I meccanismi dei social condizionano i giovani, ma gli adulti devono esserci
A Link Festival il punto del fact checker David Puente e Irene Boni di Fondazione Unhate: «Sulle piattaforme anche l’opportunità di imparare, ma serve una guida». L’incontro con il Fake News Festival

Connessi perché trasparenti agli altri, pure in famiglia, ma anche alla ricerca di limiti da parte di chi dovrebbe metterli per primo come i genitori. Se ragazze e ragazzi cresciuti con gli smartphone in mano e immersi nei social devono ritrovare un mondo di relazioni “reali”, ad anticiparli devono essere prima di tutto gli adulti. Al netto della dipendenza, reale, provocata dalle strutture dei social.
Un punto quello della responsabilità del mondo adulto su cui si sono ritrovati d’accordo il vicedirettore di Open.online e fact checker Davide Puente e la consigliere delegata di Fondazione Unhate (Fondazione Unhate… realtà del Terzo Settore ideata da Alessandro Benetton e supportata da Edizione SpA, Mundys e Aeroporti di Roma) Irene Boni, che nella Link Arena di piazza Unità si sono confrontati con il giornalista e media educator Mec Davide Sciacchitano.
A interrogarli, però, a distanza, anche i giovani del Fake News Festival di Udine.
«Rispetto al ragazzino che ha accoltellato una prof e l’ha filmato, la domanda che mi faccio non è tanto perché l’abbia fatto ma per chi l’abbia fatto: se spegnessimo i telefoni quel coltello uscirebbe lo stesso?», ha chiesto Viola. Per Irene Boni, la domanda da farsi è proprio perché i ragazzi «vedono questo riconoscimento digitale come una misura del loro valore, che passa appunto dalla violenza sugli altri o su se stessi».
La risposta sta, anche per le analisi condotte dall’osservatorio di Fondazione Unhate, nella «mancanza di relazione umana». «Nel mondo reale hanno un estremo bisogno di essere visti in un contesto in cui le agency educative stanno venendo a mancare», ha aggiunto Boni.
L’era degli algoritmi
Nell’era degli algoritmi che decidono cosa dobbiamo vedere, i ragazzi si interrogano, rilanciando la domanda come ha fatto ieri Bruna, su come i genitori possano capire se un figlio «sta entrando in un tunnel di manipolazione», che può portare a gesti estremi.
«Con l’ascolto, parlando, disconnettendoci prima di tutto noi», ha detto David Puente, che a Link Media Festival ha però reso evidenti alcuni dei meccanismi delle piattaforme. «Molti dei contenuti online sono sotto forma meme, molte immagini simpatiche connotate spesso dall’umorismo nero che nasconde a volte un incitamento all’odio», ha detto Puente. «Non tutto è negativo, dalle piattaforme passa la possibilità di conoscere e imparare – ha rilevato Boni –, ma possono avere un ruolo positivo solo se mediate, ovvero se i ragazzi non vengono lasciati soli ma sono guidati nell’utilizzo dello strumento».
Quanto emerso anche nella storica sentenza con cui a fine marzo a Los Angeles, come ricordato da Puente, una giuria ha riconosciuto la responsabilità diretta di colossi tecnologici come Meta (Facebook, Instagram) e Google (YouTube) per i danni alla salute mentale dei minori causati dal design delle loro piattaforme.
L’aumento dell’ansia
Secondo lo studio di Jonathan Haidt, citato da Schiacchitano, l’ansia tra i giovani è aumentata del 134% negli ultimi 15 anni la depressione del 100% l’Adhd del 70%, il disturbo bipolare del 57%. Altri i dati raccolti dall’osservatorio di Fondazione Unhate: il 79% dei ragazzi dichiara di essere felice ma solo il 64% crede che la propria generazione lo sia, perché «le narrazioni tossiche diventano profezie che si autoavverano». «In uno scenario critico c’è un altro elemento che contribuisce a creare ansia nei ragazzi ed è il fatto che la narrazione collettiva sulle giovani generazioni tende a essere molto negativa – ha chiarito Boni – e questo fa sì che i ragazzi si sentano come una generazione meno fortunata di quelle precedenti e tendano a gettare la spugna. Ecco, la responsabilità degli adulti non è solo una responsabilità di guida, ma è anche una responsabilità di cambio di narrazione. Senza negare le difficoltà, è importante cercare di sottolineare anche quelli che sono gli aspetti positivi».
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