L’era delle cover band: così i tributi ai miti del rock riempiono il vuoto dei tour internazionali

Tra Pink Floyd, Queen e Taylor Swift, le "enciclopedie del rock" conquistano i teatri italiani. Gli organizzatori: «È patrimonio del pubblico, l’arte si diffonde».

Cristiano Cadoni

C’è un periodo dell’anno – fra dicembre e Sanremo – in cui i cartelloni della musica dal vivo si svuotano. Gli italiani si fermano, in attesa del Festival che poi diventa il trampolino delle nuove produzioni. Di stranieri se ne vedono pochissimi, un po’ perché i tour si concentrano nei mesi estivi, un po’ perché l’Italia, tranne rare eccezioni, non ha spazi al chiuso adeguati per concerti da 10-15 mila persone. In questo vuoto musicale di tre mesi proliferano i concerti tributo, quelli delle cover band “evolute”, in grado di riprodurre più o meno fedelmente il repertorio dei miti del rock, ma anche della nostra canzone d’autore.

Il fenomeno non è nuovo, risale agli anni ’80. Ma se prima le cover band suonavano nei bar o nei pub, oggi sono in grado di allestire spettacoli che non hanno nulla da invidiare alle grandi produzioni internazionali. Ed è così anche per i tributi, che spesso (ma non sempre) portano sul palco musicisti di primo livello. «La qualità fa la differenza», sottolinea Luigi Vignando di Vigna PR che produce e organizza spettacoli. «L’abbondanza di offerta di questi ultimi anni sta penalizzando le band più valide, l’offerta è talmente vasta che per gli spettatori non è facile riconoscere chi merita davvero. Io sono sempre stato a favore di queste produzioni, ne ho sostenuto più d’una, ma riconosco che mentre è facile orientarsi rispetto ad artisti con un brand riconoscibile, di fronte a queste band è più complicato. Anche per questo i numeri si stanno un po’ riducendo».

Basta scorrere le pagine di una qualsiasi piattaforma di ticketing online per cogliere la portata e la varietà di queste proposte. Tra febbraio e marzo in Italia girano almeno nove tribute band dei Pink Floyd. Ci sono i Pink Sonik, i Pink Floyd Legend, i Breathe Floyd, i The Wall, solo per citarne alcune. E non ci sono i Brit Floyd che sono i più conosciuti e fanno sold out in tutto il mondo. E poi ci sono i Liveplay, tribute band di riferimento dei Coldplay. Ce ne sono un paio che suonano i Dire Straits. Ci sono i Beatbox e i BeatleStory, esponenti di quel nucleo che recenti censimenti stimano essere il più numeroso, cioè quello delle band che suonano i Beatles. E poi ancora ci sono i Mercury Legend - Queen Forever, i We Will Rock You, i Queen Vocal Symphony, i Queen Rock Experience and Orchestra e The Spirit of Freddie Mercury che - tengono vivo il repertorio dei Queen. C’è lo spettacolare Human Nature Live Show, show-tributo a Michael Jackson con musica ma anche coreografie, ballerini, coristi che accompagnano la performance di Miguel Concha. E, dalle stesse parti, c’è anche My Name is Michael, altro spettacolo dedicato al Re del pop.

Ma la lista è praticamente infinita: The Depeche Mode Experience (a Padova il 27 marzo), The Elton Show (Elton John), Hans Zimmer Live (con i Lords of the Sound, a Padova il 21 novembre), le tribute band degli Abba (AbbaDream, Abba Tribute Experience, Abba Show, questi ultimi a San Donà di Piave il 21 febbraio e poi a Treviso il 13 marzo e a Udine il 28 marzo), i Blood Brothers (Bruce Springsteen), gli Hotel California (che suonano gli Eagles, a Verona il 2 marzo), i The Cream of Clapton Band (Eric Clapton) e gli Elvis the King is back. E se – come dice qualcuno – è giusto considerare queste band come enciclopedie del rock o, ancora meglio, esecutrici di quella che sarà la musica classica del futuro, è giusto ricordare che non tutte si dedicano a repertori del passato. Al Geox di Padova il 27 febbraio, per esempio, ci sarà il tributo a Taylor Swift e al suo Eras Tour. Il progetto “Lover” porterà sul palco Charity Eden, musicista texana che è in grado di riprodurre le emozioni di quel live epico che fra il 2023 e il 2024 ha battuto tutti i record.

Ancora più numerose sono le tribute e le cover band italiane: da De André a Mina, da Lucio Dalla a Battiato, da Battisti e Mogol a Mudugno, da Baglioni ai Pooh, per proseguire con Morricone (“Alla scoperta di Morricone” arriverà a Padova il 21 febbraio e a Belluno il 22 marzo, con un ensemble che eseguirà le sue musiche più famose) da Gianni Morandi e a Pino Daniele, da Renato Zero a Rino Gaetano ma perfino a Ultimo, che non solo è in vita ma è anche giovane, le produzioni sono tantissime e coinvolgono, in certi casi, musicisti che con gli artisti “tributati” hanno condiviso il palco.

«Gli show-tributo che stiamo programmando negli ultimi tempi sono spettacoli di grande qualità, selezionati in un roster internazionale», spiega Valeria Arzenton, fondatrice di Zed. «Fanno rivivere la magia di artisti leggendari, dei quali rispettano stile e atmosfere. È il caso di dell’omaggio a Battisti come di quelli a Morricone o a Michael Jackson. E poi ci sono anche i casi come Taylor Swift: abbiamo trovato questa grandissima performer molto vicina al suo stile che permette di riportare al pubblico lo show che in tanti non hanno potuto vedere perché non si trovavano i biglietti». Il senso dell’operazione è chiaro: «Questi show creano comunità, socialità ed emozioni come tutti gli altri. Perché una volta che una canzone diventa nota non è più solo dell’artista ma diventa patrimonio del pubblico quindi ci sono interpretazioni che meritano anche quando non sono fatte dall’artista originale. Tutti i pezzi prima o poi passano di testimone e vengono interpretati da altri, succede anche nei karaoke. E non c’è niente di male, è l’arte che si diffonde».

Riproduzione riservata © il Nord Est