La politica deve salvaguardare le imprese: i Top 100 di Nem riflettono sul presente
Le cifre indicano ancora oggi la capacità delle imprese friul-giuliane, venete, trentine di inventarsi mercati nuovi, di cercare partners che vadano a sostituire o a compensare altri rapporti cedenti. Segni di un vitalismo già sperimentato in tante altre crisi. Il ciclo di incontri di Nord Est Multimedia

Qualche giorno dopo il terremoto del 6 maggio 1976, l’arcivescovo di Udine, Alfredo Battisti, propose un orizzonte per la ricostruzione: «Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese». Metteva al centro le fabbriche, come patrimonio comune e come generatore di benessere per tutti, come perno della società. Oggi è non è meno vero di allora, posto che la leadership reale della classe imprenditoriale è anche superiore rispetto al percepito e alla stessa auto-consapevolezza dei protagonisti.
Ebbene, il tema della preservazione delle fabbriche è di primaria importanza anche in questi tempi segnati da una profonda incertezza e, a loro modo e se a chi visse l’evento di 50 anni fa non parrà blasfemo, impattati in economia da una sorta di terremoto.
Preservare significa in primis porre le politiche industriali in cima alle priorità dei vari livelli di governo, dall’Unione europea fino alle amministrazioni locali, passando ovviamente da uno Stato centrale che rivendica poteri e ruoli come non accadeva da decenni.
La questione è diventata oltremodo urgente e autenticamente fondamentale nell’ultimo biennio e massimamente al presente. Fin dai primi mesi del 2025, le tensioni commerciali internazionali innescate dalle politiche protezionistiche introdotte dall’amministrazione Trump, ha radicalmente interrogato le prospettive di crescita in particolare delle imprese più orientate all’export.
Sarebbe a dire che la scossa sismica indotta dalla nuova presidenza statunitense ha impattato in particolare aree, come è il Nord Est d’Italia, maggiormente vocate alle relazioni commerciali su scala internazionale.
I segnali di allarme
I numeri sulle esportazioni riguardanti le esportazioni, tuttavia, non dichiarano (ancora) veri segnali di allarme, posto che il Veneto nel 2025 arretra dello 0,2% e il Trentino-Alto Adige dello 0,9%, mentre appare in netta controtendenza solo il Friuli Venezia Giulia con un +17,8% chiaramente trainato dalla cantieristica navale (al netto di tale anomalia, la crescita consisterebbe comunque in un +2,5%).
Cifre che indicano la capacità delle imprese friul-giuliane, venete, trentine di inventarsi mercati nuovi, di cercare partners che vadano a sostituire o a compensare altri rapporti cedenti. Segni di un vitalismo già sperimentato in tante altre crisi.
Fronteggiare i fattori critici
Le 100 maggiori imprese per volumi di fatturato in questa essenziale porzione del Paese hanno palesato, nei bilanci 2024 che sono oggetto dell’annuale ricerca condotta con PwC e con Fondazione Nord Est, di saper fronteggiare il complesso di fattori critici emersi lungo la navigazione. Ne hanno risentito i margini, segno della pressione della concorrenza internazionale. Ma l’impatto effettivo dei dazi trumpiani e delle susseguenti ondate di instabilità li registreremo solo con i bilanci del 2025.
Quel che vediamo a occhio nudo, da un mese e mezzo a questa parte, sono gli scossoni provocati all’economia reale dalla guerra scatenata da Usa e Israele contro l’Iran. La chiusura dello Stretto di Hormuz, con relativi effetti sui costi dell’energia e sulla volatilità delle materie prime, rappresenta “la” nuova minaccia con cui devono fare i conti tutti i capi azienda. Perché è un fattore di importanza sistemica.
In questo senso occorrerebbe il massimo di concentrazione da parte dei decisori politici sulla salvaguardia dell’impresa, con tutte le misure straordinarie necessarie.
Whatever it takes.
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