Restare in partita, sempre: Achille Polonara e la lezione del coraggio

A Sport Business Forum il «Secondo tempo» del campione: un libro per raccontare la sua storia, la leucemia i suoi sogni. Ecco come partecipare, sabato 7 giugno a Belluno

Nicola Cesaro

Eurobasket di Berlino, è l’11 settembre 2022. Una di quelle notti, come poche (sigh) ne ha regalate il basket azzurro in epoca moderna. C’è la Serbia di Nikola Jokic e Vasilije Micic, in palio i quarti di finale continentali.

Coach Gianmarco Pozzecco, pur senza strapparsi camicie, ha già rimediato due tecnici ed è fuori dalla partita. Con 6 minuti da giocare l’Italia è incredibilmente in piena rimonta (70-79) dopo una gara sofferta: palla a Jokic in post basso ma Nik Melli è un blocco di marmo e non si sposta. Il serbo si gira e tira ma riceve una sonora stoppata.

Achi è a un metro, si gasa, comincia a urlare, lo fa persino correndo verso metà campo e gridando sul collo dell’ultimo Mvp dell’Nba, in barba a quei 211 centimetri e 129 chili.

Grida fino a metà campo, poi prende posizione. È pronto a servire il bis al gigante serbo: venti secondi dopo riceve da Pajola, finge la penetrazione, Jokic ci casca, step back, tiro da tre, ciuff. «Polonara! Polonara! Pooolonaraaaa!», esplode Flavio Tranquillo dai microfoni Sky. In Serbia pare che alla frontiera ci sia la sua foto-segnaletica: “qui lui non può entrare”, visto che due anni prima era stato l’Mvp dello spareggio preolimpico proprio contro i balcanici.

Giugno 2025, tre anni dopo. La foto è nel cuore di ogni cestista, forse anche di più della gara di Berlino. Achi ha in mano il trofeo dello scudetto appena vinto dalla Virtus Bologna. In campo lui non c’era, almeno fisicamente. Con lui, nella foto, ci sono Matteo Pajola, Marco Belinelli e Toko Shengelia, rigorosamente tutti con mascherina e camice chirurgici. Lo scatto avviene nella camera dell’ospedale Sant’Orsola-Malpighi, dove l’amico e compagno di squadra è ricoverato a seguito della diagnosi di leucemia mieloide. Le visite non sarebbero consentite, ma Beli e compagni hanno una delega eccezionale. Fuori ci sono gli altri colleghi virtussini. Polonara si affaccia dalla finestra con la coppa in mano e urla: «Siamo campioni d’Italia».

Due immagini, due vittorie, lo stesso protagonista

Ci sono tanti modi di vincere, tanti modi di finire in copertina, tanti modi di affrontare una battaglia, tanti modi di rialzarsi: Achille Polonara ha solo 34 anni ma, in questo, è già un veterano. Riconosciuto, stimato, amato, preso d’esempio. E lui quell’esempio non vuole sprecarlo, anzi: nasce da qui Il mio secondo tempo, il racconto di Polonara edito da Rizzoli che partecipa a Sport Business Forum. Non solo la storia di un giocatore, ma quella di un uomo che, nel momento più alto della sua carriera, si è trovato a fare i conti con qualcosa che non aveva nulla a che vedere con lo sport: la malattia. Perché se è vero che pochi si ritroveranno a rincorrere Jokic su un campo da basket, è altrettanto (dolorosamente) vero che la convivenza con la malattia è esperienza umana frequente. E avere modelli è una medicina in più.

Appena un mese fa, il 4 maggio, Achille ha annunciato il ritiro. E chi conosce questo giocatore, sa bene che la parola appena scritta è la meno indicata a definire questa tappa di vita. Il ritiro è spesso associato a chi si vede sconfitto in battaglia e deve darsela a gambe, qui invece l’immagine è più quella dell’esercito il cui valido comandante preferisce preservare le forze per puntare a nuove strategie.

E poi il fenerbahce

E da fine stratega e da abile programmatore qual è, Polonara sa bene cosa può fare e cosa deve fare un atleta nel momento di difficoltà: scegliere. Lo ha insegnato anche cinque anni fa, quando il Fenerbahce lo ha chiamato a vestire la gloriosa casacca dei gialloblù di Istanbul. Achi è reduce dalla gloria di Vitoria, in Spagna, dove diventa un giocatore maturo e credibile come non mai, e dove rompe il tabù delle finali perse e vince il campionato iberico. Nella gara del titolo batte addirittura il Barcelona, peraltro in una finale vinta anche grazie a una sua tripla sulla parità e al suo assist decisivo a 4 secondi dal termine.

In Turchia non va benissimo, neppure quando passa dall’altra sponda in cerca di una svolta, in casa Anadolu Efes. Ci sono i Belinelli, che resistono oltre ogni frustrazione e maldicenza, cambiano cinque casacche e si fanno decine di panchine ma alla fine arrivano a vincere il titolo di Nba, scoppiando in lacrime e dedicando il trofeo a chi non ha mai creduto in lui. E poi ci sono i Polonara, lucidi e onesti nel riconoscere limiti e fallimenti, che sanno cambiare e sanno farlo anche in fretta: via dalla Turchia dopo pochi mesi, ferite leccate in fretta, approdo in Lituania allo Zalgiris, scudetto e coppa da protagonista.

Quanto basta per consacrarsi a livello internazionale, per prendere piena coscienza dei propri mezzi, per meritarsi la chiamata dalla Virtus Bologna e diventare un perno inamovibile dell’Italbasket.

Quanto basta per avere la forza e la corazza per affrontare quel «secondo tempo» che lui stesso ha ribattezzato così: Achi ha dovuto affrontare la rimozione di una neoplasia testicolare tre anni fa, da un anno ormai è in competizione con una leucemia mieloide acuta, malattia che lo ha costretto anche a un coma di dieci giorni. Oggi racconta questo percorso, senza scinderlo dalle vittorie e dalla carriera di giocatore. «Per me questa è una rinascita lenta, faticosa, reale. Senza eroismi costruiti, senza frasi a effetto».

Polonara! Polonara! Pooolonaraaaa!

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A SBF Achille Polonara sarà intervistato da Nicola Cesaro, (il mattino, Nem) sabato alle 18, al Centro Crepadona, Belluno. Iscrivetevi: sportbusinessforum.it.

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