Pordenone, la missione di Lisa Peri: «Ho vissuto il cancro, ora tatuo la rinascita delle donne operate»
La titolare de "Le Tatuarti" e il progetto per la ricostruzione dell'areola mammaria: «Nessuna dovrebbe pagare per sentirsi di nuovo donna».

Quando ricorda come le è nata la passione per i tatuaggi, le brillano gli occhi: «Mio papà ne ha uno sul braccio e quando lo mostrava d’estate, da bambina lo guardavo incantata. Appena ho potuto, a 18 anni, sono andata a fare il primo». Lisa Peri, titolare dello studio Le Tatuarti di Pordenone, da oltre vent’anni ha trasformato una passione in lavoro «perché mi piace aiutare le persone a sentirsi più belle». Poi nel 2020, in pieno lockdown, la scoperta di avere un cancro al seno, un doppio intervento di asportazione e ricostruzione e una nuova consapevolezza: «Oggi vorrei aiutare le donne operate al seno. Molte attendono anche anni per riavere l’areola mammaria, perché il sistema sanitario non riesce a farsene carico in tempi rapidi e a regola d’arte. I medici, giustamente, fanno un altro mestiere. Io già lo faccio privatamente, ma le donne che hanno avuto un cancro al senso non dovrebbero pagare per sentirsi nuovamente donne».
Facciamo un passo indietro. Come è diventata tatuatrice?
«Ho sempre voluto fare questo, quando poi ho capito che era possibile tatuare anche il viso, mi si è aperto un mondo. Ho frequentato l’Istituto d’arte, ma non l’ho finito perché volevo essere indipendente. Ho iniziato a fare la commessa, lavorando undici anni da Nacci sport a Pordenone, un bel periodo della mia vita. Ventuitude anni fa mi fecero un tatuaggio fatto male e, da perfettina quale sono, volevo assolutamente Sporre rimedio, ma non trovavo nessuno che potesse aiutarmmi. Sono andata andata a Milano, da quella che sarebbe diventata la mia maestra, per farmi sistemare il tatuaggio e una volta arrivata nel suo studio, quando è stato il momento di pagare le ho detto: “Io voglio fare questo nella vita, dimmi come e lo farò”. Così ho iniziato a frequentare l’Accademia a Milano. Il lunedì il negozio era chiuso e andavo a Milano».

E poi?
«In poco tempo ho aperto la partita Iva e mi sono licenziata. Devo dire che il lavoro mi ha sempre cercata. I primi cinque anni facevo la free lance, lavorando negli studi degli altri e andando in giro e poi nel 2009 ho aperto il primo negozio, che era piccolo, con due cabine. Ho assunto un’estetista che lavorava con me, poi mi sono iscritta a Estetica alle serali, ho preso il diploma e ho continuato a lavorare, facendo sempre formazione. Nel 2018 abbiamo aperto lo studio, con il mio socio Thomas, in via Oberdan e io ho iniziato a occuparmi anche di tatuaggio artistico, per non fare solo il trucco permanente».
Si è mai pentita della scelta?
«Mai un giorno. Per me non è quasi un lavoro: dare bellezza alle persone è il mio scopo perché sentirsi più belli aiuta a relazionarsi meglio con gli altri e con il mondo. Dietro c’è tanto lavoro, in cabina minimo due ore, due ore e mezza con una cliente, perché dietro ogni desiderio di sentirsi più belli c’è comunque una storia, un bisogno».
Chi sono le sue clienti?
«Donne di tutte le età, dalle giovanissime che magari perdono capelli o sopracciglia, a signore che hanno anche 80 anni. Ho clienti che mi seguono da una vita e clienti che arrivano da tutta Italia o che vivono all’estero e vengono da me quando rientrano».
Nel 2020 il bivio, mentre il mondo chiudeva per lockdown, lei scopriva di avere un cancro al seno.
«Sono stata operata a maggio 2020. Tre giorni prima che ci chiudessero mi hanno detto che avevo un carcinoma al seno. Lo avevo scoperto tossendo, pensavo a un linfonodo ingrossato, perché avevo fatto la mammografia due mesi prima. Sono stata operata all’ospedale di Treviso, perché mia sorella lavora là. Paradossalmente è successo quando eravamo chiusi per Covid per cui ho potuto dedicarmi alla mia salute. Io sono stata molto fortunata, anche se non è stato facile. Ho fatto una doppia mastectomia preventiva, potendo scegliere in modo che potessero anche fare un buon lavoro nella ricostruzione. Da quel momento chiaramente è aumentata la mia sensibilità per l’ambito paramedicale, anche se avevo già avuto clienti mastectomizzate, che erano venute da me per fare areole o anche solo per coprire cicatrici».
Come l’ha cambiata questa espreienza?
«Il mio obiettivo con quello che ho vissuto è diventato riuscire ad aiutare le donne che escono dal percorso di un cancro al seno che porti alla mastectomia. Una donna attraverso un calvario e finché non arriva al tatuaggio, si sente incompleta. Ti guardi allo specchio e ti vedi mutilata, ti senti un manichino. E ormai questo problema tocca anche ragazze di 20 anni che si affacciano alla vita. Ho conosciuto donne che hanno atteso dai 3 a 7 anni per il tatuaggio».
Il servizio ospedoliero passa questo servizio?
«Nel pacchetto, che comprende anche lo psicologo, dovrebbe esserci, ma spesso non è così perchè non ce la fanno con i tempi e non si investe. Per un ospedale significa acquistare un macchinario, i pigmenti e avere personale dedicato. Spesso sono i tirocinanti dell’università a tatuare, ma chiaramente non è il loro lavoro. Da qui l’ospedale di Trieste , nel 2025, ha creato un corso per estetiste. Sono stata invitata dal professor Giovanni Papa, della Breast Unit di Trieste, a partecipare a questo progetto. L’obiettivo è formare estetiste che possano effettivamente operare in contesto sanitario. Poi ho fatto un corso con Rita Molinario, dermopigmentista e la Lilt di Treviso».
Qual è la sua aspirazione?
«Io vorrei dare il mio servizio in un contesto sanitario, in cui il macchinario magari viene acquistato dall’associazione, se non dalla struttura sanitaria. Sono convinta di non essere l’unica professionista disponibile a dare una mano, anche da volontaria, a fronte di adeguata formazione. Non è giusto che le donne paghino per venire da me a fare il tatuaggio. Dovrebbe essere parte del percorso sanitario, magari a fronte di un ticket»
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