Giovanni Foresti (Intesa Sanpaolo). «Il Nord Est è molto esposto ai prezzi dell’energia. Ma le imprese investono»
Veneto e Friuli Venezia Giulia sono tra le aree più esposte agli shock globali. Giovanni Foresti: «Tecnologia, autoproduzione energetica e diversificazione dei mercati sono le nuove bussole strategiche per le imprese»

«La tecnologia, l'autoproduzione energetica e la diversificazione dei mercati di sbocco e di approvvigionamento rappresentano oggi le nuove bussole strategiche per le imprese del Nord Est, chiamate a navigare in un mare agitato da crescenti tensioni geopolitiche e nuove barriere tariffarie».
Con queste parole Giovanni Foresti, responsabile Regional research del Research department di Intesa Sanpaolo, fotografa la reazione necessaria, da parte del tessuto produttivo di Veneto e Friuli Venezia Giulia, di fronte all'instabilità in Medio Oriente e alle incertezze della politica commerciale globale.
Secondo l’economista, la capacità di reazione delle aziende trivenete passa attraverso una decisa accelerazione tecnologica e una revisione profonda delle rotte commerciali, puntando su una maggiore autonomia energetica per proteggere la competitività della manifattura locale.
Dottor Foresti, cosa rischia il Nord-Est alla luce del nuovo conflitto armato in Medio Oriente?
«Per valutare questo impatto abbiamo elaborato un modello che incrocia l’esposizione commerciale diretta verso i Paesi coinvolti con l’intensità energetica. Quest'ultima stima quanto incidono i costi di gas ed elettricità, sia diretti che indiretti, sul valore totale della produzione: in sintesi, ci dice quanto una Regione è vulnerabile ai rincari energetici che spesso accompagnano le crisi in quell’area. Il Veneto e il Friuli Venezia Giulia si trovano in una posizione di particolare attenzione. Il Veneto presenta un'intensità energetica del 19,3%, un valore che lo colloca tra le regioni italiane più dipendenti dall’energia, superato solo da poche realtà come la Liguria. Il Friuli Venezia Giulia segue con il 18,9%, posizionandosi anch’esso nella fascia alta della classifica nazionale, con valori superiori a quelli di grandi motori industriali come la Lombardia o il Piemonte. Sul fronte commerciale, il peso dell’export verso l'area del conflitto è del 2,8% per il Veneto e del 2,0% per il Friuli Venezia Giulia. Sebbene altre regioni come la Toscana o la Liguria abbiano un’esposizione commerciale superiore, il vero elemento di fragilità del Nord Est è la combinazione tra questi dati e una propensione all'export molto elevata. In un mondo interconnesso, la forte vocazione manifatturiera di queste due Regioni agisce come un amplificatore: ogni scossa sul prezzo dell’energia o sulle rotte di scambio internazionali colpisce qui con più forza che altrove».
Quali sono i comparti produttivi che risultano maggiormente presenti sui mercati mediorientali?
«In Veneto la meccanica è il primo settore per valore con 562 milioni di euro esportati nel 2025, ma l’oreficeria registra l’incidenza più alta sul totale del comparto, pari al 14,5%. Sono rilevanti anche le Life Sciences (farmaceutica e biomedicale, nds) con 186 milioni e la metallurgia con 165 milioni. Per il Friuli Venezia Giulia la meccanica domina con 190 milioni di euro e un’incidenza del 5,5%, seguita dai mobili con 52 milioni e dai prodotti e materiali da costruzione che, pur con 14 milioni, pesano per il 5,4 per cento sul totale settoriale».
Oltre al conflitto, le imprese devono gestire la nuova politica commerciale americana. Quali strategie stanno adottando nel Triveneto?
«Le aziende dell’area stanno reagendo con estremo dinamismo, spesso anticipando le tendenze nazionali. La strategia principale è la ricerca di nuovi clienti in mercati alternativi, indicata dal 65 per cento delle imprese. Circa il 35 per cento ha scelto di anticipare consegne e vendite verso gli Stati Uniti, mentre il 30 per cento indica che ha già provveduto a una revisione dei listini. È inoltre significativa la propensione a valutare l’apertura di filiali commerciali o siti produttivi direttamente negli Stati Uniti per mitigare l’impatto dei dazi».
Quali sono le priorità di investimento identificate per il 2026 per contrastare questa pluralità di rischi?
«Nonostante le preoccupazioni per lo scenario macroeconomico e la crisi energetica, le imprese puntano con decisione su tecnologia e sostenibilità. Per il 2026 gli investimenti nel Triveneto vedono al primo posto l’intelligenza artificiale, seguita dalla cybersecurity e dall’autoproduzione di energia. Al contrario, si registra una frenata negli investimenti destinati all’acquisizione di aziende all’estero, segno di una maggiore cautela strategica dettata dal complesso quadro geopolitico».
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