Un libro celebra i 75 anni del Cuamm: quel Nordest che costruisce comunità
Un volume collettivo di 11 racconti celebra il compleanno dell’ong padovana, curato da Sergio Frigo e Francesco Jori, edito da Ronzani. Don Dante: «Nel 1950 un medico laico riuscì a trovare il sostegno della chiesa»

La lampadina, quella dell’idea vincente, si era accesa a Vicenza. Padova l’ha fatta sua senza pensarci più di tanto. Poi l’impresa – perché di questo si trattava, al tempo, stiamo parlando del Dopoguerra – è stata accompagnata dallo slancio di un’intera regione. Di più, di tutta un’area geografica, il Nordest, che oggi continua a essere fondamenta e trampolino di meravigliose e coraggiose avventure solidali. La storia è quella dei Medici con l’Africa Cuamm, la ong padovana che oggi è presente in dieci paesi del continente africano con medici, infermieri, professionisti, specializzandi, accanto alle comunità più povere e bisognose. Non per loro, ma con loro - il che fa tutta la differenza del mondo.
Una storia simbolo

Ma quella del Cuamm è una storia simbolo che racconta una storia più grande. Cioè proprio quella di un Nordest che non è solo casa e capannone, lavoro e schei, ma parte, accoglie, costruisce comunità, tende la mano e sostiene, per certi versi in modo insospettabile. Di questa generosità, che è quasi genetica e che trova rappresentazione plastica nell’opera immensa del Cuamm, scrivono undici tra scrittori e intellettuali nordestini, grazie a un’operazione nata in occasione del 75° compleanno del Cuamm, festeggiato l’anno scorso. I loro racconti, i loro saggi, le loro poesie sono racchiusi nel libro Verso l’Africa, curato da Francesco Jori e Sergio Frigo, edito da Ronzani.
Perché proprio a Padova

Perché il Cuamm sia nato proprio qui e non altrove è la domanda che sta alla base di tutto. Cioè, per dirla meglio: sarebbe potuto nascere altrove e avere una storia simile? Francesco Jori, interpellato dal direttore dei quotidiani Nem Paolo Possamai, durante la presentazione di ieri nella sala Paladin di Palazzo Moroni, municipio di Padova, si è detto convinto che i tremila anni di storia del Veneto, pieni di disastri, invasioni barbariche e infine la Grande Guerra, abbiano forgiato una popolazione che «ha avuto poco ed è dunque più propensa ad aiutare chi ha poco, perché i poveri sono più generosi mentre i ricchi sono più egoisti». Partendo da questo presupposto, lo stesso Jori, insieme al collega giornalista Sergio Frigo e con la complicità necessaria di don Dante Carraro, direttore del Cuamm, si sono messi in testa di lanciare un’altra sfida: raccontare tutto questo bene che si fa. «E abbiamo provato a farlo senza annoiare», ha aggiunto Frigo, «perché il male fa notizia e solo le brutte storie sembrano essere interessanti».
Un coro di voci

Raccontare il bene non è mai facile – al Cuamm lo sanno – ed è per questo che Jori e Frigo hanno chiamato a raccolta un coro di belle voci per costruire un racconto collettivo che mettesse insieme partenze e ritorni, povertà e riscatto, accoglienza e responsabilità, montagne venete e villaggi africani, fabbriche e patronati, memorie di guerra e avventure nel sud del mondo, dove la solidarietà è pane quotidiano. Così se l’Africa è l’approdo, anche il Nordest è perfettamente a fuoco, perché è da qui che partono medici, volontari, ingegneri, infermieri. E studenti come Chiara Guariento, specializzanda in Pediatria che è tornata nella sua Thiene dai sei mesi di Jpo a Beira, in Mozambico. Un’altra rappresentante di quella “meglio gioventù” che nel fiore della vita trova il coraggio, la forza e l’entusiasmo per fermare il tempo, volare a sud e dedicarsi agli altri. «Vai lì convinta di aiutarli, di portare il tuo sapere, e invece ti rendi conto molto in fretta che sono loro a dare tantissimo a te», ha raccontato lei – e questa frase è comune a tutti quelli che tornano e che infatti poi, come lei oggi, non pensano ad altro che a ripartire. «E no, non è sempre facile, anche perché intorno a me ho avuto il sostegno di familiari e amici più stretti, con i quali condivido tanti valori. Ma non sono mancate le domande tipo “perché vai in Africa, non c’è forse bisogno di pediatri anche qui?” oppure “se vai lì è per soldi, perché guadagni di sicuro qualcosa in più”».
Un libro che accarezza il cuore
Il libro è leggero, scorrevole, capace di accarezzare il cuore con storie semplici e genuine, cioè con le caratteristiche primarie dell’opera del Cuamm e di tutte le altre imprese solidali nate a Nordest. «Chiara, che è qui con noi oggi, è proprio una figlia del mondo che ha generato il Cuamm», ha riassunto efficacemente don Dante. «A pensarci, ancora oggi, sembra incredibile che nel 1950, quando la cooperazione internazionale non esisteva e nessuno partiva, un medico laico come Francesco Canova possa aver trovato il sostegno della chiesa, del vescovo Bortignon, ma anche dell’università e perfino dell’imprenditoria, per partire e dare vita a tutto questo». C’erano, evidentemente, condizioni che si possono considerare propizie più che fortunate.
Il mondo di oggi
Poi c’è l’oggi, l’Africa che fa ancora paura - anche perché a tanti è proprio sconosciuta - e il fatto che il Cuamm sia più conosciuto fuori dal Nordest, nel mondo, che qui in casa. E ci sono le migrazioni, le guerre, le diseguaglianze, che rendono l’impresa di partire ancora sfidante, forse anche più di prima, amplificando l’attualità di parole come cura, responsabilità, comunità, reciprocità. E rendendo la solidarietà ancora più necessaria. «Raccontare il bene non significa celebrarlo», hanno chiarito bene i due curatori del libro. Semmai, si potrebbe dire, «è utile evocarlo ancora, per arrivare a riconoscere nell’altro non solo qualcuno da assistere ma una persona con cui condividere esperienze, conoscenze e futuro. Perché chiedersi da dove nasce e come resiste questo bene è ancora necessario. E perché - come dice don Dante - «andare verso l’altro alla fine è il modo più grande e più bello di spendere la propria vita».
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