Il mito della creazione, chi scrisse il libro delle regole?

Toccò agli dei, a un mazzetto di vecchi con la barba bianca  e la tunica lunga fino ai piedi, a Mag o a Tur? Qualcuno rise così forte che nacque tutto

Bruna Graziani
Bruna Graziani, fondatrice e direttrice artistica del festival letterario CartaCarbone
Bruna Graziani, fondatrice e direttrice artistica del festival letterario CartaCarbone

Gli dèi si annoiavano, e non avevano voglia di creare il libro delle regole che aveva ordinato il loro dio, il dio degli dèi. «Vi darò due sacchetti con le quiddità necessarie e dovete farlo entro un mese.»

Ma gli dèi stavano lì a trastullarsi, a creare nacchere, saltafango e ombrellini da passeggio, e i sacchetti rimanevano in garage. Le regole, chi aveva voglia di creare il libro delle regole?

Si fecero venire un'idea geniale, avrebbero creato un paio di creature, e che lo scrivessero loro, il libro delle regole, con quei sacchetti pieni di lettere.

Si misero in cortile a impastare svogliati, con quello che era rimasto della sabbia, pregustando la bevanda fermentata che avrebbero bevuto dopo aver messo le due creature in forno.

Diedero loro una forma sommaria, le infilarono — stese su una pala da pizza — nella bocca di fuoco, e tornarono in giardino, la schiena contro la corteccia, la coppa in mano, alla frescura dell'estate che avevano creato per l’occasione. Le cicale conferivano il sonno e gli dèi chiusero gli occhi e si assopirono.

 

Passarono due ore. Le creature erano cotte e stracotte, cercavano di attirare l'attenzione battendo i piedi contro le pietre della bocca di fuoco. Gli dèi si risvegliarono di soprassalto e si scapicollarono per tirarle fuori.

Le creature si erano attaccate per la schiena. Una, dal lato esterno, aveva delle protuberanze, e l'altra ne aveva solo una, ad un'altezza differente, il baricentro. Comunque, erano un'unica creatura esterrefatta, l’aria interrogativa.

«Senti,» disse un dio, «non c'ho più voglia. Lasciamola raffreddare, la natura farà il suo corso. Sai com'è, la legge dei più forti.»

«E il libro delle regole?» disse l'altro.

«Qualche dio provvederà.»

«Ma se siamo noi gli dèi!»

«Oh, mi hai scocciato» e gli diede un colpo in testa col badile.

 

Gli dèi chiamarono Mag una metà e Tur l’altra, perché alla prima avevano agganciato al polso il sacchetto con le quiddità magenta e all’altra quello con le quiddità turchesi. Sollevarono la creatura da terra, la misero sotto braccio, come un cartonato delle fiere, e la abbandonarono nel campo. Che seguisse il suo destino.

«Ma…» fece un dio.

E giù un'altra badilata. Perché bisognava sempre farla difficile?

La creatura aspettò che gli dèi se ne andassero, acquattata tra le erbe, poi, a fatica, si mise in piedi e si ritrovò in mezzo alla desolazione. Che si fa?

Mag voleva andare da una parte e Tur dall'altra.

Cominciamo bene, disse qualcuno.

Mag non si rassegnava e si spinse in avanti costringendo Tur a seguire. Non riusciva a opporsi, tentò le blandizie: «Su dai, poi ti do una fragola». Ma non c'era niente da fare.

Presero a bisticciare così forte che le urla arrivarono al dio degli dèi, e il dio degli dèi mandò un fulmine. Il fulmine li separò e fu grande sollievo. Un fulmine lo mandò anche agli dèi, che stavano ancora gozzovigliando sotto l'olmo, pensando a come scansare altre richieste.

«Bene, prima eravamo impegnati a bisticciare, ora dobbiamo impegnarci in qualcos'altro. Ho un languorino… Io vado a catturare una bestia e tu intanto accendi il fuoco» disse Mag.

«Fuoco! Per carità, guarda qua che danni ha fatto» disse Tur indicando le cicatrici sulla schiena. «Io mangio solo erbe, catalogna, tarassaco, cose così, crude, peraltro.»

«Me ne frego di te, io vado» fece Mag, e si fiondò contro l'antilope, che avrebbe mangiato in solitaria, anche perché Tur, non se ne parlava che aprisse bocca, e che broncio!

«Dimmi che c'è.»

«Non c'è niente.»

«Ma sì che c'è qualcosa.»

«No.»

 

«Vabbè, passato tutto» disse Tur dopo due mesi. «E poi dobbiamo scrivere il libro delle regole. Gli dèi ci hanno dato questi» e fece tintinnare il sacchetto appeso al polso.

«Per quel che contano gli dei» disse Mag, «ci hanno abbandonati in mezzo a un campo! Comunque» continuò, «se ne parla domani» e tornò a fiondarsi su qualcos'altro. Si fiondava su qualsiasi cosa si muovesse, avanti e indietro, come una pallina da ping pong.

 

Il mattino dopo si misero a lavorare. Le lettere magenta e turchese erano sparse davanti a loro. Si cercava di capire qual era il modo equo di applicare la quiddità alle cose del mondo per farle buone e giuste. E Mag diceva una cosa e Tur un'altra e giù bisticci. Mag accusava Tur di «massima indecisione», e poi cos'era quella storia di dover sempre parlarne, che dovevano essere d'accordo tutti, e alla fine non si era mai d'accordo su niente. Tur disse a Mag di smetterla di imporsi in quel modo e che… e che… e avanti.

Mag si stava spazientendo.

«Senti, Tur,» disse con gli occhi dolci, «vai al fiume a prendere un bicchiere d'acqua che mi è venuta sete.»

Tur, sbuffando, accettò e si fece un giorno e una notte di cammino. Quando tornò con l’acqua, trovò il libro delle regole bell'e pronto: sfavillava di magenta.

E non si discute, pensava Mag.

Come puoi avermi fatto questo dissero gli occhi spalancati di Tur, un mondo buono e giusto solo per te.

«Me ne frego» disse Mag alzando le spalle tre volte. «Vai, vai a tirar su la roba che è asciutta, so che sei molto brava, vedi? Vedi? Moolto più brava di me!» E poi, per rincarare le lusinghe: «Per non parlare di altro. Vero che sai guarire il prurito, dolce Turry?» disse sornione.

«Cosa vuol dire prurito?» disse Tur, ammaliata da quello sguardo scintillante di pagliuzze ambrate.

«Lascia perdere. Te lo spiego un'altra volta. Comunque fidati, ho prurito qui» disse, e con il braccio lungo il corpo e l'indice un po' curvo, indicò il qui, al centro.

«Cos'è il qui?»

Mag, quasi offeso da quella domanda, la mandò via. «Vai a spazzolare le capre nel recinto.»

E si mise a ripassare compiaciuto i tre tomi sul dogma del chi. Sopra le pagine rotolavano delle minuscole uova nere, grandi come pidocchi. Cos'è sta roba… e le raccolse meravigliato una per una, col polpastrello inumidito. Le posò in una pietra concava, dentro il recinto delle capre, e ci buttò sopra qualche foglia secca per nasconderle. Crescevano a vista d’occhio.

«Uh! Domani frittata» disse raggiante Tur, con l'acquolina in bocca.

 

Il giorno dopo Tur andò nel recinto per prenderne mezza dozzina. Nella pietra concava non c'era più niente, ma attorno era cresciuto un mazzetto di vecchi. Avevano la barba bianca e la tunica fino ai piedi.

Confabulavano in greco, pasturando sul libro delle regole e declamando. “Essendo la quiddità opposta alla manifestazione in sé, ovvero al Sé, ovvero all'Assenza del Sé in quanto tale, ne consegue che il nulla è…”

Eh? Ma a parte questo, si inceppavano anche sui sillogismi e sui calcoli aritmetici elementari, tipo uno più uno. «Se la donna è l'essere inferiore, noi che da lei siamo stati generati, come facciamo a spiegare la nostra superiorità? Umh…»

Ma due conti no, eh, tromboni? pensò Tur con stizza.

Così tutto il giorno e non se ne veniva fuori, era un cicaleccio e un grattarsi la barba continui. Parevano i padroni del recinto e guardavano Tur dall’alto al basso. "La coscienza dell'atto noetico verso il noema, e nel dasein dell'esserci, genera l’invidia del chi cosmico nella donnità…"

E nessuno che dissentiva, perché chi avrebbe dovuto farlo era in cucina a ripiegare su uno schifio di zuppa sognando la frittata.

 

E avanti fino a notte, proprio sotto la finestra di Tur.

Così il mattino, per l'esasperazione, Tur appiccò il fuoco nel recinto. E che stabilissero da soli se quel fuoco apparteneva al mondo sensibile o al mondo delle idee!

Le barbe arsero in un secondo, i filosofi saltarono la staccionata e se la diedero a gambe levate. Pazienza se mettevano in confusione la gente di altri posti. Non era un problema suo.

 

«Il libro delle regole? Adesso ci penso io a scriverlo.»

E si mise in riva a quel mare bianco, sotto quel cielo altrettanto bianco, e tirò fuori le sue lettere turchesi e le dispose sulla sabbia. Appena prese a scrivere, successe una cosa spaventosa: il mare diventò cobalto e sulle dune spuntarono degli iris.

Mag spiava da dietro un cespuglio di corbezzolo e digrignava i denti per la rabbia, non aveva mai visto niente di simile. Com'è possibile? pensò Tur e non capiva se era un bene o un male. Guardò Mag per l’approvazione, ma appena Mag ebbe quegli occhi cilestrini addosso, si confuse e inciampò sulla radice di una mangrovia. A Tur venne da ridere, ma si trattenne e Mag si alzò balbettando, la bocca piena di sabbia: «Putrifichi la ragion critica?» A Tur, ancora, venne da ridere e stavolta lo fece, e dalla sua bocca presero a uscire nubi e montagne e i lapilli dei vulcani, i laghi e le giraffe, gli anemoni e le orchidee rampicanti e il piccolo e il grande atlante e i pesci iridescenti.

«Hai questito con fere capitàggini?» e Tur giù a ridere.

«Comunque» disse allo stremo Mag, togliendosi la sabbia dalla bocca e dandosi un tono, «il libro delle regole l'ho scritto…» ma non fece in tempo a dire «io» che gli cadde la mangrovia in testa.

Tur rise così forte che nacque tutto il resto.

 

*

Bruna Graziani, trevigiana, è fondatrice di “Il Portolano, scuola di scrittura autobiografica e narrativa” che opera a Treviso dal 2008, cofondatrice – nel 2014 – e direttrice artistica di “CartaCarbone festival letterario autobiografia e dintorni”. Dirige Carvifoglio, collana di narrativa contemporanea per Ronzani Editore.

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