Mammografia, un piccolo gesto che salva la vita

Mammografie, pap test e screening gratuiti: strumenti semplici che possono cambiare il destino di migliaia di donne. Eppure molte non li fanno ancora. Storie di donne (e uomini) che hanno vissuto l’incubo del tumore al seno

Maria Ducoli
Una mammografia. L'importanza della prevenzione
Una mammografia. L'importanza della prevenzione

A volte basta poco, pochissimo. Basta un gesto semplice, un controllo gratuito, accessibile, sicuro, per salvarsi la vita. In fatto di screening oncologici, quel gesto - una mammografia, un test per il colon retto, un pap test - può fare la differenza tra un tumore scoperto troppo tardi e una diagnosi precoce che salva.

A ribadirlo, anche l’équipe del Servizio di igiene e sanità pubblica (Sisp) dell’Usl 3 veneta, guidato da Vittorio Selle. «Spesso cerchiamo cose strane che ci salvino la vita e ci dimentichiamo degli strumenti che abbiamo già a disposizione», dice, «sicuramente le innovazioni nella sanità sono centrali, ma è fondamentale conoscere le possibilità che ci sono».

Se nell’Ottobre in Rosa, mese dedicato alla prevenzione contro il cancro al seno, i riflettori sono puntati sullo screening mammografico, l’attività del servizio prosegue instancabilmente per tutto l’anno. Anche a luci spente, anche nel silenzio. Perché la prevenzione, ricorda Selle, non si ferma mai.

Più donne, più presto

Dal 2025, sei regioni - Basilicata, Emilia-Romagna, Lombardia, Marche, Toscana e Veneto – offrono lo screening mammografico completo dai 45 ai 74 anni. Prima è, meglio è. In tutte le altre, l’accesso è ancora limitato alla fascia 50-69. Ma la sanità, e Selle lo conferma, da sola non basta: servono politiche giuste che mettano il welfare al centro.

La svolta era attesa da anni e, subito, ha portato i suoi frutti. Numeri alla mano, la dottoressa Melania Lorio, referente degli screening oncologici per il servizio dell’Usl 3, fa sapere che lo scorso anno il Sisp ha invitato a sottoporsi alla mammografia 3.200 quarantacinquenni, a cui vanno aggiunte altre 61.787 ultracinquantenni, per un totale di quasi 65 mila donne.

«Non si tratta solo di un test», fa presente Lorio, «in caso di anomalie viene attivato il percorso di approfondimento con gli screening di secondo livello, che si basano sull’ecografia e su altre indagini specialistiche dopodiché, in caso di positività, la donna viene data in carico alla Breast Unit».

L’adesione ancora bassa

Nonostante gli sforzi in campo, la campagna comunicativa e le iniziative per intercettare sempre più donne, nonostante il rispetto degli obiettivi regionali, l’adesione totale è ancora lontana dai numeri auspicati.

Su 65 mila donne a cui è stata inviata la lettera dell’Usl a casa, solo 39.940 hanno preso appuntamento per la mammografia. Fa ben sperare, invece, la risposta delle più giovani: sono state quasi 2.200 le quarantacinquenni che si sono sottoposte allo screening, con una copertura che si aggira intorno al 78%.

«La speranza», precisa Selle, «è che i numeri dell’adesione siano leggermente più alti perché alcune decidono di rivolgersi a strutture private non convenzionate, di cui quindi non siamo a conoscenza di eventuali screening effettuati».

Complessivamente, l’Usl 3 ha ampiamente superato l’obiettivo regionale che prevede una copertura del 60%, arrivando al 76%. Lo scoglio, però, spesso è anche linguistico e culturale: il servizio conferma di far spesso fatica a intercettare quella fetta di donne straniere, residenti perlopiù in terraferma. «In questo senso fare quadrato con le

associazioni che si occupano di integrazione è fondamentale per cercare di fare venire da noi», spiegano i medici.

Doppia lettura e casi sospetti

«Il nostro punto di forza», spiega l’équipe degli screening oncologici, «è la doppia lettura, che i centri privati non fanno. Le immagini vengono viste da due radiologi specializzati, se anche solo uno dei due crede che ci sia bisogno di fare un approfondimento, la donna viene chiamata». Lo scorso anno, sono state 2.383 le sospette positive che sono state inviate ai controlli di secondo livello, a cui ne vanno aggiunte altre 469 arrivate su indicazione del medico di base.

Le diagnosi precoci

Sono state 285 le diagnosi precoci effettuate nel 2025 grazie allo screening, tutte inviate quindi alla Breast Unit. Numeri, dietro i quali ci sono vite stravolte dall’oggi al domani, donne che si sono ritrovate nello tsunami di una diagnosi di cancro al seno, che hanno iniziato non senza paura cicli di terapie, che si sono sottoposte a interventi. Perché di cancro al seno si può morire ma, soprattutto se la diagnosi avviene per tempo, si può anche guarire. E lo screening è il primo alleato delle donne.

Dragon boat

Pagaia in mano, stesso ritmo e stessa direzione: la vita. Le donne operate di cancro al seno hanno fatto del dragon boat un inno alla guarigione, ma anche una terapia per il corpo e per la mente, una medicina a base di sorrisi e condivisione con altre persone dallo stesso vissuto. La squadra del Trifoglio Rosa di Mestre nel 2011 è partita con 7 donne, oggi ne conta ben 37. A cui, poi, se ne aggiungono 16 a Campalto, in partenza anche una squadra al Lido.

«Queste donne», commenta Chiara Ruaro della sezione mestrina, recentemente insignita da Mattarella del titolo di Ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica, «sono uscite dal loro buio e non c’è miglior messaggio per fare prevenzione di quello che proviene da chi ha affrontato un tumore al seno. Fa sì che anche le altre abbiano meno paura».

Il risultato è duplice: da una parte, il Dragon boat fa bene al fisico con gli studi che hanno dimostrato come il movimento ritmico della pagaiata promuove la risposta infiammatoria e limita la formazione del linfedema. Dall’altra, si crea una rete in cui chi è già passata dal percorso ed è guarita sostiene le altre.

«L’armonia che nasce in barca la portiamo anche fuori, organizzando altre attività sul territorio, ma anche diventando amiche. La cosa migliore? Non dover giustificare la nostra disabilità, i nostri limiti, perché anche l’altra li conosce».

Numeri in crescita anche per le Pink Lioness in Venice, la squadra con sede alle Zattere che, oltre al dragon boat, organizza ogni anno la Camminata in rosa. Quattordici le donne presenti, di cui quattro supporter. «A febbraio siamo diventate un’associazione vera e propria», spiega Francesca Baldi, «rendendoci autonome sia dalla Bucintoro che da Avapo. Sport e aria aperta sono già delle medicine, ci aiutano ad essere propositive e a reagire dopo quello che ci è successo».

La parola chiave è sostegno: «Di recente una nostra sorella, ci chiamiamo così, ha avuto una recidiva ed è stata una batosta per tutte», racconta, «ma credo che per lei stavolta sia stato diverso perché c’eravamo noi. Per quanto a casa ci sia chi ci sostenga, anche se non è sempre così perché alcuni davanti alla diagnosi scappano, sentiamo che c’è il bisogno di qualcuno che possa veramente capirci» .

Nonostante la vicinanza di amici e familiari, solo chi affronta la tempesta sa cosa significhi essere bagnate dalla pioggia. Quella paura senza nome e dai contorni non ben definiti può essere compresa solo da chi, a sua volta, l’ha provata sulla propria pelle. E, allora, la squadra diventa famiglia, supporto, vicinanza nei momenti più difficili, sorrisi e risate in quelli più leggeri. Alla base del dragon boat, un solo concetto: la barca va avanti solo se tutte e venti pagaiano allo stesso ritmo e nella stessa direzione. Nessuna viene lasciata indietro. Nessuna viene lasciata sola.

Se il cancro al seno colpisce un maschio

Non se ne parla, ma c’è: il cancro al seno colpisce anche i maschi. L’incidenza è bassissima, si stima circa un caso ogni 100 mila uomini. Il padre di Jessica Nardo, insegnante 47enne di Camponogara, rientra in quell’1% e dal momento della diagnosi, la vita dell’intera famiglia è stata stravolta.

Jessica Nardo
Jessica Nardo

Quando comincia la vostra storia con il cancro?

«Con la diagnosi di mio padre, un caso rarissimo. Allora il ginecologo ha consigliato a me e a mia sorella di fare i test genetici, era il 2020».

Cosa vi hanno rivelato?

«La positività alla Brca2, una mutazione genetica che comporta una predisposizione al cancro ovarico e mammario».

In questi casi qual è l’iter?

«Si tiene costantemente monitorata la situazione tramite accertamenti continui. Ogni sei mesi facevo la mammografia e l’ecografia, dopo altri sei mesi la risonanza con mezzo di contrasto». Un continuo sottoporsi a visite ed esami, con la consapevolezza di essere più a rischio delle altre, emotivamente com’è stato?

«La notizia dell’ottobre del 2020 mi ha cambiato la vita. Ho vissuto con la sensazione di essere una “sana malata”. Io stavo bene ma dovevo comunque sottopormi costantemente alle visite, non è stato semplice. Anche perché all’inizio c’era anche tutta l’ansia legata a una possibile positività. Con il senno di poi, posso dire che la mia sfortuna è stata la mia fortuna».

Cos’è successo, dopo?

«Per tre anni è andato tutto bene, gli esami erano sempre negativi e anch’io li vivevo con più tranquillità. Il 17 dicembre del 2023 avevo fatto la risonanza magnetica a cuor leggero. in pieno clima natalizio. Ricordo che ai medici uscendo avevo detto: ci vediamo tra sei mesi».

E invece?

«Dopo qualche giorno mi hanno chiamata perché vedevano un’ombra. Era molto piccola, tant’è che nell’ecografia non era emersa. Sono stata inviata a Verona per un approfondimento istologico, risultato positivo».

Il cancro, quindi, aveva bussato anche alla tua porta.

«Sì, ma è stato tutto molto veloce. A distanza di meno di un mese sono stata sottoposta a una mastectomia curativa a destra, dove c’era il tumore, e a una profilattica a sinistra. Dopo non ho mai dovuto sottopormi a cicli di terapie, mi sento una graziata».

Oggi cosa resta di quell’esperienza?

«Dopo il cancro, vedi la vita in maniera diversa. Capisci che non dura in eterno e, quindi non dai più il tempo per scontato».

La diagnosi, la depressione e l’aiuto

Lo screening che non convince i medici, gli approfondimenti, la diagnosi. Poi il buio, perché insieme alla propria, Marina Busetto ha dovuto digerire anche la diagnosi di cancro al cervello di suo figlio, all’epoca diciottenne. Una doccia ghiacciata, da cui si è risollevata anche grazie al supporto delle altre donne che, prima di lei, avevano affrontato il percorso di cura.

Marina Busetto
Marina Busetto

Marina, quando arriva il suo buio?

«Nel 2021, in pieno periodo Covid. Ho sempre aderito agli screening e mi hanno sempre trovato qualche calcificazione quindi disponevano gli accertamenti ma non hanno mai riscontrato problemi. Finché, quell’anno, tre giorni dopo la mammografia mi hanno inviata all’Angelo per fare l’ecografia, la risonanza e l’agoaspirato».

Il responso?

«Un nodulo di 12 millimetri e una diagnosi di carcinoma. Da dicembre a febbraio faccio due interventi, poi, da giugno, 16 sedute di radioterapia. È stato tutto molto veloce, non c’è stato quasi il tempo di realizzare ciò che mi stava succedendo».

Cos’ha significato per lei ricevere la diagnosi?

«Non sapevo cosa aspettarmi. Era già un periodo difficile, visto che eravamo in pandemia e, come se non bastasse, mio figlio diciottenne non stava bene. Nello stesso periodo era stato operato di cancro al cervello. Mi è crollato il mondo addosso e sono caduta in depressione».

La sua paura più grande?

«Vedere mio figlio star male. Era più il suo tumore a spaventarmi, che non il mio. Non è mai facile, per una madre, vedere il proprio figlio stare male senza poter far nulla. In più, io non stavo bene ed era ancora più difficile».

In questa situazione, ha trovato il giusto supporto?

«Sì. Poi dal 2022 sono entrata a far parte del Trifoglio Rosa che mi ha dato tantissimo. Mi ha permesso di uscire dal mio buio».

Ora come sta?

«Bene, anche se sono sempre sotto controllo. Ogni sei mesi devo fare tutti gli accertamenti, ora li sto per finire. Forse ci siamo».

E suo figlio?

«Sta bene anche lui, fortunatamente. Siamo tornati entrambi alla vita».

Cosa vorrebbe dire alle altre donne?

«Di aderire sempre alla prevenzione, di fare gli screening anche quando hanno paura, perché salvano la vita e il mio caso ne è la prova».

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