell’Esercito e delle forze dell’ordine, le garitte di controllo ai confini, da Fusine a Rabuiese. E militari, a decine di migliaia: c’erano pure quelli di leva, obbligo che non ha toccato chi ha oggi meno di 41 anni. Un’economia vera e propria, perché i soldati qui trovavano casa, andavano in libera uscita, acquistavano e spendevano. Chi scrive ha scolpiti nella memoria i racconti del nonno, che ricordava l’orda di sbarbati, con le zazzere accorciatissime modellate dalla brillantina, che dalle caserme di via Trieste e via Duca d’Aosta, a Gorizia, sciamava in direzione del centro, diretta verso i bar e le tante sale cinematografiche che all’epoca pullulavano nel cuore del capoluogo isontino.

Un’economia presa a picconate dalla piega che gli eventi hanno preso nelle ultime battute del secolo breve: la caduta del Muro di Berlino, lo scioglimento del Patto di Varsavia, la disgregazione prima dell’Urss e poi della Jugoslavia, infine l’ingresso della Slovenia in Europa ai tempi supplementari del Novecento, nel 2004, con l’adozione di Schengen tre anni più tardi, quando il processo di demilitarizzazione iniziato tre lustri prima stava ormai imboccando il rettilineo finale.

Lati opposti della stessa medaglia: a quello luccicante (l’economia militare e di confine), si contrapponeva il peso delle servitù, le aree sottratte all’agricoltura, le esercitazioni e una quotidianità abituata alla prospettiva del conflitto. La forte militarizzazione del Friuli Venezia Giulia contribuì però in maniera determinante alla ricostruzione post-terremoto del 1976: migliaia di militari - con gli alpini in testa - si riversarono a Gemona e nei comuni più colpiti, per scavare tra le macerie, mettere a disposizione i mezzi dell’Esercito e contribuire all’allestimento delle prime tendopoli.

Torniamo a oggi: il ritiro progressivo è stato molto, molto più rapido della riconversione delle strutture militari. A Udine la Cavarzerani tocca con mano un futuro che sembra finalmente proiettarla fuori dal cono d’ombra di decenni, a Gradisca d’Isonzo la Toti-Bergamas è in cerca di finanziamenti e progetti. E sempre nella città isontina l’ex Polonio si è vista affibbiare negli anni acronimi che cambiavano nel tempo di una legislatura: Cpr, Cpt, Cie, poi di nuovo Cpr (centri di permanenza per i rimpatri), strutture chiamate a fronteggiare una nuova emergenza di frontiera, quella dell’immigrazione.

 

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