
Trieste snodo energetico d'Europa: la Siot cresce con il petrolio Usa e l'addio della Repubblica Ceca alla Russia
Il terminal di Trieste viaggia a ritmi record nei primi nove mesi dell'anno: investimenti per 60 milioni in sicurezza e manutenzione della condotta
Alessandro Gorla da un anno è presidente e amministratore delegato della Siot, azienda che gestisce il terminal petrolifero del porto di Trieste, e general manager del gruppo Tal. Ingegnere chimico, ha operato per 15 anni in Medio Oriente, negli Emirati Arabi e in Arabia Saudita.
Oggi guida una delle più importanti infrastrutture strategiche d’Europa, una conduttura lunga 750 chilometri che trasporta il greggio in otto raffinerie (cinque in Germania, una in Austria e due in Repubblica Ceca): «Il nostro compito è assicurare che l’infrastruttura, che ha l’utilizzo più alto d’Europa, operi con continuità ed efficienza». Nonostante l’impatto di guerre e crisi, le petroliere (325 nei primi nove mesi dell’anno) nel golfo di Trieste non sono diminuite. Gorla spiega la sua visione per l'oleodotto del futuro: sfruttare i 750 chilometri dell’infrastruttura che collega Trieste all’Europa centrale per sviluppare una dorsale per linee dati e telecomunicazioni.
Gorla, l’oleodotto triestino è un termometro del mercato energetico globale. Com’è cambiata la mappa dei flussi di petrolio?
«In un mercato fortemente condizionato dal clima di incertezza, è aumentato il peso del petrolio proveniente dagli Stati Uniti e dal Sud America. Nel nostro terminal è in calo il greggio da Iraq e Arabia Saudita, che lo scorso anno valevano il 12,2 per cento del traffico. Stati Uniti, Guyana e Brasile, che l’anno precedente rappresentavano circa il 7 per cento, sono cresciuti al 20».
Come reagiscono i mercati all’economia della paura?
«Adattando le rotte e attingendo alle riserve strategiche. Quelle americane sono oggi inferiori a 300 milioni di barili, ai livelli più bassi dal 1982. Anche la Cina avrebbe utilizzato una parte significativa delle proprie scorte per attenuare gli effetti della crisi sul mercato interno».
È passato quasi un anno dall’uscita della Repubblica Ceca dal greggio russo trasportato attraverso l’oleodotto Druzhba. Con quale impatto sui traffici Siot?
«Stiamo registrando un andamento molto positivo nei primi nove mesi del 2026, con 31,6 milioni di tonnellate di greggio sbarcate (+5 per cento sul 2025), leggermente sopra il precedente record del 2017. La crescita dei traffici legati alla Repubblica Ceca, sostenuta dall’esclusiva di fornitura, contribuisce per ben un milione di tonnellate aggiuntive nel primo trimestre. La Germania resta il principale mercato, con 27-28 milioni di tonnellate annue. La forte domanda delle raffinerie consente di stimare per il 2026 il traguardo record di circa 43 milioni di tonnellate complessive».
Trump ha bloccato i finanziamenti alla green industry, L’Europa è in difficoltà con il Green Deal. La transizione europea si è fermata?
«No, ma procede più lentamente del previsto. I motori a combustione - auto, camion, agricoli - e il trasporto aereo resteranno in uso ancora per decenni, mentre idrogeno verde e carburanti alternativi richiedono tempo e investimenti. Intanto, l’Europa dipende sempre più dalle importazioni di diesel e cherosene».
La crisi in Medio Oriente si somma agli effetti della guerra tra Russia e Ucraina. Com’è la situazione?
«Prima del conflitto la Russia esportava verso l’Europa circa 750-800 mila barili al giorno solo di diesel, mentre il Medio Oriente ne forniva circa 500-550 mila. Si è quindi creato un deficit complessivo di circa 1-1,3 milioni di barili al giorno, che l’Europa ha dovuto compensare cercando forniture da Stati Uniti e altri Paesi. La situazione è ulteriormente peggiorata a causa della guerra perché molte raffinerie russe sono state danneggiate e nessuna delle raffinerie ucraine risulta attualmente operativa. In questo contesto già fragile, la crisi di Hormuz ha aggiunto un ulteriore elemento di pressione sui mercati energetici e sulle forniture europee».
Quanto investite in infrastrutture e sicurezza?
«In tutta Europa il contesto geopolitico ha aumentato l’attenzione sulla sicurezza delle infrastrutture strategiche. Anche a Trieste abbiamo rafforzato le attività di prevenzione e controllo. Sul fronte infrastrutture stiamo effettuando interventi di manutenzione e sicurezza lungo l’oleodotto. Nel complesso, la spesa annuale per manutenzione e sicurezza del gruppo si aggira sui 55-60 milioni, considerando costi operativi e investimenti».
L’arrivo delle navi Suezmax aumenta flessibilità e capacità del terminale di Trieste.
«L’impatto sui traffici delle navi a maggiore capacità, già evidente nel 2025, sta proseguendo anche quest’anno. Nel 2024 sono arrivate 423 navi, che hanno trasportato 40,02 milioni di tonnellate; nel 2025 le navi sono state 422, ma le tonnellate sono salite a 41,6 milioni. Nel 2026, nei primi nove mesi, sono arrivate 325 navi, che hanno movimentato circa 31,6 milioni di tonnellate».
Come vede l’oleodotto Siot del futuro?
«Una possibile strategia futura di Siot è diversificare le attività, affiancando al trasporto di petrolio nuovi servizi che permettano di valorizzare l’infrastruttura esistente».
Qual è la sua visione?
«L’idea, ancora in fase iniziale, è sfruttare i 750 chilometri di infrastruttura che collegano Trieste all’Europa centrale per sviluppare una dorsale per le linee dati e le telecomunicazioni. Trieste potrebbe diventare un punto strategico di ingresso e uscita dei dati, grazie alla sua posizione nell’Alto Adriatico e alle importanti competenze universitarie e scientifiche. La rete potrebbe collegarsi alle infrastrutture già esistenti e poi verso Vienna, Praga e altre capitali dell’Europa continentale».
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