«Qualcosa è andato storto», ma si può ripartire dalla rete degli innovatori

Riccardo Luna a Link Media Festival presenta il suo libro mentre prepara la seconda stagione del podcast «Fly me to the Moon», voluto da Mundys e registrato in un posto speciale

Paolo CagnanPaolo Cagnan
Luna e padre Benanti all'Innovation Hub degli Aeroporti di Roma
Luna e padre Benanti all'Innovation Hub degli Aeroporti di Roma

Riccardo Luna, giornalista, ha lo sguardo lungo sull’innovazione. A Link presenterà venerdì 10 alle 17.30 in Arena il suo libro ”Qualcosa è andato storto”, ma sta già lavorando alla seconda serie di “Fly Me to the Moon”, il podcast ideato e voluto da Mundys, realizzato all’Innovation Hub dell’aeroporto di Fiumicino.

«L’idea - spiega - era quella di recuperare lo spirito di quando dirigevo Wired: raccontare l’innovazione e le nuove idee che cambiano il mondo attraverso le persone che si trovano sulla frontiera. Persone non ancora note, ma che possiedono uno sguardo interessante sul futuro».

Come hai scelto chi coinvolgere in questo percorso?

«Mi sono rifatto al claim di quando ero a Wired: storie, idee e persone che cambiano il mondo. L’obiettivo è intercettare il cambiamento prima che diventi famoso, o di dominio pubblico. Volevo recuperare una capacità di immaginare il futuro che oggi sembra quasi fuori moda, a causa di un certo pessimismo diffuso».

Quali sono i campi in cui è più facile “vedere” questo futuro, oggi?

«Sicuramente la scienza e la tecnologia. Ma un altro aspetto fondamentale che copriamo è quello dell’innovazione sociale. Per me l’innovazione conta se ha un impatto positivo sulla vita delle persone; mi interessa quella che “fa bene a tutti” e non solo quella finalizzata al profitto di pochi».

Esiste un “fil rouge” che unisce queste persone dedite all’innovazione?

«Sì, c’è un incrocio tra loro. Chi fa innovazione continua a pensare che le cose possano migliorare anche nei momenti più difficili. Sono persone concentrate sulle soluzioni e sull’ottimismo. Persone che, invece di chiedersi se il bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto, iniziano a riempirlo facendo la propria parte. Anche su temi complessi come l’intelligenza artificiale, o la scuola, esiste sempre la possibilità di cambiare le cose in meglio a vantaggio di tutti».

Nel tuo percorso professionale, hai capito se l’innovazione nasca da un’intuizione improvvisa o dal duro lavoro?

«L’innovazione è soprattutto un modo di guardare il mondo. L’innovatore è un ottimista naturale, ma parliamo di un ottimismo della volontà: qualcuno che preferisce provare a cambiare, le cose piuttosto che lamentarsi. Spesso i grandi progressi, basati su scienza e tecnologia, all’inizio non vengono creduti da nessuno. È successo con Internet, con il Web e persino con le reti neurali per l’IA (presentate a Firenze nel 2012 nel silenzio generale). L’innovatore è colui che insiste, combatte e non si arrende finché la novità non dimostra il suo potenziale».

Perché parli di “futuri” al plurale?

«Perché non esiste un futuro unico o un destino già scritto. Abbiamo tanti bivi e possibilità; il futuro sarà la somma delle nostre azioni e scelte. Ad esempio, il destino dell’intelligenza artificiale non è ancora determinato: può andare bene o male, a seconda delle decisioni che prenderemo».

Hai accennato al fatto che le cose possono andare “storte” . Ecco, questo è il titolo del tuo libro, e di un racconto che merita ampie riflessioni. Cosa è andato male, ad esempio, con i social network?

«I social erano nati come qualcosa di divertente e innocuo per connettere le persone. Poi però è stato trovato un modello di business tossico: hanno capito che per guadagnare dovevano fare leva sulle nostre emozioni peggiori e sui nostri punti deboli. Questo ha danneggiato la democrazia, l’informazione e la salute mentale, mettendo il profitto sopra ogni cosa e stravolgendo l’idea originale del web come accesso alla conoscenza universale. E’ stata l’avidità dei proprietari delle piattaforme».

Esiste una via d’uscita da questa fase?

«Sì, ci sono molte vie d’uscita, ma la prima è capire che siamo in un labirinto. Servono regole per le piattaforme (come sta provando a fare l’Europa con TikTok) per rendere gli algoritmi meno aggressivi. Dobbiamo arrivare a un modello in cui i nostri dati non siano più solo uno strumento per far arricchire le piattaforme. Credo che questa fase tossica sia destinata a finire grazie alle sentenze e ai processi in corso».

Su cosa possiamo scommettere per il prossimo futuro?

«Mi piace citare il filosofo Edgar Morin e il suo invito a “sperare nell’improbabile”. Guardando la situazione internazionale, le guerre e la crisi climatica, non è “probabile” che le cose vadano bene, ma non è nemmeno impossibile. L’improbabile è la nostra speranza: dobbiamo impegnarci affinché accada, proprio come è successo in molti momenti della storia in cui qualcuno è riuscito a vincere contro ogni previsione. La situazione è complicata, ma non è persa».

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