Treviso e Belluno: lo sport tra economia e identità

Da venerdì 5 a domenica 7, il festival di Confindustria e Nord Est Multimedia attraversa le due città con un programma tra agonismo, impresa e cultura. I giovani, l’inclusione e Milano-Cortina 2026. Protagonisti Tamberi, Pittis, Banchi, Lollobrigida, Dotto, Lorenzetti e Simeoni

Andrea SchiavonAndrea Schiavon

Di cosa parliamo quando parliamo di sport?

In questa domanda riecheggiano Carver e Murakami ed è intorno a questo interrogativo che abbiamo costruito il programma dello Sport Business Forum.

Parliamo di corpi che crescono in movimento e, a un certo punto, si fermano. Parliamo di ragazzi che abbandonano lo sport proprio negli anni in cui ne avrebbero più bisogno. La tappa di Treviso si apre così, con una domanda diretta, senza scorciatoie: perché si smette?

Dentro questa domanda c’è molto più di una statistica. Ci sono storie individuali, certo, ma anche responsabilità diffuse. Famiglie, scuola, associazioni sportive, istituzioni, mondo produttivo: trattenere i giovani nello sport non è mai il compito di uno solo. È un lavoro di sistema. Ed è un passaggio decisivo, perché nello sport si creano relazioni e si impara a stare dentro le difficoltà prima ancora che a vincere.

Ma se parliamo di sport, parliamo anche di ciò che lo rende possibile: un sistema produttivo che lo sostiene, lo innova, lo accompagna.

Sport Business Forum: tutto sull’edizione 2026
La redazione

Che cosa aiuta lo sport

Il Veneto, e Treviso in particolare, è uno dei luoghi in cui questa dimensione appare con maggiore evidenza. Qui lo sport è industria, è filiera, è capacità di trasformare un’idea in un prodotto che arriva sui campi di tutto il mondo. Aziende, marchi, visioni diverse si confrontano per raccontare come si costruisce valore, dalla testa ai piedi. Non è solo questione di abbigliamento o attrezzatura: è una riflessione su design, tecnologia, identità e posizionamento globale.

È qui che il movimento diventa economia concreta.

È qui che si misura un’altra forma di talento: quello imprenditoriale, capace di leggere i cambiamenti, di anticipare le esigenze, di stare dentro una competizione globale senza perdere il legame con il territorio.

Dalla maglia rosa del Giro a quelle azzurre che vestono l’Italia fino alle calzature che si spingono sulle vette himalayane, insieme ad Alessio Cremonese (MVC Group), Sandro Parisotto (Scarpa) e Gianluca Pavanello (Macron) indagheremo su che cosa significhi vestire atleti e atlete per vincere.

E poi ci sono le storie personali, che restano sempre il centro del racconto.

Riccardo Pittis parte da un gesto tecnico – cambiare mano – per raccontare qualcosa che riguarda tutti: la capacità di adattarsi. Nello sport succede continuamente, nella vita spesso siamo meno pronti ad accettarlo. Eppure è proprio in quel cambiamento che si costruiscono le traiettorie più interessanti.

Accanto a questo, c’è una dimensione più intima, ma non meno politica.

Francesca Lollobrigida porta il tema della parità di genere dentro la relazione più semplice e più complessa: quella tra genitori e figli. Come si spiegano certi valori? Come si rendono concreti? Anche in questo caso, lo sport diventa un linguaggio. Un modo per tradurre concetti in esperienze.

Lo stesso vale per il tema dell’inclusione e del contrasto alla violenza di genere.

Non come dichiarazione di principio, ma come pratica quotidiana. Nei gesti e nelle parole. Lo sport, se vuole essere davvero un luogo aperto, deve saper tenere insieme queste dimensioni senza semplificarle.

Il racconto si allarga e si contamina.

Il ciclismo incontra la musica e la cultura, facendo dialogare mondi che raramente si parlano, ma che condividono la stessa tensione verso l’eccellenza, come accade tra Colnago e il Teatro alla Scala di Milano. Attraverso il basket e il commissario tecnico della Nazionale maschile Luca Banchi ci porremo un’altra domanda: dove va il talento oggi? È un interrogativo che riguarda lo sport, ma che parla anche alle imprese.

Poi arriva la città. La sera, Treviso cambia passo con Corritreviso. La corsa attraversa le sue strade e le restituisce una dimensione essenziale: quella del corpo in movimento. È uno sport che torna a essere immediato e condiviso.

Sport Business Forum, il direttore del gruppo Nem Possamai: "Gli eventi valorizzano il patrimonio sociale"

Da Treviso a Belluno

Come in una staffetta, il testimone passa nel segno dei Giochi, con tanti atleti olimpici e paralimpici: da Christof Innerhofer a Federico Pellegrino, da Elia Barp a Lucia Dalmasso, da Angela e Flavio Menardi a Luca Palla e Matteo Ronzani.

Le loro storie ci ricordano che dietro ogni risultato c’è una ridefinizione continua del proprio orizzonte. L’obiettivo non è mai solo il traguardo, ma il percorso che lo rende possibile.

E in questo percorso la difficoltà non è un ostacolo da evitare: è una materia da lavorare.

Questa idea ritorna in molte delle voci presenti. Nel racconto di chi ha vissuto più di una carriera, di chi ha attraversato momenti complessi, di chi ha dovuto fermarsi e ripartire. Achille Polonara, Andrea Carnevale, Gianluigi Lentini: storie diverse, ma una struttura comune. Cadere, in qualche forma, è inevitabile. Rialzarsi è una scelta.

C’è poi un altro elemento che attraversa Belluno in modo evidente: il tempo. Il tempo lungo delle storie familiari, come quella raccontata da Maria Rosa Quario insieme a Federica Brignone, in cui lo sport diventa un filo che unisce generazioni.

Il tempo di una vita in campo come quella di Paolo Casarin, che ci rimanda a un calcio diverso.

Il tempo di un percorso in panchina come quello di Angelo Lorenzetti, che porta lo scudetto del volley cucito sulle maglie di quattro diverse città.

E il tempo che guarda avanti, quello delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Non solo un evento, ma un processo già in atto. Un banco di prova per organizzazione, infrastrutture, mobilità, accoglienza.

Da questo punto di vista, Belluno è un laboratorio. Le best practice che nascono attorno ai grandi eventi sportivi non restano confinate all’interno delle competizioni. Si traducono in modelli e competenze che rimangono sul territorio. Anche questo è sport.

Dentro questo scenario si inseriscono altri livelli di lettura. La tecnologia, ad esempio, che modifica il modo di allenarsi e di competere. La gestione della complessità, che non riguarda solo gli atleti ma anche chi lo sport lo organizza.

Parliamo di un mondo in cui il confine tra sport e business non è più netto. Lo si vede chiaramente nelle riflessioni di chi, come Michael Payne, ha lavorato ai vertici del movimento olimpico: lo sport è business, e il business è sport. Non come slogan, ma come descrizione di una realtà in cui valore economico e valore sociale si intrecciano continuamente.

E poi, ancora una volta, tornano le figure simboliche. Come Sara Simeoni, con la sua leggerezza, e Gianmarco Tamberi, con un racconto che tiene insieme fragilità ed energia. Due traiettorie diverse, stesso punto: alzare l’asticella non è mai solo un fatto tecnico.

A questo punto, la domanda iniziale torna con più forza. Di cosa parliamo quando parliamo di sport? Dopo le giornate di lancio a Trieste, il viaggio dello Sport Business Forum in questo 2026 trova a Treviso e Belluno una nuova profondità. Ogni voce arricchisce e moltiplica i punti di vista. La giusta risposta, più che una definizione, è un movimento.

*Andrea Schiavon è direttore dello Sport Business Forum e della Fondazione SIT

Riproduzione riservata © il Nord Est