Carlo Verdelli: «Lo smartphone è il diavolo in tasca che ci ha rubato il tempo e il sonno»
Dalla nomofobia alla "febbre del selfie": l'inchiesta del giornalista del Corriere svela i danni cerebrali simili alla cocaina e l'ossessione che ci spinge a consultare il telefono 80 volte l'ora. «Siamo passati dall'usare il mezzo all'esserne abusati»

Mentre il mondo brucia noi scrolliamo il nostro telefonino, ipnotizzati dallo strumento che ha conquistato 7,5 miliardi di utenti, numero quasi pari al numero della popolazione mondiale, lo smartphone è parte di noi stessi. Siamo proiettati che confonde reale e virtuale dentro un selfie (ne scattiamo migliaia al giorno) che si espande in un eterno presente liquido, senza memoria.
Questa “prigione” elettronica ha ingabbiato genitori e figli in una dipendenza patologica, che segna le storie dei protagonisti, contenute nel Diavolo in tasca (ed. Einaudi) di Carlo Verdelli, editorialista del Corriere della Sera.
Si chiama nomofobia la paura irrazionale e incontrollata di rimanere disconnessi dalla rete mobile, senza cellulare, con batteria scarica o senza credito. È questa la fobia moderna da cui dobbiamo difenderci?
«Con questo libro– inchiesta cerco, senza pretese, di aiutare il pubblico ad acquisire maggiore consapevolezza. Abbiamo un “elefante” e non lo vediamo, è il nostro cellulare. Parafrasando la celebre icona tratta dal film E. T. di Steven Spielberg “la casa è il telefono”, vero Totem della rivoluzione digitale. Siamo connessi dalle 16 alle 18 ore al giorno. Sacrifichiamo anche il sonno, ansiosi come siamo di scrollare il video anche nelle ore notturne che è la porta di ingresso dei social, che a livello globale contano più di 5 miliardi di utenti. Una ricerca Amazon ci dice che gli italiani accedono ai dispositivi elettronici ottanta volte ogni ora, fino alle 23 circa della sera. È evidente che siamo dentro una pericolosa ossessione, da cui non riusciamo a venire fuori».
Quando questo “piccolo diavolo” potente e capriccioso è divenuta la nostra seconda identità?
«Individuerei un preciso momento storico, quale data di inizio della rivoluzione: il 2010, anno in cui appare sul mercato il primo Iphone 4 dotato di telecamera, da quel momento scatta la febbre dei social, mentre App Store comincia a dominare il mercato passando in tre mesi da 50.000 a 500.000 fruitori. Oggi l’offerta si è arricchita di svariati milioni di soluzioni per i clienti. Poi è venuta la pandemia, secondo grande cambio di passo. Nel biennio 2020-21 si è creato un “effetto serra” che ha amplificato la potenza di penetrazione del telefonino, intanto l’universo chiuso in una stanza trovava l’unico canale possibile con cui comunicare e lavorare in questo piccolo gioiello della tecnica».
Qual è la delicatezza del “salto di funzione” di cui si parla nel saggio?
«Lo Smartphone è una lampada di Aladino che regala al fortunato che riesce a strofinarla la possibilità di soddisfare tre desideri. Una lampada turbo che può soddisfare milioni di desideri, progettata per essere instancabile. Nel connubio con l’intelligenza artificiale questa potenza si è ulteriormente ingigantita. Algoritmi appositamente architettati accentuano la dipendenza da cellulare e videogiochi che causano danni identici all’assunzione di cocaina. Aumento di psicofarmaci da parte dei minorenni, miopia, obesità, ipertensione, perdita della memoria, insonnia, diabete, depressione».
Un quadro così preoccupante non rischia di nascondere le tante potenzialità positive di cui dispone un mezzo non solo potente, ma occorre dirlo facile da usare e alla portata di tutti?
«Certo vi sono aspetti positivi che non dobbiamo sottovalutare, a patto di non usare questi strumenti come scorciatoia, perdendo l’attitudine all’esercizio del pensiero critico, come sta avvenendo, ma anche quella capacità di concentrazione di cui i processi di apprendimento hanno bisogno per dare risultati. Ho chiesto ai giovani perché utilizzano così tanto i messaggi vocali, mi hanno risposto che sono più veloci e soprattutto non prevedono il rapporto con l’altro, un dialogo senza interlocutori in carne e ossa, siamo a un paradosso che impone velocità e allineamento all’eterno presente dell’universo virtuale. Un possibile antidoto? esercitare un tempo di riflessione e di studio dell’oggetto che abbiamo in mano, così da poterlo usare senza finire con l’esserne “Ab-usati”»
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