Cecilia Sala: «L’Iran sta scivolando verso una dittatura dei militari»

La giornalista, detenuta per tre settimane nel carcere di Evin, riceverà il premio Link-Unicef: «Tra i giovani iraniani ora pausa e confusione, il regime non sta facendo sconti»

Marco Ballico
Cecilia Sala
Cecilia Sala

«La chiusura di internet da parte del regime impedisce alle famiglie iraniane di sapere chi è rimasto ucciso sotto le bombe o durante la repressione». Cecilia Sala, voce autorevole del giornalismo d’inchiesta, per tre settimane detenuta nel carcere di Evin a Teheran tra fine 2024 e inizio 2025 con la generica accusa di aver violato le leggi locali, racconta uno degli effetti collaterali di quanto sta accadendo in Iran. Ne parlerà sabato alle 16.30 a Trieste, occasione per ricevere il premio “Unicef-Link” che celebra il suo impegno nel dar voce all’infanzia e alle famiglie in lotta per il proprio futuro. «Premio di cui sono grata e onorata».

Con che emozioni sta seguendo queste settimane di crisi?

«Con paura e preoccupazione. Penso ai milioni di iraniani della diaspora che non hanno nemmeno modo di sapere come stiano i propri cari. E a chi si oppone al regime e ha avuto paura delle bombe, ma ha paura anche della fine delle bombe: il rischio è di restare soli con un regime incattivito e paranoico, ma che non ha mai perso la forza per reprimere le proteste».

È una tregua fragile quella di queste ore?

«Gli Stati Uniti non bombardano l’Iran e l’Iran non bombarda le basi americane in Medio Oriente. Ma sì, è una tregua fragile che non ferma i durissimi attacchi israeliani sul Libano. L’Iran mi pare scommettere sul fatto che Trump non abbia voglia di impantanarsi di nuovo in una guerra che non gli porta vantaggi. Per il regime, congelare la situazione attuale senza fare concessioni sul nucleare è già una vittoria».

La guerra ha cambiato il volto del potere a Teheran?

«L’Iran sta scivolando sempre più verso una dittatura militare, allontanandosi dalla teocrazia classica. I pasdaran sono i veri protagonisti: il successo della loro rappresaglia li ha resi ancora più forti nello scontro di potere interno».

Come lo immagina l’Iran tra un anno?

«Come un Paese governato dai militari, dove il nemico esterno è stato usato come pretesto per eliminare i dissidenti interni con l’accusa di collaborazionismo».

I giovani di Teheran provano più rabbia o paura?

«Oggi paura e confusione. La città è militarizzata, i posti di blocco controllano i telefoni dei passanti. Il regime non si fa problemi a impiccare diciannovenni o ad aprire il fuoco sulla folla. Tuttavia, il malessere resta: ristabilita la deterrenza verso l’esterno, non è stato risolto alcuno dei problemi di legittimità politica o economica».

Si gioca tutto sul nodo dello Stretto di Hormuz?

«La vera arma non è solo il programma atomico o i missili, ma il controllo di quell’area. I militari ricattano il mondo intero bloccando non solo il petrolio, ma anche i fertilizzanti e l’elio necessario per i data center dell’intelligenza artificiale. Sanno che finché tengono in mano quel rubinetto, passa la voglia di toccarli».

Che ruolo gioca l’Europa?

«Completamente marginale. È stata una guerra americano-israeliana e gli europei non sono stati nemmeno avvisati, nonostante i rischi per i nostri militari nelle basi in Medio Oriente. Per la prima volta la Nato, Usa esclusi, ha dato una risposta compatta a Trump: un no deciso all’idea di infilarsi in questa storia».

Chi ne esce vincitore oggi?

«La Cina ne beneficia indirettamente, applicando la regola di non disturbare il tecnico mentre sbaglia. A Trump, certo, non è andata bene: chiede le stesse cose che chiedeva prima del conflitto e non le ha ancora ottenute. I Pasdaran, pur con infrastrutture distrutte, ne escono in una posizione di forza, sentendosi quasi autorizzati a continuare la repressione interna che abbiamo visto a gennaio».

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