L’occhiale guarda al futuro
Verso l’edizione 2026 di MIDO Eyewear Show, Nicola Belli di Anfao: «Creatività e innovazione in vetrina a Milano, dalla fabbrica al consumatore: l’integrazione verticale è il modello vincente. La tecnologia c’e, ma serve prudenza»

Sarà un’edizione straordinaria quella di Mido 2026. L’occhialeria deve correre di più sulla digitalizzazione. La creatività e il Made in Italy sono necessari, ma non sufficienti se non si lavora più decisamente sulla filiera per ampliare i margini delle aziende.
Nicola Belli, vice presidente di Anfao con delega a Made in Italy, Innovazione e Produzione, traccia una fotografia del distretto a pochi giorni dall’inaugurazione della 54ª edizione di Mido, in programma dal 31 gennaio al 2 febbraio a Fieramilano Rho, il più grande evento internazionale dell’occhialeria.
Partiamo proprio da Mido, un’edizione da record?
«Direi un’edizione straordinaria: Mido si conferma la fiera di riferimento a livello mondiale dell’occhialeria. Siamo molto contenti e devo dire che la squadra di Mido è stata bravissima nel post Covid a costruire una proposta dinamica, interessante, piena di eventi e momenti di riflessione al di là della parte espositiva».
È la maggiore vetrina mondiale del made in Italy?
«La capacità creativa e manifatturiera tipica del nostro tessuto industriale è un valore cardine e il mercato continua a dirci che è un motivo di preferenza di acquisto. Non esclusivo, ma fondamentale. Da implementare con l’evoluzione tecnologica e un’offerta di servizi più verticalizzata. In un mercato globale, non possiamo più rimanere dei produttori di semilavorati o di prodotto finito, bisogna che le aziende verticalizzino le proprie competenze e offerte di servizio».
Come ha fatto Luxottica?
«Mutatis mutandis, la logica è quella. L’integrazione verticale di Luxottica è il top, difficile da eguagliare per esperienza e dimensioni, però il modello è sicuramente quello, capace di essere vincente e attrattivo, che va ben oltre l’occhialeria».
Quindi oggi l’occhiale è creatività, ma deve essere anche innovazione?
«Io credo che nell’innovazione di Design, con la D maiuscola, cioè non solo semplicemente di stile, ma anche nel pensare il prodotto, rimaniamo maestri qui nel nostro territorio. Gli occhiali più belli, quelli più iconici, da sfilata, nascono nelle nostre aziende grandi e piccole. Abbiamo ampi margini di miglioramento, invece, nello sviluppo delle tecnologie digitali di processo produttivo, nell’efficientamento e anche nella relazione con il mercato e con il cliente finale».
Cioè?
«L’hardware e il software della nostra industria non possono essere elementi separati o gestiti in maniera discontinua. Dovremmo essere in grado di creare un continuo dal pensiero creativo del prodotto, attraverso i processi produttivi, i processi distributivi, l’interazione con le dinamiche commerciali e l’utilizzatore finale. Dobbiamo dotarci di tecnologie digitali che diventino trasversali su tutte le fasi».
Ma come si concretizza questa innovazione?
«Vedo due grandi temi di innovazione: uno è rappresentato dalle tecnologie digitali e dagli smart glasses, l’altro riguarda il mercato ed è la disintermediazione nei processi distributivi e commerciali».
Il primo?
«Siamo in una fase di enorme spinta in questo momento nel portare nel mercato questa nuova categoria di prodotti. La tecnologia c’è, è disponibile, ma credo che ci dovrebbe essere prudenza, perché vedo trascurati i temi dell’impatto sociologico e comportamentale. Nel senso che, quando tu metti in mano all’utilizzatore nel mercato una tecnologia nuova, il tempo di adozione non è mai breve. Trattandosi di una nuova categoria, è opportuno che le nostre aziende tengano gli occhi aperti su queste evoluzioni, perché si creano sicuramente delle opportunità in cui si può essere coinvolti. Quindi prudenti, ma attenti».
Il secondo?
«La disintermediazione del mercato, dei processi commerciali, è tema attuale. Le grandi catene, e qui non parlo solo dell’occhialeria, cosa ci hanno insegnato? Che quando i produttori entrano in rapporto diretto con i consumatori, si sviluppano dei processi logistici molto efficienti e robusti, elementi di competitività molto efficaci nel mercato, perché si riesce a disintermediare tutti i passaggi che non creano valore aggiunto. E questo è un fenomeno che nel nostro settore diventa sempre più evidente, con un cortocircuito positivo e che porta valore a chi produce. Nascendo piccolo, ognuno fa il suo pezzo di lavoro, ma crescendo si impone la verticalizzazione di cui parlavamo prima. E qui si creano opportunità nuove accorciando la filiera».
Anche con il sopraggiungere dell’intelligenza artificiale?
«L’intelligenza artificiale è l’espressione più evoluta della digitalizzazione dell’impresa, quindi è su questo che bisogna correre».
C’è spazio per l’ingresso di nuove aziende?
«C’è spazio per nuovi brand in Europa e in Nord America e c’è spazio per i giovani, perché un’intera generazione del mondo industriale sta andando verso il pensionamento, quindi il tema del ricambio è in accelerazione. Ed è un bellissimo segnale».
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