La pasta italiana la spunta sui dazi antidumping Usa: aumento ridimensionato
All’inizio l’amministrazione Trump aveva ipotizzato aumenti del 91,4%: con le nuove tariffe si va da un rincaro minimo del 2,96% al 13,98%. Rinviati invece al 2027 i rincari dei dazi previsti a carico dei Paesi extra Ue su cucine e imbottiti

Possono tirare un sospiro di sollievo i produttori di pasta italiani che esportano i loro prodotti negli Stati Uniti. I dazi antidumping annunciati lo scorso 4 settembre dall’amministrazione americana sulla pasta made in Italy, che avrebbero dovuto scattare da ieri, nella misura vertiginosa del +91,4% (da sommarsi al 15% del dazio già in vigore per un totale del 107%), sono stati rideterminati in misura significativamente più bassa.
A deciderlo, poche ore prima della fine dell’anno, il dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, in anticipo rispetto alla conclusione dell’indagine attesa per l’11 marzo, avviata a carico di due aziende italiane in particolare, La Molisana e Garofalo, accusate dall’amministrazione a stelle e strisce di dumping, vale a dire di aver venduto negli Usa i propri prodotti ad un prezzo inferiore a quello praticato sul mercato nazionale al fine di sbaragliare la concorrenza.
A comunicare il parziale dietrofront è stata ieri la Farnesina rendendo note le nuove aliquote, decise dall’amministrazione americana, che passano dal 91,74% al 2,26% per La Molisana, al 13,98% per Garofalo e al 9,09% per gli altri produttori non campionati (Agritalia, Aldino, Antiche Tradizioni Di Gragnano, Barilla, Gruppo Milo, Pastificio Artigiano Cav. Giuseppe Cocco, Pastificio Chiavenna, Pastificio Liguori, Pastificio Della Forma, Pastificio Sgambaro, Pastificio Tamma e Rummo).
«La buona notizia che arriva dagli Stati Uniti dimostra come il lavoro serio, senza inutili allarmismi, porti i suoi frutti» ha commentato il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida. «Abbiamo seguito sin da subito la vicenda, ad ottobre a Chicago insieme all’ambasciatore Marco Peronaci avevamo dato un segnale importante: le istituzioni italiane non avrebbero abbandonato i produttori di pasta italiani. Oggi – ha concluso – sappiamo di aver scelto la strada giusta e le tariffe sono fortemente ridimensionate».
Soddisfazione è stata espressa anche da Coldiretti e da Filiera Italia, secondo le cui stime «un dazio come quello preannunciato e che ora sembrerebbe scongiurato, avrebbe raddoppiato il costo di un piatto di pasta per le famiglie americane, spalancando le porte ai prodotti italian sounding e penalizzando la qualità autentica del made in Italy».
Quella sul prodotto simbolo del paniere agroalimentare del Belpaese non è stata l’unica decisione presa a un passo dalla mezzanotte del 31 dicembre dall’amministrazione Usa, che ha messo mano, in zona Cesarini, anche all’annunciato rialzo dei dazi su mobili da cucina e imbottiti per i paesi extra Ue, che avrebbe dovuto scattare ieri, portando la tassa doganale dal 25% – misura entrata in vigore a ottobre – fino rispettivamente al 50% e al 30%. Il presidente Trump ha deciso di rinviare l’aumento al 2027. In questo caso, la decisione non impatta sui paesi Ue (e sul Giappone) che lo scorso ottobre erano riusciti a farsi confermare il dazio al 15%, ma va a vantaggio di tutti gli altri.
«La cosa significativa è però la permanenza di questo martellamento ossessivo sull’uso delle tariffe doganali da parte dell’amministrazione americana per tenere sotto tensione un po’ tutti i mercati. Con quali risultati? Nessuno – dichiara Paolo Fantoni, presidente di Assopannelli – soprattutto per quello che doveva essere il meccanismo di riattivazione della produzione negli Usa di prodotti importati».
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