Difficoltà e divisioni, dopo Cop30 l’Europa cerca una nuova rotta
Il vertice che si è tenuto in Brasile lascia molti fronti aperti sul tema della decarbonizzazione e della transizione verde. Il futuro è quantomai incerto, se ne discuterà il 4 dicembre al Forum dell’Energia di Udine

Che anno sarà per il mondo dell’energia? Cosa accadrà alla transizione verso una economia decarbonizzata dopo quanto accaduto alla Cop30 organizzata dal Brasile a Belem, alle porte dell’Amazzonia? Quali ricadute avranno gli ultimi avvenimenti geopolitici? Chi sarà a guidare le prossime tendenze? E ancora quali saranno le tecnologie che guideranno la transizione energetica dei prossimi anni?
I grandi blocchi si presentano quanto mai divisi. L’America – a parole – vuole tornare alla supremazia dei fossili. La Cina, sebbene sia il Paese con la maggiore quota di emissioni al mondo, è leader in tutte le tecnologie green. L’Unione europea da un lato guida il gruppo delle Nazioni che vuole una uscita certa dall’uso di gas, petrolio e carbone, dall’altra è alle prese con la difficoltà della sua industria ad affrontare la transizione.
Di tutto questo si parlerà Forum dell’Energia che si tiene a Udine il 4 dicembre, presso il centro convegni della Torre Santa Maria. Organizzato dai quotidiani del gruppo Nem, segue a poco più di un mese di distanza l’appuntamento di Trieste.
In un mondo in cui gli eventi si succedono sempre più rapidamente e i le tecnologie evolvono altrettanto velocemente, sia in termini economici sia in efficienza, le previsioni si fanno sempre più complicate. Più facile individuare le tendenze in atto. E da questo punto di vista la Conferenza Onu sul Clima che si è conclusa meno di una settimana fa in Brasile è stata sicuramente utile, nonostante molto osservatori l’abbiamo vista come una occasione mancata.
Sul giudizio negativo pesa il fatto che i 197 Paesi partecipanti (più l’Unione europea, che parla a nome di tutti i suoi stati membri) abbiano concluso i lavori con un documento finale con molte dichiarazioni di principio e pochi impegni concreti. In particolare, tutto gli osservatori hanno sottolineato come nel testo non si citi una roadmap che fissi date precise per l’uscita dai combustibili fossili.
In realtà, sulla Conferenza del clima hanno pesato ancora di più le scelte geopolitiche dei grandi blocchi, in particolare delle due principali economie del pianeta. Stati Uniti e Cina – per ragioni diverse – hanno scelto di “disimpegnarsi” dalle discussioni che hanno tenuto banco per due settimane in Brasile. L’amministrazione Trump perché ha deciso di uscire dagli accordi di Parigi e a Belem ha mandato solo un osservatore. La Cina perché ha preferito non prendere posizione: nonostante rifornisca il mondo di pannelli solari, batterie e pale eoliche non ha voluto contrariare i Paesi produttori di fossili (da cui si rifornisce) con scadenze che li obbligherebbero a dire addio a miliardi di dollari di entrate.
Ecco spiegato perché, la COP30 si è conclusa senza passi avanti significativi. E perché nel testo finale, definito dal ministro italiano dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin «l’unico punto di caduta possibile», restano solo gli impegni solenni ma privi di scadenze vincolanti. Nonostante il quadro scientifico continui a mostrare l’aggravarsi della crisi climatica: temperature globali in aumento, scioglimento dei ghiacci, danni economici crescenti da eventi estremi e un numero sempre maggiore di profughi climatici.
Ma la mancanza di progressi non deriva da un deficit di consapevolezza, ma da una forte divergenza di interessi. I rappresentanti dei 198 Paesi presenti alla conferenza si sono mossi soprattutto in funzione delle rispettive urgenze politiche interne, dei costi della transizione, della difficoltà a dismettere le filiere dei combustibili fossili e della pressione di settori industriali che chiedono di rinviare l’accelerazione verso l’elettrificazione.
È proprio questo, paradossalmente, il risultato più evidente della COP30: la conferenza ha cristallizzato con chiarezza le diverse posizioni in campo. Da una parte, gli Stati che chiedono una road map definita per uscire dai fossili; dall’altra, quelli contrari o disposti ad aderire solo in linea teorica; infine, il blocco di chi preferisce non esporsi pur restando determinante negli equilibri negoziali.
Il punto più controverso resta la questione decisiva: l’uscita dalle fonti fossili. La divisione tra i Paesi è netta. A favore di scadenze precise si sono schierati circa ottanta Stati, guidati dall’Unione europea (con poche eccezioni, tra cui Italia, Polonia e Ungheria), accompagnati da Australia, Canada, Giamaica, Kenya, Cambogia e molti piccoli Stati insulari, particolarmente esposti all’innalzamento dei mari. Un fronte di dimensioni simili si è invece opposto con decisione, con Arabia Saudita e Russia alla guida dei cosiddetti “petrostati”, insieme ad altri Paesi fortemente dipendenti dai combustibili fossili.
In mezzo siede il blocco dei “non allineati”, che però di fatto contribuisce a rallentare i negoziati. Tra loro spiccano Stati Uniti e Cina,
Il prossimo appuntamento sarà in Turchia per la COP31, con il presidente Erdoğan deciso a presentarsi come mediatore mondiale, in un contesto segnato anche dalle elezioni di midterm negli Stati Uniti. Solo allora sarà chiaro se gli equilibri politici globali cambieranno abbastanza da trasformare le dichiarazioni d’intenti in azioni concrete.
Messa da parte la Cop30, l’attenzione degli analisti del settore energia si sposta ora nei singoli blocchi. Sotto osservazione le scelte dell’Unione europea. Il mondo dell’industria chiede certezze normative e fondi per sostenere la transizione, in modo che non venga recepita solo come una scelta “ideologica”, ma che diventi una opportunità industriale. Le imprese chiedono soprattutto interventi per avere un prezzo dell’energia più stabile: per un continente che dispone di risorse fossili limitate, nucleare e soprattutto rinnovabili appaiono la scelta più conveniente.
Il tema dei costi si incrocia poi con l’aumento della domanda di energia trainata dai data center: quale sarà il peso reale – e non soltanto frutto di previsioni – dei supercomputer? Entro quanto saranno sul mercato i reattori modulari di nuova generazione che daranno nuova spinta al settore nucleare. E Infine, che peso potrà avere la tecnologia dell’idrogeno? Sono le domande che terranno banco per capire quale direzione prenderà il 2026.
* Luca Pagni è il direttore scientifico Forum Transizione
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