A lezione dal filosofo Galimberti: «Così la tecnica ha espulso l’uomo dalla storia»

Galileo Festival, folla al Centro San Gaetano per la conferenza del filosofo. La fine degli orizzonti di senso produce un mondo dove i mezzi scelgono i fini

Fabrizio BrancoliFabrizio Brancoli
Il filosofo Galimberti al Galileo festival a Padova
Il filosofo Galimberti al Galileo festival a Padova

A un certo punto, mentre parla della tecnica, Umberto Galimberti, quasi inesorabilmente, parla del telefonino. Pone una domanda: «Potete farne a meno?». La risposta è già dentro il silenzio che segue nella sala del Centro San Gaetano, che non ha un solo posto libero. Non serve che dal pubblico del Festival Galileo giunga la risposta. Non perché quell’oggetto sia indispensabile, ma perché «senza la rete siete privi di socializzazione». La conferenza cambia passo e diventa un’autopsia del presente.

Galimberti parte da lontano. Dai greci. «La natura per loro era un ordine immutabile, che nessun uomo e nessun dio fece».

Dentro quell’ordine l’uomo non occupava alcun trono. I greci, ricorda, sapevano una cosa che oggi sembriamo aver dimenticato: gli uomini sono mortali. Fragili. Incompleti.

Accenna al mito di Prometeo e dice: gli animali possiedono gli istinti, l’uomo no. È un passaggio che il filosofo ripete a martello, come se volesse smontare un’intera civiltà costruita sull’idea dell’uomo come “animale razionale”. L’istinto è rigido; l’uomo invece devia, inventa, sublima. Per questo Zeus concede agli uomini la tecnica: è un rimedio alla loro incompletezza.

All’inizio è poco più di una forgia. Uno strumento. «Nel mondo greco la tecnica era nelle mani dell’uomo. Oggi no».

Ed è probabilmente questa la fase chiave. Il cuore del discorso non è la tecnologia come insieme di oggetti («quella è il frigo o il telefono») ma la tecnica come forma mentale, come razionalità.

«Raggiungere il massimo degli scopi con l’impiego minimo dei mezzi». Una formula apparentemente neutra, ma capace di trasformare tutto ciò che tocca.

Galimberti usa Hegel e Marx per spiegare un capovolgimento. Il denaro nasce come mezzo per soddisfare bisogni; quando cresce oltre una certa soglia diventa il fine stesso. Lo stesso accade alla tecnica. «Se è la condizione per realizzare qualsiasi scopo, non è più un mezzo: è il primo scopo». L’uomo perde il controllo senza nemmeno accorgersene. Un tempo, dice, «l’uomo si poneva un fine e poi cercava i mezzi». Adesso avviene il contrario: «I mezzi scelgono i fini».

Lo snodo più inquietante arriva quando Galimberti cita Martin Heidegger. Nel 1968 il filosofo tedesco disse allo Spiegel: «La tecnica? Funziona». È questo, spiega Galimberti, l’elemento perturbante. Non il male. Non un complotto. Bensì il semplice funzionamento. «Se anche raggiunge uno scopo, esso ha valore solo come mezzo per conseguire uno scopo ulteriore».

La tecnica non cerca verità, redenzione, felicità. Cerca solo l’autopotenziamento.

Il problema non è più filosofico. Diventa psicologico. Sociale. Persino clinico.

«Una volta la depressione aveva come tema la colpa». Oggi invece domina «l’insufficienza». Non ci si sente peccatori, ma inadeguati. Non all’altezza dell’apparato di riferimento: scuola, lavoro, azienda, burocrazia. «Ce la faccio o no?». È una mutazione antropologica condensata in una sintesi brutale.

Alla fine resta un’impressione difficile da scrollarsi di dosso. Galimberti non demonizza la tecnica. E non indulge nella nostalgia, nessun “ai bei tempi”. Fa qualcosa di più scomodo: descrive un mondo nel quale siamo immersi fino al collo. «La tecnica vi ha già buttato fuori dalla storia», dice quasi sottovoce; e usa la seconda persona plurale, prende le distanze da “noi”.

«Per la tecnica il passato è solo passato, nessuno di voi compra un telefonino di prima generazione. Quanto al futuro, è solo un perfezionamento». Scorrono notifiche, prestazioni, velocità, resta il dubbio più radicale emerso a Padova. Se la tecnica decide ormai i fini, quale spazio rimane per l’uomo? 

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