Le donne, le istituzioni e il talento che rischiamo di perdere

Le donne sono sempre più presenti in università e ospedali, ma ai vertici le presenze si assottigliano. Non è solo una questione di numeri: è talento che le istituzioni rischiano di disperdere

Gaya Spolverato
Gaya Spolverato, medico chirurgo, prorettore alle Pari opportunità dell'Università di Padova
Gaya Spolverato, medico chirurgo, prorettore alle Pari opportunità dell'Università di Padova

Non amo i testi celebrativi.

Non amo nemmeno l’idea che l’8 marzo sia un momento in cui fermarsi a contare quante donne ci sono — o non ci sono — nei luoghi del potere.

Eppure i numeri servono, perché raccontano storie che spesso non vogliamo vedere.

Nel nostro Ateneo, come in molti contesti ad alta qualificazione, le ragazze entrano numerose, brillanti, determinate. Poi, salendo lungo la traiettoria della carriera, qualcosa si assottiglia. Le curve non sono più parallele. Le presenze femminili si diradano proprio dove le decisioni si fanno più pesanti.

Lo sappiamo. Lo studiamo. Lo misuriamo.

Ma oggi non voglio fermarmi qui.

Perché se c’è una cosa che ho imparato in sala operatoria — il luogo meno retorico che conosco — è che i sistemi non cambiano perché li descriviamo meglio. Cambiano quando qualcuno decide di attraversarli in modo diverso.

Negli ultimi anni si parla molto di tempo, di equilibrio, di sostenibilità delle carriere. Temi giusti. Necessari. Ma c’è una parola che mi torna spesso alla mente, più scomoda e più potente: talento.

Talento non come etichetta elitaria. Talento come responsabilità.

Il talento — scrive Alessandro D’Avenia — è “la parte di noi destinata al mondo”. E se non lo mettiamo in gioco, non è solo un’occasione persa per noi. È un pezzo di futuro che manca a tutti.

Questo riguarda profondamente anche il tema delle pari opportunità.

Perché la vera perdita non è solo quando una donna non arriva dove potrebbe arrivare. La vera perdita è quando un sistema rinuncia — spesso in modo silenzioso — a intere porzioni di talento.

Succede quando le ragazze si auto-selezionano fuori da certi percorsi. Succede quando la leadership continua ad avere un solo accento.

Succede quando chiediamo adattamento invece di ridisegnare i contesti.

In chirurgia questo è chiarissimo. Una sala operatoria funziona solo quando ogni voce competente viene ascoltata nel momento giusto. Non vince chi parla più forte.

Vince il team che sa integrare differenze di esperienza, di sguardo, di approccio.

La diversità, quando è reale, non è un valore astratto. È un moltiplicatore di precisione.

Ed è qui che, credo, il lavoro delle istituzioni — università, ospedali, imprese — deve fare un salto di qualità: smettere di limitarsi a dichiarare la parità e iniziare a progettarla.

Progettarla nei percorsi di carriera. Progettarla nei modelli di leadership. Progettarla nei luoghi dove si prendono le decisioni.

Come Ateneo abbiamo scelto di muoverci in questa direzione con strumenti concreti: il Gender Equality Plan, il Bilancio di Genere, i programmi formativi su equità e inclusione, i progetti di ricerca sugli effetti della violenza di genere. Non sono bandiere. Sono infrastrutture culturali.

Ma — e qui parlo anche da chirurga — nessuna infrastruttura funziona senza persone disposte ad abitarla con coraggio.

Alle più giovani voglio dire questo, con la chiarezza che ho imparato negli ambienti competitivi: non aspettate che il contesto sia perfetto per entrare in gioco. Non lo sarà.

Allenate il vostro talento. Proteggete la vostra voce. Cercate mentori esigenti, non protettivi.

E a chi oggi ha responsabilità di leadership — donne e uomini — dico: il nostro compito non è aprire una porta una volta all’anno. È togliere i meccanismi invisibili che continuano a richiuderla.

L’8 marzo, allora, non è una celebrazione. È un checkpoint.

Un momento per chiederci se stiamo davvero costruendo organizzazioni capaci di riconoscere il talento ovunque si presenti — o se stiamo ancora chiedendo alle persone di assomigliare a un modello che non esiste più.

Chiudo con parole antiche e radicali, che continuano a interrogarci:

«Prendi tua figlia e insegnale lo splendore della disobbedienza. È rischioso, ma è più rischioso non farlo mai».

Sofocle, Antigone

Buon 8 marzo — oggi e tutto l’anno.

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Gaya Spolverato è delegata alle Politiche per le pari opportunità dell’Università di Padova, direttrice UOC Chirurgia Generale 3 Azienza Ospedale/Università di Padova

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