La scuola e il paradosso del precariato femminile
Nel pubblico impiego, il gender pay gap è praticamente inesistente: a parità di ruolo e anzianità, la busta paga di una docente, di un’assistente amministrativa o di una collaboratrice scolastica è identica a quella di un collega uomo. Ma poi c’è quell’incertezza contrattuale che apre un campo di battaglia culturale

L’8 marzo nel mondo dell’istruzione non può limitarsi ad una celebrazione formale ma deve essere un momento di analisi lucida di un’istituzione dove, più di ogni altra, si proiettano le conquiste e le contraddizioni femminili in Italia. La scuola è un ecosistema unico, capace di offrire tutele che nel settore privato appaiono ancora traguardi lontani, pur conservando zone d’ombra che riflettono pregiudizi radicati.
La scuola è un modello di equità professionale? Sicuramente un punto di forza è l'assenza di discriminazione diretta. Nel pubblico impiego, il gender pay gap è praticamente inesistente: a parità di ruolo e anzianità, la busta paga di una docente, di un’assistente amministrativa o di una collaboratrice scolastica è identica a quella di un collega uomo.
L’accesso alla professione avviene tramite concorsi pubblici, garantendo una trasparenza che azzera le preferenze di genere in fase di assunzione.
Inoltre, il sistema di welfare scolastico offre una concreta tutela della maternità, permettendo alle lavoratrici di mantenere il proprio posto e la propria progressione di carriera e contrastando le dimissioni "bianche" frequenti in altri comparti.
Riconosciuto questo quadro confortante, dobbiamo però evidenziare due fenomeni meno evidenti: la segregazione e gli stereotipi.
Analizzando la struttura del sistema, emerge la cosiddetta "segregazione orizzontale": la presenza femminile è massiccia nella scuola dell’infanzia e primaria (oltre il 95%), ma cala progressivamente verso le superiori e l’università.
Questo andamento potrebbe alimentare l’idea che l’istruzione dei piccoli sia una mera estensione della "cura materna", piuttosto che una professione ad alto valore tecnico. Le ricerche sull’argomento hanno evidenziato una correlazione positiva tra la partecipazione all’istruzione pre-primaria e i risultati scolastici successivi.

Una suddivisione più equa della professione tra donne e uomini contribuirebbe anche ad affievolire gli stereotipi di genere, educando alla parità i discenti. Permane inoltre il tema dei materiali educativi: molti libri di testo riflettono ancora una visione del mondo dove le donne sono marginalizzate nella storia e nelle scienze, influenzando le ambizioni delle studentesse verso le carriere STEM.
Parallelamente, la scuola vive il paradosso del precariato, prevalentemente femminile. Migliaia di docenti e di personale ata convivono per anni con l'incertezza contrattuale, che mina la stabilità personale, la continuità didattica ed il buon andamento della gestione scolastica.Possiamo affermare quindi che la scuola sia un’isola felice per quanto riguarda la parità di trattamento economico e di progressione professionale, ma resta un campo di battaglia culturale.
Celebrare l’8 marzo a scuola significa dunque difendere l'equità contrattuale raggiunta e, contemporaneamente, lavorare per scardinare quegli stereotipi che vedono ancora l'insegnamento come un "rifugio" femminile anziché come una libera scelta professionale in ogni ordine e grado.
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Violetta Anesin, dirigente scolastica dell'istituto superiore Catullo di Belluno, una delle scuole di riferimento del capoluogo la cui caratteristica è la forte collaborazione con il territorio in varie iniziative. Anesin viene dalla presidenza dei licei Renier sempre di Belluno e da due anni dirige il Catullo.
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