Un penultimo posto che fa la Storia: “Grazia”, il romanzo che riporta sul ghiaccio la prima olimpionica azzurra

Mentre Milano-Cortina 2026 celebra i campioni di oggi, Federica Seneghini riporta alla luce la pioniera che nel 1948 sfidò le macerie della guerra per pattinare a St. Moritz

Daniela Larocca
Grazia Barcellona, prima pattinatrice italiana a gareggiare nell’individuale alle Olimpiadi invernali
Grazia Barcellona, prima pattinatrice italiana a gareggiare nell’individuale alle Olimpiadi invernali

Lo sport ha una sua resilienza, riesce a sopravvivere a tutto: alle macerie, alle dittature, alle vite spezzate che provano a rimettersi in piedi. Resiste persino quando i corpi vengono piegati dalla propaganda o quando le biografie finiscono chiuse in un baule, dimenticate per decenni.

Nel suo nuovo romanzo, Grazia, Federica Seneghini riporta alla luce la storia di Grazia Barcellona, la prima pattinatrice azzurra alle Olimpiadi invernali. È una storia di lame che solcano il ghiaccio e di donne che attraversano la Resistenza, ambientata in una Milano ferita ma vitale che, tra il 1948 e oggi, non ha mai smesso di essere capitale dello sport.

Quella di Grazia Barcellona è una storia dimenticata: come è inciampata in questo baule di ricordi? 

«È successo quasi per caso mentre lavoravo a Giovinette, il mio primo romanzo. Incontrai i racconti di sua madre, Giovanna Boccalini, ma allora non sapevo che Grazia fosse stata un’olimpionica. È morta nel 2019 portando con sé un silenzio che ho dovuto scoperchiare studiando documenti, parlando con chi l'ha amata e allenata. È stato un doppio binario: da una parte la riscoperta della figlia, dall'altra quella della madre, una figura così centrale che Milano le ha appena dedicato una via».

Quanto scavo c’è stato tra gli archivi e nei ricordi dei suoi intervistati?

«Moltissimo. Ho cercato i figli, l’allenatore, le ultime voci ancora vive. Ho scavato nelle carte della Resistenza e nei documenti politici di Giovanna: dalle pagine di Noi Donne ai verbali del primo Consiglio comunale della Milano liberata. Giovanna era una grafomane, scriveva compulsivamente. Grazie a lei non ho trovato solo date, ma il battito emotivo di quegli anni».

Ha scelto di far parlare Grazia in prima persona. Come mai questa “intimità” con il personaggio?

«Volevo abitare i suoi pattini. Cercavo di capire cosa significasse iniziare a nove anni e trovarsi alle Olimpiadi a diciannove, avendo in mezzo il fascismo, la fame e i bombardamenti. La sua è una parabola sportiva rapidissima e, proprio per questo, incredibilmente fragile».

Che tipo di ragazza emerge da queste ricerche?

«Un’agonista pura. Nelle sue pagelle scolastiche il pattinaggio divora ogni cosa: assenze, bocciature, insufficienze. Nel 1946 fu rimandata perché il ghiaccio veniva prima di tutto il resto. Sono questi piccoli frammenti a comporre il puzzle di una passione assoluta».

Il titolo è Grazia, ma l’ombra di sua madre è ovunque.

«Avrei potuto intitolarlo Giovanna e Grazia. La madre è una coprotagonista ingombrante e luminosa: femminista, partigiana, assessora. Ha vissuto il lutto atroce di un figlio perso in guerra senza mai smettere di lottare. Per Grazia è stata protezione e modello, ma anche una ferita: una madre che correva da un congresso all'altro, con la vita scandita dall'agenda politica».

Come ha gestito il confine tra realtà e romanzo?

«Sono stata ossessivamente fedele ai fatti: date, luoghi, competizioni. La libertà che mi sono presa è stata solo emotiva. Ho ascoltato ciò che le carte suggerivano e ho cercato di dare a quei documenti una voce che potesse ancora emozionarci»

Il romanzo racconta un’Italia che spinge sì le donne allo sport, ma solo per controllarle...

«È il paradosso della propaganda. Il pattinaggio era il fiore all'occhiello del regime, così le ragazze viaggiavano e gareggiavano all'estero. Grazia arriva in Croazia nel 1942, in piena guerra. Immagino una forma di inconsapevolezza: si scende a patti con la dittatura pur di poter scivolare. Nel suo caso, però, l’antifascismo era l'aria che respirava in casa: il suo pattinare era una resistenza alla vita stessa».

Grazia arriva a St. Moritz nel 1948, ma il risultato sportivo è deludente.

«Arriva penultima. Ma è qui che la storia diventa universale: è una vicenda sportivamente "minore" ma umanamente enorme. Gli allenamenti si erano fermati nel '43 per riprendere solo a fine '45. L’Italia arrivò a quelle Olimpiadi impreparata, ma esserci era già un miracolo. Vale il viaggio, non il podio».

E perché ha scelto di non raccontare direttamente la gara?

«Mi premeva di più il percorso compiuto da Grazia, il racconto dei suoi passi alle Olimpiadi. Mi interessava il ritorno a Milano, il Palazzo del Ghiaccio di via Piranesi sventrato dalle bombe, i vuoti lasciati da chi non era tornato. Milano è un personaggio vivo nel libro: allora capitale del pattinaggio, oggi di nuovo al centro dei Giochi Invernali. È un cerchio che si chiude».

Infine, dalla vetrina del 2026 parliamo della Milano di allora: che atmosfera si respirava in quella prima delegazione del dopoguerra?

«Era l'atmosfera della rinascita. St. Moritz fu scelta proprio perché la Svizzera era rimasta neutrale. Grazia era una delle pochissime donne in un mare di uomini. Partirono da Milano in pullman, attraversando un Paese ancora in macerie, per andare a parlare di nuovo con il mondo attraverso lo sport».

Sicuramente quella di Grazia Barcellona non è una favola sportiva da prima pagina. Ricorda però un atto di resistenza, anzi di resilienza, proprio come le storie a cui ci stiamo appassionando in queste Olimpiadi e che corrono veloci sugli schermi dei nostri televisori. In un'epoca che pretendeva di decidere il destino delle donne, Grazie ha scelto la velocità, l'impegno e la fatica. Il risultato? Un penultimo posto dimenticabile, vero. Ma dal baule del tempo è arrivata una voce che credevamo perduta, ricordandoci che le storie, quelle vere, trovano sempre il modo di rompere il ghiaccio e tornare a galla.

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