Sport ed economia: «L’industria sportiva vince con l’innovazione»

Sport Business Forum 2026, Cremonese (Mvc Group) e Pavanello (Macron) analizzano il futuro del settore e le strategie per essere competitivi: «Piccoli rispetto ai colossi ma il know-how è a Nordest»

Roberta Paolini
Un incontro allo Sport Business Forum dello scorso anno
Un incontro allo Sport Business Forum dello scorso anno

Cambia la conformazione del capitale, marchi storici passano di mano, altri diventano più forti e selettivi, la finanza guarda con interesse. Ma l’anima tecnologica e industriale dello Sportsystem italiano continua a battere dove è nato: nel Nordest italiano. «Lo Sportsystem sta bene e continua a dimostrare nel mondo di saper fare prodotti vincenti», sintetizza Alessio Cremonese, vicepresidente Confindustria Belluno Dolomiti, presidente di Assosport e presidente esecutivo di Mvc Group, 113 milioni di ricavi, proprietario del marchio Castelli – che produce la Maglia Rosa del Giro d’Italia – Sportful, Karpos e Zoot.

Secondo Cremonese, i diversi segmenti che compongono il comparto stanno vivendo fasi positive. Il settore della montagna beneficia dell’effetto trainante delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026, mentre il fitness continua a registrare una crescita sostenuta. Anche il ciclismo, dopo la frenata seguita al boom del periodo pandemico, è tornato a crescere almeno nelle categorie dell’abbigliamento tecnico, delle calzature, dei caschi e degli occhiali.

Il distretto di Montebelluna continua, intanto a rappresentare un unicum a livello internazionale. «Molte aziende estere producono o ingegnerizzano i propri prodotti nel nostro territorio. Questo significa che il know-how, la ricerca e lo sviluppo sono rimasti qui», osserva Cremonese. Un dato continua a fotografare il peso industriale del distretto: oltre il 60% degli scarponi venduti nel mondo nasce da processi di progettazione, sviluppo o ingegnerizzazione riconducibili all’area montebellunese. Una leadership costruita non sulle dimensioni delle imprese ma sulla capacità di innovazione.

«Le nostre aziende sono spesso più piccole rispetto ai grandi colossi internazionali, ma hanno una capacità di ricerca e sviluppo che talvolta fa invidia anche ai gruppi americani. Per questo molte realtà straniere continuano a venire qui alla ricerca di competenze che altrove faticano a trovare».

Accanto alla tenuta industriale emerge però una trasformazione profonda degli assetti proprietari. Negli ultimi anni numerose aziende del comparto hanno aperto il capitale a fondi d’investimento o a partner industriali per sostenere la crescita internazionale. Un’evoluzione che Cremonese non considera un elemento di debolezza. «Le nostre aziende esportano ormai tra il 70% e l’80% della produzione. Per affrontare mercati sempre più complessi servono risorse finanziarie, competenze manageriali e capacità organizzative. L’ingresso di partner esterni rappresenta spesso una leva positiva per lo sviluppo».

Secondo il presidente di Assosport il passaggio da impresa familiare a impresa manageriale costituisce una fase naturale della crescita. «Non si tratta soltanto di capitali. Si tratta anche di attrarre competenze e professionalità che possono aiutare l’azienda a consolidarsi sui mercati internazionali».

L’esperienza di Gianluca Pavanello, ad di Macron e vicepresidente di Assosport, è ancora diversa. «Il calcio è un settore estremamente competitivo perché ci sono aziende molto grandi. Però se qualcuno lavora bene, con attenzione, disciplina e ossessione, può trovare un proprio posizionamento e farsi largo. È quello che abbiamo fatto noi: siamo passati in vent’anni da 10 a 245 milioni di fatturato e oggi abbiamo un numero di squadre nel calcio europeo addirittura superiore a Nike e Adidas».

Ed è proprio qui che si trova la chiave della strategia Macron. Invece di concentrare le risorse su pochi grandi club capaci di assorbire gran parte dei budget, il gruppo ha preferito costruire. «Ci piace puntare su società con forte potenziale di crescita e costruire insieme una storia di successo. Un esempio è il Crystal Palace, che sta diventando sempre più importante. Preferiamo crescere insieme ai club piuttosto che investire tutto su realtà già affermate».

Dietro questa scelta c’è però una logica industriale molto precisa. Le sponsorizzazioni professionistiche non rappresentano infatti il vero mercato di riferimento dell’azienda. «La punta della piramide serve a promuovere il brand. Il nostro mercato è tutta la parte sottostante: il mondo semiprofessionistico, dilettantistico e amatoriale. È lì che realizziamo il fatturato», dice Pavanello.

Un modello che si appoggia su una rete commerciale costruita negli anni e considerata uno degli asset strategici dell’azienda. Macron conta oggi circa 200 Sports Hub distribuiti in oltre trenta Paesi. «Fare un ottimo prodotto è fondamentale, ma oggi non costruisci un vantaggio competitivo soltanto con il prodotto. Servono distribuzione, comunicazione, delivery. Il go to market è diventato molto più importante rispetto al passato».

 

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