Siti sessisti, Serracchiani: «Non sono goliardia, questa è violenza digitale. Serve legge e cultura del rispetto»
L’ex governatrice del Fvg e deputata Pd: «Sgomento per l’indifferenza durata anni. Non è accettabile che online si compiano atti del genere»

Phica, Mia moglie: insegne web da barzelletta goliardica. Ma dietro si nasconde un universo di violenza digitale, voyeurismo e umiliazione, rimasto per anni sotto traccia, tollerato o ignorato. Solo l’esplosione mediatica di questa estate, sottolinea la deputata del Pd Debora Serracchiani, «ha squarciato il velo dell’indifferenza, costringendo opinione pubblica e politica a fare i conti con una deriva sociale che riguarda la dignità e la sicurezza delle persone».
Qual è stata la sua prima reazione di fronte a questa vicenda?
«Sgomento. Ma sono rimasta anche molto colpita, direi disorientata, dal fatto che questi siti fossero attivi da tempo, con denunce già presentate, senza che nessuno avesse ritenuto di intervenire. È servito un caso eclatante perché, finalmente, si muovesse qualcosa».
Anche lei nel mirino. Da donna e da parlamentare che riflessioni ha fatto?
«Non ci si abitua mai a essere bersaglio, a sentirsi addosso un odio incomprensibile e gratuito che scatta spesso come un riflesso condizionato. Sui miei social e non solo ci sono denigrazioni di ogni tipo, insulti e body shaming, ma questi ultimi fatti scoperchiano una sentina pericolosa, che temo possa anche essere usata da malintenzionati o peggio».
Nel ruolo pubblico?
«Sento soprattutto la necessità di vedere colmati i vuoti normativi. Non è accettabile che online si possano fare impunemente cose che, se compiute fuori dalla rete, assumerebbero i contorni del reato. Penso, per esempio, al furto di immagini: va riconosciuto e perseguito anche in questa forma».
Perché questo silenzio è durato così a lungo?
«Per una forma di complicità e di connivenza maschile. Gli iscritti erano migliaia, così come i commenti. E ciò che emerge più di tutto è vigliaccheria. Appena scoppiata la vicenda, molti hanno chiesto di cancellare i propri post e i propri profili. Troppo tardi, bisognava pensarci prima di scrivere certe frasi».
Come valuta la reazione della politica?
«In questo caso c’è stata una risposta unitaria, forte e determinata, e lo considero un segnale positivo. Non solo da parte delle donne, ma anche da molti colleghi uomini: un aspetto importante in una vicenda, altrimenti, del tutto negativa».
Questo episodio che sintomo è?
«Ci troviamo davanti a una società malata, dove sembra non esistere più il senso del limite. Si ha l’impressione che, sotto la protezione dell’anonimato, tutto sia permesso. E c’è una tolleranza eccessiva verso forme di voyeurismo che dovrebbero invece essere considerate intollerabili».
Non rischia di essere illusorio pensare di contenere la rete?
«La legge può intervenire solo in modo sanzionatorio, a fatti avvenuti. Ma serve molto di più: un cambiamento culturale. Dobbiamo iniziare dai più giovani, educandoli all’affettività, al rispetto dei sentimenti e a relazioni non tossiche. Le scuole dovrebbero affrontare questi temi senza timori. È l’unico modo per prevenire davvero questa malattia sociale».
Ha avuto modo di confrontarsi con le vittime di questa vicenda?
«Sì, ho avuto uno scambio di messaggi con diverse colleghe, non solo del Pd, ma anche di altre forze politiche. Tutte ci siamo sentite profondamente colpite: non solo offese, ma violate nella nostra intimità e nei nostri affetti più cari».
State pensando ad azioni concrete, sul piano parlamentare e giudiziario?
«Stiamo ragionando su iniziative legislative e anche su possibili denunce. L’obiettivo è che questa azione non resti confinata a un solo partito, ma coinvolga deputate e senatrici di tutte le forze politiche».
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