La minaccia del “black box” e la corsa alle armi: perché l’Intelligenza artificiale va regolata subito
L'analisi sui rischi delle reti neurali profonde: tra competizione strategica Usa-Cina, profitti dei colossi hi-tech e la tentazione degli apprendisti stregoni

Il problema si chiama black box. L’intelligenza artificiale è una tecnologia meravigliosa che promette moltissimo e molto manterrà ma che porta con sé un rischio enorme, quello di prenderci la mano e rendersi indipendente dall’intervento umano per perseguire scopi che non le sono stati affidati e utilizzare mezzi che non le sono stati consentiti. Rischiamo di trovarci nella condizione degli apprendisti stregoni, forse lo siamo già.
La corsa
Molti scienziati e alcuni degli imprenditori protagonisti dello sviluppo dell’intelligenza artificiale chiedono regole e propongono di rallentarne la corsa, Donald Trump, i vertici cinesi e altri scienziati e imprenditori sostengono invece che si deve correre ancora di più e che le regole non servono, bastano i sistemi di controllo interni delle aziende che la stanno sviluppando. Cominciamo dalla corsa. Il problema, dicevamo è quello che viene chiamato black box, scatola nera, quel cuore (o cervello) oscuro della attività dei circuiti neurali dell’intelligenza artificiale nel quale tecnologi e scienziati non riescono a entrare.
Ancora. In sostanza quello che accade è che l’intelligenza artificiale dà risposte e soluzioni a problemi ma non siamo in grado di capire come. Sappiamo, i tecnici sanno, come girando una chiave nel quadro, inserendo una marcia e premendo l’acceleratore la nostra auto si muova; sappiamo, i tecnici sanno, come pigiando dei tasti sul nostro computer ci appaiano le informazioni che cerchiamo, come arrivano le immagini di un film sul nostro schermo, come un farmaco interviene per modificare il corso di una malattia. Come faccia l’intelligenza artificiale a fare quello che fa invece non lo sappiamo o, più precisamente, scienziati e tecnici lo sanno solo in parte perché l’attività delle reti neurali e le loro interazioni sono stratificate e complesse. Scienziati e tecnici sono riusciti fino ad ora a comprendere, e quindi sono in grado di intervenire per correggere le distorsioni, solo per i livelli più superficiali e non invece quelli più profondi.
Braccio di ferro
È in corso una sorta di gara tra l’intelligenza artificiale che avanza sempre di più nella sua crescente complessità e i ricercatori che cercano di penetrarne i meccanismi. L’esigenza di rallentare la corsa dell’Ai nasce da questo: avere il tempo per penetrarne i meccanismi prima che questi diventino tanto complessi da non consentire più agli uomini di controllarli e di intervenire per correggerne o evitarne le deviazioni.
È un passaggio fondamentale, perché sappiamo che queste deviazioni avvengono, e che possano essere devastanti è una ipotesi che non possiamo rischiare si concretizzi senza avere gli strumenti per evitarlo. Quindi se rallentare l’Ai forse per qualcuno dei protagonisti può essere un modo per recuperare rispetto ai concorrenti, per tutti noi umani cittadini del mondo è una scelta essenziale per rimanere in controllo dei nostri destini.
Doppio fronte
Ci vorrà una battaglia per farlo, una battaglia che purtroppo sarà difficile vincere perché c’è un altro livello al quale si gioca questa partita. L’intelligenza artificiale come molte altre tecnologie è dual use, serve per utilizzi civili ma è fondamentale per quelli militari e controllare (politicamente) il suo livello più avanzato è fondamentale per avere il primato strategico: per essere più potenti militarmente dei propri potenziali avversari. È una questione che riguarda essenzialmente Stati Uniti e Cina. Tutti gli altri, a cominciare dall’Europa, sono fuori da questa partita, che di fatto costringe Washington e Pechino a costruire un muro di difesa intorno alle loro aziende tecnologiche e a spingerle a correre sempre di più. Anche a rischio che diventino loro apprendisti stregoni, anche a rischio che l’umanità intera paghi un prezzo che potrebbe essere molto alto. L’unica soluzione, al momento non realistica ma alla quale tutti dovremmo lavorare, è trasformare questa competizione in collaborazione, superare questa stagione segnata dalla ragione della forza e aprire una nuova stagione basata sulla forza della ragione. Ci riusciremo? La vedremo questa nuova stagione?
Le regole
Il secondo punto sono le regole. Alcuni protagonisti le chiedono altri le rifiutano. Non dobbiamo stupirci che alcuni imprenditori del settore siano contrari. Stanno investendo miliardi e puntano su profitti per miliardi, più il campo è aperto, minori sono i limiti maggiori sono i profitti che potranno incassare. Tirano l’acqua al loro mulino. Che però non è il nostro mulino. L’ingegneria genetica, un’altra tecnologia fantastica e rivoluzionaria del nostro tempo, portatrice di vantaggi straordinari alla salute e al ciclo alimentare ma con rischi enormi di applicazioni devianti, è stata regolata dalla comunità scientifica a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, da accordi internazionali, regole europee e dei singoli stati dagli anni ’90 in poi. Le deviazioni non ci sono state e ci auguriamo che il sistema di sicurezza costruito nell’interesse di tutti continui a funzionare.
Algoritmi
Per i social network invece, altra tecnologia dirompente, non è stato costruito un sistema di regole e abbiamo scoperto come le imprese abbiano creato algoritmi che creano dipendenza, favoriscono la polarizzazione e la radicalizzazione. Solo oggi, dopo troppi anni, si prova a porre rimedio e alcuni paesi cominciano a vietarne l’utilizzo agli adolescenti e ai ragazzi e si sta cercando, senza molto successo per il momento, di costringere le aziende a modificare gli algoritmi che spingono verso comportamenti devianti e pericolosi per le persone e la collettività, algoritmi che sono una delle chiavi dei profitti enormi delle imprese che li gestiscono. Sui danni causati dalla mancata regolamentazione dei social c’è una letteratura sterminata che conferma l’esperienza di ciascuno.
Riduzione del rischio
L’interesse generale è che l’intelligenza artificiale, per la sua potenza e rischiosità intrinseca e per la sua capacità di aumentare esponenzialmente la potenza di altre tecnologie, sia sottoposta a regole sul suo utilizzo etico e rispettoso delle persone, delle collettività e dell’ambiente. Non si tratta di chiuderla in un cassetto, di fermarla o di impedirne lo sviluppo ma di ridurne i rischi. Il problema non dovrebbe essere se regolarla o meno ma come farlo, non solo in Europa ma nel mondo intero. E lo sforzo dovrebbe essere di farlo insieme: insieme, la parola magica che nel dibattito pubblico sembra essere scomparsa.
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