Peterson e Tanjevic, incontro tra titani: la danza dei mondi del basket a Sport Business Forum di Trieste
I due maestri si incontreranno venerdì 29 maggio alle 16.30 in un appuntamento imperdibile: Dan ospite del programma, Boscia in platea, a sorpresa, per abbracciarlo

Immaginate due rette parallele che, contro ogni legge della geometria, decidono di piegarsi, incrociarsi e infine danzare insieme sullo stesso parquet. Venerdì pomeriggio, a Trieste, quelle due rette si fanno carne, ossa, gessetti sulle lavagne, voci inconfondibili e rumori di palloni che rimbalzano sui parquet.
Da una parte Dan Peterson, l’uomo di Evanston, Illinois, che ha portato l’America in Italia con un accento diventato leggenda, ospite di un’intervista pubblica attesissima da chi ama lo sport, la sua storia e i suoi principi. Dall’altra Boscia Tanjevic, magnifico rettore dei canestri, carismatico stratega di Pljevlja in Montenegro e di Sarajevo in Bosnia, che ha eletto Trieste a sua luogo dell’anima e della vita quotidiana, visionario che guarda i giovani e vede in loro i giganti, prima ancora che lo diventino. Peterson è uno dei protagonisti di Sport Business Forum, la tappa di avvio del tour di narrazione sportiva. Tanjevic vuole esserci per ritrovarlo e scambiare un po’ di idee. Sul basket, sulla vita, su Trieste, sull’Italia, su quello che vorranno.
È una danza di destini. E il primo passo di questa danza si muove a ritmo di jazz dell’area di Chicago e di percussioni balcaniche. Dan arriva in Italia nel 1973, pescato dalla Virtus Bologna perché un altro americano aveva declinato l’invito. Negli stessi anni, dall’altra parte dell’Adriatico, un Boscia non ancora trentenne compie il primo miracolo: prende il Bosna Sarajevo e lo trascina, anno dopo anno, fino a salire sul tetto d’Europa nel 1979. Due contaminatori culturali, prima ancora che sportivi. Peterson insegna agli italiani l’estetica del messaggio breve, la cattura ispirata degli slogan e la semplificazione (intelligente) delle pratiche tattiche, tecniche e comunicative.

Con la precisione chirurgica del dettaglio: l’arte della transizione e della difesa 1-3-1 e il micidiale Lipton Ice Tea, che per lui, si sa, era numero uno. Tanjevic, invece, incendia i cuori con il basket totale, fatto di intensità feroce, difese asfissianti e un amore viscerale per il talento dei ragazzi a cui toglieva la paura di sbagliare e infondeva il culto delle opportunità, finalmente.
Il secondo passo è l’intreccio. A un certo punto le loro orbite entrano in contatto. Metà anni Ottanta. L’Olimpia Milano di Dan Peterson è una macchina da guerra spietata che vince tutto, culminando nel Grande Slam del 1987. Ma chi c’è sulla panchina della rivale più affascinante e spigolosa di quegli anni, la Juve Caserta? Proprio Boscia. Tanjevic costruisce il miracolo casertano lanciando un giovanissimo Nando Gentile e un imberbe Vincenzo Esposito, sfidando l’impero milanese di Dan. Peterson dirà anni dopo, con la sua consueta e lucida onestà: «Cosa non ha fatto Boscia nella sua carriera? Ha preso squadre dal nulla e le ha portate in cima. Ha la capacità rara di vedere il futuro nei giovani».
La nemesi storica si compie nel 1996: Boscia siede proprio sulla panchina di Milano, dopo lo scandaloso addio di Stefanel a Trieste, e vince lo Scudetto della stella, raccogliendo l’eredità spirituale di quel club, l’Olimpia, nato – questione di destini, di nuovo – nello stesso giorno di Dan Peterson.
Punti di contatto e divergenze. Se li guardi da vicino, scopri che sono due facce della stessa splendida medaglia. Il re della sintesi, l’uomo che ha standardizzato il commento televisivo rendendolo pop, il coach che contava i secondi sul cronometro. E il principe della narrazione fluviale, l’uomo che parla sei lingue, che fuma un sigaro e ti racconta la geopolitica di un blocco o di una difesa. Uno clamorosamente specializzato in sport italiano, l’altro capace di vincere trofei in quattro nazioni diverse. Eppure, entrambi odiano la pallacanestro dei cliché. Entrambi credono nell’istinto.
Chissà quante ne avranno da dire. Dan ha sempre predicato il ritorno ai fondamentali d’attacco e detesta il tiro da tre; Boscia non sopporta gli eccessi di atletismo a scapito della tecnica pura e in più tuona contro l’abuso di stranieri (americani, soprattutto) e la mancanza di coraggio nel lanciare i talenti.
Il loro approdo a Trieste ha un senso, non è un caso che si incontrino di nuovo qui. Trieste è storia di incroci e soffre delle instabilità particolarmente ventose per la sua squadra del cuore, tra i risultati e gli scenari. È la città dove uno è ospite e l’altro ormai di casa. Due caldi narratori più che freddi analisti, hanno segnato generazioni. Oggi non ci sono schemi sulla lavagna (anche se una spiegazione e della 1-3-1 a Peterson potremmo chiederla), nessun timeout da chiamare. Restano due giganti, uno accolto sul palco e l’altro che viene apposta per abbracciarlo.
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