Noi e la sorellanza fatta di ascolto, attese, complicità e piccoli gesti
Il dialogo con le detenute del carcere di Venezia sviluppa una relazione che nasce lentamente, nel tempo condiviso, nell’abitudine a tornare settimana dopo settimana nello stesso luogo, nel riconoscersi nelle storie delle altre anche quando sono molto diverse dalla propria

Da dieci anni entro nel carcere femminile della Giudecca più o meno ogni venerdì o sabato pomeriggio.
Faccio parte dell’associazione Closer e in carcere ci vado con l’obiettivo di organizzare, insieme a un gruppo di donne ristrette, degli incontri con autori e autrici e di presentare i loro libri durante eventi pubblici: sì, in carcere, ma aperti alla cittadinanza.
I libri diventano per noi un pretesto per innescare dialogo. In un certo senso proviamo a restituire alla cultura quella che per noi è la sua funzione più autentica, lo scambio.
Questa attività, nel tempo, mi ha aiutata a sviluppare un senso di sorellanza che prima di questa esperienza non ero mai riuscita davvero a costruire con altri gruppi di donne. Una relazione concreta, fatta di ascolto, attese, complicità, lacrime, piccoli gesti.
Una sorellanza che nasce lentamente, nel tempo condiviso, nell’abitudine a tornare settimana dopo settimana nello stesso luogo, nel riconoscersi nelle storie delle altre anche quando sono molto diverse dalla propria.
Così, da dieci anni, l’8 marzo è sempre stato per me il giorno in cui provavo, fuori, a restituire la voce delle donne che stavano dentro: durante i presidi, quando le compagne mi invitavano a portare una testimonianza, o durante i pranzi con le amiche in cui ci dicevamo che sì, è vero, non si vuole dare valore a questa giornata considerandola la nostra festa, ma che alla fine un mazzo di mimosa fa sempre piacere riceverlo.
Quest’anno però è diverso.
G. è fuori da pochi giorni. Dopo tre anni, finalmente, posso pensare che sia lei a parlare. Ma soprattutto posso regalarle una mimosa senza chiedere il permesso a nessuno.
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Giulia Ribaudo, veneziana, lavora per Arsenalia. Nel 2016 ha fondato Closer, un’associazione culturale che promuove attività all'interno del carcere femminile della Giudecca. Dal 2020 cura, insieme a Severino Antonelli, PIOMBI, la newsletter di Closer per parlare di carcere, libertà, giustizia e ingiustizie.
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