Oltre alle mimose: riempiamo l’8 marzo di contenuti nuovi
Dobbiamo proviamo ad andare oltre al superficiale e riacquistare la consapevolezza di quello che stiamo facendo e di dove vogliamo arrivare

Tra foto di mazzolini di mimose e banali vignette di auguri che invadono i social, non mi aspetto che questo otto marzo sia diverso dagli altri.
D’altronde questa giornata è diventata per molti una di quelle ricorrenze un po’ scontate che si continuano a celebrare per abitudine e con sempre più pigrizia.
Ho vent’anni e ammetto che più volte ho faticato a capire il senso della Festa della donna, almeno nel modo in cui fino ad oggi l’ho vissuta e conosciuta.
Quando ero piccola e un po’ più ingenua mi illudevo che bastasse l’aspetto di quei fiorellini gialli e l’attenzione di chi me li regalava per sentirmi festeggiata. Crescendo, però, mi sono resa conto che dovesse esserci dell’altro oltre alla superficie, oltre agli auguri di circostanza e ai fiori, ma fatica lo vedevo.
Sono sempre stata dell’idea che giornate come questa, insieme a tutte quelle ricorrenze “giuste” a tal punto da venire considerate scontate, parlino di temi vastissimi spesso carenti di opinioni originali. E per quanto questa data rappresenti soprattutto un’occasione di analisi e riflessione sui progressi fatti e ancora da fare, se non la riempiamo di contenuti nuovi, rischierà sempre di sfociare nella banalità.

Basta con il «dovrebbe essere sempre l’otto marzo», se questa data deve corrisponde puramente a una festa commerciale. Perché, invece, non si parla di tutto quello che, nonostante l’otto marzo, ancora colpisce?
La prima cosa a stupirmi è il divario che c’è tra la nostra società e quello a cui la nostra società ha saputo dar vita. Mi spiego meglio: viviamo in un mondo che corre senza fermarsi e in cui l’intelligenza artificiale sembra pronta a sostituirci, ma questa accelerazione tecnologica è in netto contrasto con la lentezza del cambiamento sociale. In un contesto apparentemente così evoluto, crederei quantomeno che l’uomo abbia raggiunto una condizione basilare: la parità.
Mi colpisce che abbiamo conquistato il diritto di voto nemmeno cent’anni fa, e che alcune mie amiche, tra qualche settimana, neppure andranno a votare, per pigrizia o disinteresse. Le cose conquistate con fatica da altri si ritengono troppo spesso ovvie, perché ci si adagia nella comodità di ciò che si ha già, senza voler guardare a quello che si potrebbe ancora ottenere.
Mi spaventano la quotidianità con cui l’informazione ci mette davanti agli occhi femminicidi, stupri e violenze destinati a diventare un silenzioso sottofondo delle nostre vite, la disparità salariale, gli stereotipi che sembrano non venir mai dimenticati fino in fondo. E ancora, mi preoccupa come spesso vedere una donna in un ruolo di potere desti stupore e susciti insinuazioni su come sia arrivata fin lì. Mi spaventa che alcune donne debbano ancora scegliere tra lavoro e famiglia, e che forse questa scelta un domani potrebbe colpire anche me.
Infine, mi rattrista come tutte le parole che verranno scritte sulle pagine di oggi continueranno a sembrare vana retorica in un mondo immobile, o che quanto meno si muove molto lentamente verso obiettivi vacillanti e incerti.
Regaliamole pure, le mimose. Proviamo, però, ad andare tutti oltre al superficiale, a riacquistare la consapevolezza di quello che stiamo facendo e di dove vogliamo arrivare. Perché, sospesi in una condizione in cui non stiamo più “male” ma nemmeno ancora completamente bene, rischiamo di smarrirci in una zona grigia in cui occasioni come l’otto marzo non diventano una spinta verso il futuro ma un vuoto richiamo al passato.
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Viola Perissutti è una studentessa universitaria.
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