Agricole ago della bilancia nel risiko tra Mps e Banco

Il ruolo cruciale dei francesi, primo socio dell’istituto milanese con il 29,3%. Sul tavolo resta però l’alternativa di un’aggregazione con Bpm. Nascerebbe un polo da 297,7 miliardi, con una forte presenza nel Nordest

Piercarlo Fiumanò
Il quartier generale di Bpm
Il quartier generale di Bpm

Sullo scacchiere del risiko bancario tutte le pedine sono in movimento.

L'amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, ha messo sul tavolo la doppia offerta pubblica di scambio (Ops) su Banco Bpm e Banca Generali: una mossa per costruire un'alternativa all'Opas lanciata da Intesa Sanpaolo sull'istituto senese, con il sostegno di Unipol.

Banco Bpm ha già preso le distanze nel cda straordinario del 25 agosto che ha definito l’offerta di Siena non concordata né sollecitata e priva di un premio per gli azionisti del Banco.

I riflettori sono accesi sul Crédit Agricole, primo azionista di Piazza Meda con il 29,3%, che finora ha mostrato freddezza sull’ipotesi di un’aggregazione con Siena e potrebbe guardare con maggiore interesse, per ragioni industriali e strategiche, a una possibile integrazione tra Banco Bpm e Crédit Agricole Italia che avrebbe una importante base di sportelli a Nordest.

In estate, l’amministratore delegato di Bpm, Giuseppe Castagna, aveva definito questa ipotesi di aggregazione italo-francese «molto solida», a condizione che fosse in grado di «soddisfare anche tutti gli altri azionisti».

Nei piani dell’ad di Monte dei Paschi, se le offerte su Banco Bpm e Banca Generali andassero a buon fine, il nuovo gruppo, integrato con Mediobanca, sarebbe destinato a entrare tra le prime dieci banche europee, con una capitalizzazione di mercato pro forma di circa 80 miliardi di euro.

Per superare le riserve di Parigi, sui mercati si è ipotizzato un accordo con Crédit Agricole che preveda, come contropartita, la cessione al gruppo francese di parte degli sportelli in eccesso derivanti dall'aggregazione.

Gli analisti ricordano il precedente del 2007, quando, nell’ambito del riassetto seguito alla nascita di Intesa Sanpaolo, Crédit Agricole rilevò Cariparma e FriulAdria insieme a una parte degli sportelli provenienti dall’ex Banca Intesa.

Ma se andasse in porto invece l’altro scenario quale sarebbe la distribuzione territoriale di una Banca Bpm a trazione italo-francese?

Crédit Agricole Italia conta quasi mille filiali, concentrate soprattutto nel Nord del Paese, con una presenza particolarmente significativa in Lombardia, Emilia Romagna e Nordest.

Il gruppo dispone di una presenza storica in queste aree, costruita nel tempo attraverso acquisizioni, accordi industriali e partnership commerciali, che rende l'Italia uno dei mercati strategici del gruppo francese.

Secondo alcune stime di mercato, Crédit Agricole Italia potrebbe valere circa 8 miliardi di euro, di cui 5,5-6 miliardi riconducibili alla quota detenuta dalla capogruppo francese.

Il radicamento è particolarmente forte nel Nordest, dove Crédit Agricole Italia è presente attraverso la storica FriulAdria, realtà legata a Pordenone e con una presenza significativa in Friuli Venezia Giulia e Veneto.

Un patrimonio territoriale che, in caso di un'aggregazione con Banco Bpm, potrebbe assumere un peso rilevante anche sul piano industriale e commerciale.

Da un'ipotetica fusione tra Banco Bpm e Crédit Agricole Italia, secondo i bilanci 2025, nascerebbe un gruppo da 297,7 miliardi di attivi, 166,4 miliardi di impieghi, 24,2 miliardi di patrimonio, con 31.229 dipendenti

Le due banche avrebbero una rete complessiva di 2.356 filiali (1.363 sportelli Banco Bpm; 993 Crédit Agricole Italia) con oltre il 70% concentrato in cinque regioni: Lombardia (694), Emilia Romagna (346), Veneto (228), Toscana (200) e Piemonte (191).

Crédit Agricole conta 71 filiali in Friuli Venezia Giulia, contro le 7 di Banco Bpm, per un totale di 78.

Reti che si sovrappongono soprattutto nel Nord, creando potenziali sinergie su filiali, costi e immobili, mentre il gruppo rafforzerebbe il presidio delle aree a maggiore densità di Pmi.

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