Il premio Oscar Mark Bridges alle Giornate del Cinema muto: «A Pordenone per raccontare come vesto i personaggi»

Il costumista americano si racconta al Teatro Verdi di Pordenone: dai segreti di "The Artist" all'ispirazione trovata nel grande maestro italiano Piero Tosi

Gian Paolo Polesini
Oscar Mark Bridges
Oscar Mark Bridges

I due Oscar vinti – nel 2012 per “The Artist” e nel 2018 per “Il filo nascosto” – il costumista Mark Bridges, americano di Niagara Falls, nello Stato di New York, li custodisce in camera da letto. In pratica ci dorme insieme? «Mi piace svegliarmi al mattino e guardarli». Comprensibile.

Come direbbe Raffaella Carrà nelle sue storiche carrambate: «Mister Bridges è qui!». Certo, qui alle Giornate del Cinema muto di Pordenone, per raccogliere l’invito della collega Deborah Nadoolman Landis, consorte del mitologico John, che ha ideato un appuntamento annuale dedicato alla raffinata arte del costume.

Oggi, alle 17.45 al Teatro Verdi, il pubblico avrà la rara opportunità di incontrarlo e di ascoltarlo.

Prima ancora di accarezzare una stoffa, Mark comincia a vestire i suoi personaggi con il pensiero. «Mi basta leggere la sceneggiatura, avvicinarmi alla storia e cercare così di vitalizzare le parole. Quindi viene il tempo delle immagini, delle approvazioni, dei ripensamenti e delle correzioni, tutto questo durante un dialogo fitto col regista. Poi, finalmente, l’opera sarà indossata».

È bene individuare subito i suoi maestri di mestiere. Il nome che emerge è uno soltanto: Piero Tosi, uno degli artefici della grandezza del cinema italiano del Novecento. «Lui è un faro», dice senza esitare. E cita “Il Gattopardo” di Visconti, riferimento fondamentale per Mark, con i costumi firmati proprio da Tosi. Lo stesso maestro vestirà i personaggi della “Medea” di Pier Paolo Pasolini, film girato in parte nella laguna di Grado, sulla celebre isola di Mota Safon.

Non è casuale, dunque, la presenza di Bridges alle Giornate: citavamo in apertura “The Artist”, la pellicola di Michel Hazanavicius del 2011, con Jean Dujardin e Bérénice Bejo, che gli valse la prima statuetta. Un ricercato film muto in bianco e nero, proprio come quelli che in questi giorni Pordenone celebra.

«Il genere», ricorda, «non è stato una scoperta tardiva, bensì una passione giovanile. Charlie Chaplin, innanzitutto, rappresentò una specie di divinità pagana. Mi affascinavano i costumi dei film di Cecil B. DeMille, i set a volte sontuosi e i comici del tempo. Quando mi capitò di misurarmi con “The Artist” era come se quel mondo lo conoscessi già».

Per ricostruirlo, Bridges si immerse nelle fonti: libri, cataloghi, fotografie e soprattutto film dell’epoca, dalle opere di Fritz Lang a “Show People” di King Vidor. Non soltanto per capire come ci si vestiva, ma per osservare i movimenti della gente, il modo in cui cadevano le gonne, come i signori portavano il cappello. Dettagli che diventano racconto. «Mi considero uno storyteller come costumista», spiega.

Curiosamente, quei costumi destinati a diventare celebri in bianco e nero furono pensati anche a colori. All’epoca, infatti, non era scontato che “The Artist” potesse essere distribuito ovunque nella versione monocromatica: alcuni mercati avrebbero potuto richiederne una a colori. Bridges dovette quindi ragionare contemporaneamente sui due registri.

Ma il principio non cambia, muto o sonoro che sia. Alla domanda se l’assenza dei dialoghi lo avesse spinto a caricare maggiormente di significato gli abiti, Bridges risponde di no. «Se è fatto bene, un costume racconta sempre visivamente una storia. Uso la stessa idea per un film parlato e per un film muto. La vera difficoltà, semmai, era capire come colori e materiali avrebbero reagito una volta trasformati in bianco e nero».

Forse è deformazione professionale, allora, osservare come si veste la gente per strada? Bridges ammette di farlo, anche se a volte «rende la vita un po’ troppo simile al lavoro». E da americano che vive a Los Angeles, patria dell’abbigliamento ipercasual, assegna all’Italia un punto di vantaggio: «Mi piace venire in un posto dove le persone sembrano sempre eleganti. Persino i vestiti che vedo nei mercati di strada sono più stylish di tanti stracci che vediamo a Los Angeles».

Un capitolo a parte è Paul Thomas Anderson. Insieme hanno realizzato nove film e Bridges ricorda che il regista aveva appena 24 anni quando cominciarono a lavorare. «Direi che siamo cresciuti insieme. Quando lavori con qualcuno per venticinque anni, cambi insieme a lui, mentre i progetti diventano più grandi e più complessi. Mi ha dato la possibilità di fare quei film meravigliosi».

E poi c’è “Joker”, con uno dei costumi più immediatamente riconoscibili della sua carriera. Anche in quel caso Bridges partì dalla regola che guida ogni suo lavoro: sceneggiatura e visione del regista. Todd Phillips voleva una metropoli sporca, realistica, ispirata alla New York dei primi anni Ottanta. Da quel mondo doveva nascere Arthur Fleck.

Mark immaginò che il personaggio possedesse già da anni quel completo e intervenne progressivamente sul colore: ogni volta che riappariva, diventava più acceso, accompagnando la discesa mentale del protagonista. Aggiunse il gilet del costume da clown e una camicia verde scelta quasi d’istinto. «Pensavo fosse cool».

E, alla fine, è diventato una specie di abito emblematico, che oggi si vede in tutto il mondo.

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