Meno rischiose, più solide: i dati delle imprese femminili

L’analisi di Cribis: inclusione e qualità della governance sono elementi strutturali di un modello di sviluppo moderno e duraturo

Fiorenza Orsitto *
Fiorenza Orsitto
Fiorenza Orsitto

Il tema della parità di genere rappresenta oggi una delle leve strategiche più rilevanti per lo sviluppo economico e sociale. I dati più recenti mostrano come, a livello globale, il percorso verso l’equilibrio sia ancora in evoluzione, ma anche come molti sistemi economici – Italia inclusa – abbiano avviato trasformazioni strutturali che meritano attenzione.

Secondo il Global Gender Gap Report del World Economic Forum, nel 2026 l’Italia ha colmato circa il 70,4% del divario di genere complessivo, collocandosi all’85° posto su 148 Paesi analizzati. Un avanzamento lieve su base annua (+0,1%), che segnala tuttavia una direzione di marcia definita, seppur graduale.

Il mondo delle imprese riflette chiaramente questa dinamica.

In Italia, il 31% delle posizioni di leadership aziendale è oggi ricoperto da donne, una quota che cresce nel tempo ma che evidenzia come il pieno equilibrio non sia ancora stato raggiunto. La presenza femminile è significativa all’ingresso nel mercato del lavoro (51%), si riduce al primo livello manageriale (36%) e diventa più contenuta nei ruoli dirigenziali apicali (23%). Un andamento che conferma l’esistenza di margini di miglioramento nei percorsi di carriera, a fronte di livelli di istruzione e competenze sempre più allineati, e spesso superiori, a quelli maschili.

Nel complesso, nel biennio 2025–2026 le donne rappresentano circa il 22–23% dei dirigenti nel settore privato, con una maggiore concentrazione nel terziario (26%) rispetto all’industria (16–17%). A livello territoriale, la quota media nazionale di donne in posizioni dirigenziali si attesta al 25,2%, con alcune regioni che mostrano performance più avanzate.

All’interno di questo quadro, il Nord Est presenta valori prossimi alla media italiana, con alcune province che si collocano in linea o leggermente al di sotto, a testimonianza di un processo di progressivo riequilibrio.

Parallelamente, cresce il ruolo delle imprese femminili, intese come imprese individuali guidate da donne, società con prevalenza femminile nella proprietà o negli organi di amministrazione e consorzi a maggioranza femminile. Nel 2026, in Italia se ne contano 683 mila attive. Dal 2023 ne sono nate oltre 222 mila, di cui circa 25 mila nel Triveneto, pari a circa l’11% del totale delle nuove imprese femminili. Un dato che segnala una partecipazione significativa dell’area alle dinamiche imprenditoriali del Paese.

Dal punto di vista settoriale, le imprese femminili si concentrano principalmente nei servizi, che rappresentano oltre il 70% del totale, con una forte presenza in turismo, ristorazione, commercio e nei servizi alla persona. Rilevante è anche il contributo femminile in agricoltura, dove circa il 31,5% delle aziende è condotto da donne. Accanto a questi ambiti, si osserva una crescita costante in settori meno tradizionali – dalla manifattura leggera alla logistica, dalle costruzioni al digitale e alla sostenibilità – segno di una leadership sempre più diversificata e trasversale.

Le evidenze diventano particolarmente interessanti se si osservano le performance economico-finanziarie e di sostenibilità. Circa il 55% delle imprese femminili italiane presenta un rischio commerciale minimo o basso, una quota superiore alla media nazionale. Ancora più marcata è la differenza sul piano ESG: il 46% mostra un rischio ambientale basso (contro il 43% della media), il 25% un rischio sociale basso (vs 19%) e il 26% un rischio di governance basso (vs 20%). Indicatori che suggeriscono un approccio gestionale orientato alla responsabilità, alla qualità dei processi decisionali e alla cura delle relazioni con gli stakeholder.

Analizzando le imprese del Triveneto, il quadro appare ulteriormente rafforzato. Nel 2026 le imprese femminili attive sono 108.397, di cui 74.557 in Veneto, 16.490 in Friuli Venezia Giulia e 17.350 in Trentino-Alto Adige. Qui emerge una trasformazione qualitativa rilevante: aumentano le società di capitali, diminuiscono le forme meno strutturate e crescono imprese più capitalizzate, resilienti e organizzate. Anche in questo contesto, circa il 55% presenta un rischio commerciale basso e le performance ESG risultano in linea con la media nazionale delle imprese femminili, soprattutto nei pilastri Social e Governance.

Nel loro insieme, questi dati restituiscono un messaggio chiaro: imprese femminili e gender balanced rappresentano un fattore concreto di competitività, solidità e sostenibilità. Il percorso è ancora in evoluzione, ma le evidenze mostrano come l’inclusione e la qualità della governance non siano solo obiettivi sociali, bensì elementi strutturali di un modello di sviluppo moderno e duraturo. —

* Esg business manager di Cribis

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