Burnham è il nuovo premier inglese. Le quattro lezioni per l’Italia della nuova svolta britannica

Londra tra sovranismo progressista, avvicinamento alla Ue, comicità e dignità. Nel discorso di insediamento spicca la volontà di reinsediare nel Regno Unito il vecchio Labour

Marco ZatterinMarco Zatterin
L’arrivo di Andy Burnham lunedì 20 luglio al 10 di Downing Street, residenza del primo ministro inglese
L’arrivo di Andy Burnham lunedì 20 luglio al 10 di Downing Street, residenza del primo ministro inglese

I sudditi di Carlo III non chiedono la luna. Come ogni cittadino che deve arrivare alla fine del mese, chiedono al governo – da lunedì 20 luglio nelle mani di Andy Burnham, laburista, 56 anni, tifoso dell’Everton, per dieci anni apprezzato sindaco di Manchester – di migliorare le condizioni sociali, creare posti di lavoro, aggiustare la sanità e l’istruzione, favorire l’integrazione e rimettere il Paese dove merita sulla scena internazionale.

La sostanza del loro futuro, e del contributo che il Regno Unito darà alle relazioni multilaterali, dipende dalle qualità delle scelte di Downing Street che poi gli elettori giudicheranno entro il 2029. Dal nostro punto di vista possiamo fare soltanto due cose. Una è valutare come andrà il “piano decennale” del “re del Nord”, sperando che, indipendentemente dall’orientamento politico, abbia successo perché è nell’interesse di tutti. L’altra è ragionare sulle quattro lezioni che la svolta britannica può suggerirci.

Il cambio di come si guarda

I nazionalisti hanno fondato il loro consenso sulla pigrizia e l’inefficienza dei governi occidentali che, con rare eccezioni, hanno risposto con programmi vecchi a problemi nuovi. Dall’inizio del secolo le divergenze nell’umore dei votanti sono cresciute, così come le diseguaglianze economiche, sociali e culturali. Le destre hanno soffiato sul fuoco, gioco facile in presenza di maggioranze tradizionali confuse e non sempre all’altezza delle sfide. Hanno cavalcato il ritorno a una non meglio identificata “età dell’oro” con promesse irrealizzabili (vedi Trump), puntando sul capovolgimento degli assetti vigenti senza curarsi di buttare il bimbo con l’acqua sporca. In questo modo hanno conquistato il sostegno di almeno un terzo degli uomini e delle donne che abitano le democrazie occidentali e quelle derivate.

Burnham adotta un approccio simile, ma ribaltandolo. Dal discorso inaugurale è emersa la volontà di reinsediare nel Regno Unito “il vecchio Labour”. Intende tornare alle battaglie per l’occupazione e i servizi di base, contro privatizzazioni e deindustrializzazione come nell’era thatcheriana. Si tratta di rimettere i cittadini e l’equità al centro del quadro; battere la nostalgia con la nostalgia nel nome della “gente dimenticata”; riportare il benessere, i diritti e le condizioni di vita del singolo in testa all’agenda. Il premier fresco di nomina guarda al passato per cambiare il presente.

Adotta una dialettica populista costruttiva per rasserenare i tanti che sono sfiduciati e ne hanno i motivi. Imbraccerà le armi sovraniste in chiave progressista. Ha sino a tre anni per trasformare le parole in fatti, condizione necessaria per restare in sella. È un esperimento da seguire con attenzione e, nel caso, da imitare.

Europa necessaria e difficile

Tutti i dati dicono che la Brexit seguita al referendum del 2016 sia stata un fallimento. Il National Bureau of Economic Research stima che si sono bruciati fra 6 e 8 punti di Pil potenziale, mentre la produttività e l’occupazione sono cresciuti 4 punti in meno di quanto sarebbe potuto succedere senza l’eurodivorzio. L’Aston University Business School calcola che si è perso il 53.8% dell’export possibile e il 31,5 per cento dell’import.

I cittadini lo sanno bene, tanto che gli ultimi sondaggi danno i pro-Ue prossimi al 60 per cento e i contrari poco sopra il 30. Tuttavia, i laburisti sono cauti. Le prossime elezioni sono al massimo nell’agosto 2029 (le scommesse dicono prima) e il piano di Burnham appare chiaro: raddrizza il Paese, vince la riconferma, quindi si lega all’Unione per rilanciare i commerci e non prendere a pesci in faccia i brexiteer. Non rientra ufficialmente, ma si ricollega ai Ventisette. Poi si vedrà.

La cosmicomica

Nigel Farage, leader di Reform Uk, ha le sue idee ed è libero di averle. È però un personaggio dubbio e ambiguo. Scaltro. Furbissimo. Un giocatore di poker al massacro che, sommerso da critiche e inchieste, ne ha fatta un’altra delle sue. Si è dimesso dal Westminster e si è ricandidato alle suppletive in programma il 13 agosto nel suo collegio di Clacton on the Sea. “Sarò giudicato dalle urne!”, ha proclamato.

Gli altri partiti hanno deciso di non candidargli nessuno contro, così il guru euroscettico ha solo rivali indipendenti, il più quotato dei quali è Count Binface (Faccia da bidone della spazzatura), un comico irriverente. “Se mi voti taglierò le tue tasse e le aumenterò agli altri”, assicura, dopo aver promesso di nazionalizzare la cantante Adele, un tesoro collettivo. Secondo Ipsos, lo voterà il 33 per cento contro il 21 per cento di Farage. Sarebbe divertente che vincesse un giullare, per quanto sia sempre tragico vedere un aspirante uomo di Stato finire sepolto da una risata.

La lezione dell’addio

L’ormai ex premier Starmer lascia Downing Street senza polemica. Ha portato il Labour alla vittoria e al governo nel 2024, poi qualcosa s’è rotto. Il partito ha cercato di farlo fuori e lui ha resistito. Quando ha capito che Burnham era considerato meglio di lui ha gettato la spugna. “Mi dedicherò ai corsi di cucina”, giura. Certo non lo vedremo ai talk show intento a parlar male dei suoi.

Ha dimostrato coraggio e dignità, così potremmo non sentire parlare di lui ed è un bene: quando si perde, bisogna uscire in silenzio per salvare la squadra del cuore. Bravo Sir Keir, novello Cincinnato che ha posto la causa collettiva del Labour prima di sé stesso. Per la politica  italiana, un insegnamento da non dimenticare.

  

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