Grano, la guerra infiamma i prezzi: «Altri rincari delle materie prime»
La preoccupazione di Coldiretti: la chiusura dei porti sul Mar Nero causa carenze sui mercati Pinato, direttore di produzione di Grandi Molini: prima o poi aumenti per i consumatori finali

TRIESTE. Il prezzo del grano è balzato del 38,6% in una settimana dall’inizio della guerra in Ucraina. Alla Borsa merci di Chicago, punto di riferimento mondiale del commercio dei prodotti agricoli, le quotazioni sono fuori controllo. C’è preoccupazione, avverte Coldiretti, per la chiusura dei porti sul Mar Nero che impediscono le spedizioni e creano carenza sul mercato mondiale dove Russia e Ucraina insieme rappresentano il 29% dell’export di grano (quota molto superiore negli anni Novanta) e il 19% di quello di mais.
Quanto sarà elevato il prezzo della guerra? L’Italia importa il 64% del proprio fabbisogno di grano per la produzione di pane e biscotti e il 53% del mais di cui ha bisogno per l’alimentazione del bestiame. L’Ucraina è il nostro secondo fornitore di mais con una quota di poco superiore al 20% ma garantisce anche il 5% dell’import nazionale di grano. Tuttavia non si avverte ancora un effetto diretto della guerra in Ucraina sui produttori del Nordest.
La farina del Nordest
Dal re della farina Grandi Molini, con i suoi impianti da Porto Marghera a Trieste, fino al produttore di surgelati friulano Roncadin, c’è forte preoccupazione soprattutto per la fiammata di prezzi e materie prime e per i costi dell’energia. Gli aumenti delle quotazioni provocati dal conflitto si aggiungono infatti a quelli che, tra luglio e settembre scorso, avevano già provocato un aumento del grano duro del 50% e di un altro 50% a gennaio di quest’anno.
Ma non ci sono carenze di approvvigionamento che potrebbero venire invece da una improvvisa nuova paralisi mondiale della logistica causata dal conflitto. Alessandro Pinato è il direttore degli stabilimenti della Grandi Molini Italiani Spa con cinque molini (Trieste, Porto Marghera, Pordenone, Livorno, Verona) che producono 1 milione di tonnellate di grano macinato ogni giorno con un fatturato (2020) di 250 milioni.
A Porto Marghera lavora il più grande impianto del genere in Europa (tre impianti per il grano tenero e uno per il grano duro) con una capacità di trasformazione di circa 2.000 tonnellate al giorno. Uno snodo centrale per assicurare le farine di cereali nel nostro Paese.
L’impatto della guerra? «L’Europa è un’area esportatrice di grano e produce più di quello che consuma. Il mercato europeo -risponde Pinato- ha saputo reagire e trovare un equilibrio. Da Trieste a Porto Marghera non importiamo grano dall’Ucraina e non ci sono problemi di approvvigionamento. Dalla Russia abbiamo importato negli anni esclusivamente grani di alta qualità più proteici. A Porto Marghera e Trieste ci riforniamo prevalentemente dal Sud Italia e dal centro Europa».
Trasporti via mare
Il grano viene sbarcato sulla banchina della Grandi Molini che lo macina e spedisce via camion, ferrovia o nave ai suoi clienti, da Barilla, Galbusera, Colussi, Pasta Zara: «Il 90% dei nostri prodotti primari, che sono farine e semole, vengono distribuiti in Italia e il restante 10% nella vicina Europa».
Il terminal cereali della Grandi Molini in Punto franco nuovo all’interno del porto di Trieste, una trentina di dipendenti, con una capacità macinante di 700 tonnellate di grano duro al giorno soprattutto per il vicino pastificio Barilla con il quale, come ai tempi di Pasta Zara, ha creato un vera filiera alimentare: «Anche a Trieste non c’è un rischio Ucraina per la sua peculiarità produttiva in quanto ci riforniamo di grano duro sui mercati del Sud Europa e Sud Italia. L’intermodalità dello scalo triestino ci permette di modulare le modalità di trasporto (treno, camion e nave) in base alla convenienza. Siamo preoccupati per la fiammata dei prezzi dei noli (che incide sulla convenienza dei trasporti via nave), delle materie prime e dei costi dell’energia aumentati del 400% che precede gli aumenti provocati dal conflitto. Già sei mesi fa le quotazioni del grano duro erano aumentate del 100%. E temiamo il momento in cui gli aumenti dovranno subirli i consumatori».
Listini sotto stress
«I rincari delle materie prime che utilizziamo per la preparazione delle pizze surgelate stanno avvenendo ormai da tempo, e quello del grano, a causa del conflitto in Ucraina, è l’ultimo che stiamo registrando» - dichiara Edoardo Roncadin, presidente del Gruppo Roncadin, azienda che non importa direttamente ma che «si rifornisce dai molini locali. Rispetto al prodotto finito - spiega ancora l’imprenditore -, il prezzo del grano ha un impatto minore nel raffronto con altre materie prime, penso ad esempio alla mozzarella che è quasi raddoppiata dai 2,80 ai 4,20 euro al chilo, a causa dei maggiori costi di produzione».
Elettricità alle stelle
La prima voce nell’elenco dei costi che le imprese stanno sopportando resta «l’energia elettrica e il gas. Un anno fa - ricorda Roncadin - il gas valeva 20 euro a megawattora, oggi siamo a 200...». E il contesto è in peggioramento «perchè il conflitto in Ucraina ci costringe a “navigare a vista”, come si suol dire - prosegue ancora Roncadin - perchè nei fatti ogni programmazione diventa difficile, se non impossibile». Timori di difficoltà nell’approvvigionameno, al momento, non ce ne sono. «Dire se in futuro continuerà ad essere così, al momento non è possibile» conclude Roncadin.—
(Ha collaborato Elena Del Giudice)
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