Andrea Razzi tra agonismo e management: «Doppio binario difficile ma si vince in squadra»

Razzi, una carriera nella pallanuoto, pronto a chiudere questo capitolo: «Un percorso stupendo, ma ora voglio dedicarmi ai tanti progetti aperti. Trieste Campus? Un luogo unico che coniuga sport, formazione e servizi»

Marco Ballico
Andrea Razzi in azione
Andrea Razzi in azione

 

Ci parla, con entusiasmo, della sua doppia vita di giocatore di pallanuoto e dirigente sportivo mentre è in attesa di volare in direzione Napoli per la partita in programma a Salerno contro la Rari Nantes. Una delle ultime con la cuffia della Pallanuoto Trieste. Anzi, una delle ultime di una lunga carriera da esterno con un solo rimpianto: non aver alzato un trofeo.

Quelle di Andrea Razzi, amministratore delegato di Trieste Campus, la cittadella sportiva su oltre 5.000 metri quadrati, e pure della società in cui gioca, sono però giornate così intense, e soddisfacenti, che c’è da guardare più avanti che indietro. «Ho dato tutto in vasca e non posso che ringraziare uno sport che mi ha aiutato a imparare anche l’altro mestiere». Un mestiere che in queste ore significa organizzare le presenze al Trieste Campus di Sport Business Forum, che per due giorni avrà il suo cuore nel capoluogo regionale.

 

Come si sta dividendo tra pallanuoto e Sbf?

«Dopo Salerno, ripartiamo venerdì per Posillipo, dove sabato giocheremo gara 1 dei quarti dei playoff. E mi tengo pronto per dare supporto al presidente di Trieste Campus Enrico Samer. È un periodo pieno, ma sinceramente mi piace vivere così».

Questo sarà il suo ultimo anno da giocatore?

«Sì. Gli impegni lavorativi ormai sono tantissimi. Ci sono i progetti del Trieste Campus, il rifacimento della piscina di San Giovanni con Trieste Aquatics e tante altre cose che stanno crescendo. È il momento di chiudere un capitolo stupendo».

Con che sensazione lascia? «Con gratitudine assoluta. Rifarei tutto. Ogni allenamento, ogni sacrificio, ogni viaggio». Cosa si ricorda di quando ha cominciato?

Avevo 5 anni. Mio padre giocava a calcio, ma all’Isola del Giglio alcuni suoi amici facevano pallanuoto e lanciavano letteralmente me e mio fratello in acqua con il pallone. E da lì è nato tutto».

Il trofeo che manca?

«Mi sarebbe piaciuto. Però ho giocato in squadre importanti, ho disputato semifinali e finali europee. La mia ambizione ha superato il mio talento: per me è una vittoria».

Si immagina ai vertici della pallanuoto italiana?

«Per adesso no. In questo momento voglio concentrarmi sui progetti che stiamo sviluppando a Trieste insieme al Campus e alla famiglia Samer».

Quando è iniziato questo percorso?

«Sono al quarto anno come amministratore delegato del Campus e al secondo con Pallanuoto Trieste. È una responsabilità importante, anche perché vivo entrambe le realtà dall’interno».

A che punto è il progetto Trieste Campus?

«È in continua evoluzione. Siamo partiti dall’idea di creare un luogo che mettesse insieme sport, formazione e servizi. L’obiettivo prossimo è l’impianto fotovoltaico, ma stiamo anche sviluppando Trieste Music, che diventerà una scuola musicale di alto livello, e Trieste Academy, un filone culturale fondamentale per la nostra proposta alle nuove generazioni, come dimostra l’offerta formativa, compreso il doposcuola gratuito. Perché l’obiettivo è facilitare la vita delle persone».

In quanti gravitano attorno al Campus?

«Circa 3.000 famiglie. All’interno lavorano e si allenano tantissime associazioni e società sportive del territorio».

Quali sport ospitate?

«Scherma, karate, tennis, padel, basket, pallavolo. Poi facciamo preparazione atletica per gli atleti della Pallanuoto Trieste e per diversi nuotatori di alto livello. Ci stanno contattando anche altre società. Siamo quasi arrivati alla saturazione degli spazi».

C’è un college americano che vi ha ispirato più di altri?

«Harvard. Però noi vogliamo creare una versione italiana di quel modello, adattata alla nostra cultura e territorio».

Quando si sveglia la mattina si sente più atleta o manager?

«Le prime telefonate arrivano già prima delle 8, il lavoro entra subito in partita. Oggi la pallanuoto è la parte più “leggera”, il momento che mi dà energia».

Lei rappresenta una dual career riuscita. Quanto è difficile tenere tutto insieme?

«È difficilissimo, ma si può fare. Lo sport ad alto livello ti consuma tantissime energie fisiche e mentali. Però credo anche che, soprattutto in discipline come la pallanuoto, sia necessario costruirsi un percorso parallelo. Solo di sport non si vive».

Il sistema italiano aiuta?

«No, minimamente. Anche a scuola dipendeva molto dalla sensibilità dei professori. Io ne ho trovati alcuni che mi hanno aiutato, altri meno. Ma tanti ragazzi sono costretti a scegliere percorsi più semplici o alternativi pur di riuscire a portare avanti lo sport».

Quanto le è servito fare uno sport agonistico?

«Tantissimo. Lo sport ti insegna la disciplina, il sacrificio, il rispetto dei ruoli, il lavoro di squadra. Ti abitua a non mollare nei momenti difficili. Nel lavoro vale la stessa cosa: gli obiettivi si raggiungono solo insieme». Guardando al fallimento del calcio italiano, che riflessione fa da dirigente sportivo? «La sconfitta sul campo può esistere e va accettata, ma vedere squadre ostaggio di comportamenti che non danno alcun esempio ai ragazzi, come è successo domenica a Torino, non può essere accettato. Non è più sport».

Malagò presidente federale la convince?

«Penso che, quando i risultati non sono quelli attesi, sia giusto avere il coraggio di cambiare e dare una svolta partendo dall’alto. Malagò è una figura con grande esperienza e una visione profonda del sistema sportivo italiano. Può portare competenza e capacità di gestione».

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