Tintoretto, una rockstar a Parigi

Il museo Jacquemart-André dedica una mostra genio veneziano, Eterno Tintoretto. Il confronto con Manet, Cézanne, Delacroix. Il curatore Villa: «Un innovatore, ha rotto gli schemi»

Camilla Gargioni

​​​C’è il Tintoretto che aveva fatto perdere la testa a David Bowie, l’Angelo che predice il martirio di Santa Caterina d’Alessandria. I colori vivaci, l’angelo di schiena in corsa, il corpo in tensione, la figura della santa che si protende verso il cielo, le architetture grigio-nere sullo sfondo. Il fotogramma di un film d’azione, se non fosse un’opera di metà Cinquecento. Non solo: la mostra che celebra il genio veneziano al museo Jacquemart-André di Parigi, Éternel Tintoret (Eterno Tintoretto, fino al 24 gennaio), ne tratteggia anche le influenze sulla pittura francese del diciannovesimo secolo. Cézanne, Delacroix, e il tête-à-tête tra l’Autoritratto di Tintoretto (1588) prestato dal Louvre e la Copia dell’autoritratto di Tintoretto realizzata da Manet nel 1854 dal Musée des Beaux-Arts di Dijon, riuniti nella stessa sala. La mostra è curata da Giovanni Carlo Federico Villa, storico dell’arte e direttore di Palazzo Madama, Neville Rowley e Pierre Curie.

Villa, perché Tintoretto a Parigi?

«Perché abbiamo voluto raccontare la straordinaria fortuna e capacità di innovazione di Tintoretto non solo nella sua epoca, ma soprattutto come eredità. Ha avuto un importante impatto sulla cultura francese, umanistico, letterario, pensiamo all’interpretazione di Sartre».

C’è un forte legame con la pittura francese.

«La pittura di Tintoretto è innovativa, di grande libertà esecutiva: è stata un faro per laFrancia, dal Settecento di Fragonard fino agli Impressionisti. Fragonard arriva a Venezia e disegna la Scuola Grande di San Rocco, Dominique Vivant Denon, che è il grande interprete e creatore di quello che sarà il Louvre, ne trae incisioni, fino a Manet e Cézanne, con la celebre frase “La sua opera è immensa, include ogni cosa dalla natura morta fino a Dio(...) mi sarei trasferito a Venezia soltanto per lui”».

Come è strutturato il percorso espositivo?

«Abbiamo scelto una serie di opere che potessero esprimere il suo gesto ma anche l’impostazione che dà ai quadri, la regia compositiva dell’opera. Da Palazzo Chiericati a Vicenza la grande pala di Sant’Agostino, dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia la Creazione degli animali, e ancora i grandi collezionisti francesi dal Louvre a Lione, per mostrare quanto l’attenzione per questo artista sia sempre stata alta».

Nel percorso c’è anche il Tintoretto che aveva acquistato David Bowie... perché se ne era innamorato?

«David Bowie ha avuto una formazione artistica di base, ha sempre amato profondamente Tintoretto: in lui ha individuato un artista capace di sovvertire le regole del suo tempo e di conquistare una città con la sua rapidità di esecuzione. A Venezia, in qualsiasi luogo, incrociamo Tintoretto: Bowie, quando si è presentata l’occasione, ha comprato questa tela, realizzata per la distrutta chiesa di San Geminiano in piazza San Marco, e l’ha tenuta fino alla fine della sua vita. Ha anche chiamato una delle sue etichette discografiche Tintoretto Music».

Possiamo dire che Tintoretto è stato la rockstar del Cinquecento?

«Sicuramente a Venezia è stato un personaggio che ha rotto gli schemi, un grande interprete del popolo di Venezia. Emerge quella grande religiosità veneziana fatta di culto dei santi ma anche di un rapporto molto diretto con il sacro. Tintoretto è stato l’interprete di tutto il mondo borghese e mercantile della Venezia del suo tempo. Se Tiziano è l’artista dei dogi, dei principi, Tintoretto lavora per tutti, sostenendosi con i ritratti che erano la sua quotidianità».

In mostra troviamo Tintoretto in dialogo con Cézanne, Manet, Delacroix... tra gli artisti contemporanei, chi sente l’influenza di Tintoretto?

«Penso a Emilio Vedova (1919-2006), proprio l’anno scorso a Palazzo Madama a Torino lo abbiamo messo in dialogo con Tintoretto in un percorso espositivo. Lo ha amato da quando aveva 14 anni, ha passato la sua vita a confrontarsi, dialogare, entrare in contatto con il maestro, senza mai imitarlo. Un esempio quasi unico nell’arte europea».

È il pittore più ammirato perché ha anche un occhio in un certo senso cinematografico, ha anticipato le tecniche di animazione?

«Guardiamo alla prospettiva, al disegno dei corpi. Una cosa che spesso nelle mostre non si vede sono i disegni: ne abbiamo esposti una decina proprio per evidenziare il suo modus operandi. Si vede l’artista che parte dalla scultura antica, lavora sul concetto di ombra e luce, sulla composizione che realizza direttamente sulla tela, riassemblandola in modo teatrale. È questa teatralità che sorprenderà Cézanne».

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