“Per sempre sì”: se la realizzazione di sé passa dall’abito bianco e dalla fuga dalla società
Dietro al “per sempre” del brano di Sal Da Vinci che ha trionfato a Sanremo c’è l’idea della felicità da costruire nella sola sfera individuale

Le storie sono importanti perché da sempre, ci raccontano gli antropologi, aiutano a capire le società e le loro trasformazioni. La canzone vincitrice quest’anno del festival di Sanremo è una storia d’amore: il protagonista è “un re dal cuore innamorato” che ha il potere di regalare a “una regina ora vestita in bianco sposa” “il più grande giorno” della sua vita.
Il più grande giorno. Quello in bianco vestita. A scanso di equivoci, “davanti a Dio”.
Sarebbe ingiusto dire che questa canzone ha trionfato, perché almeno altre due hanno ottenuto un grande consenso, ma nella somma dei voti a vincere è stato Sal Da Vinci con “Per sempre sì”.

Il titolo evoca di per sé sentimenti contraddittori. “Sì” rimanda in prima battuta a un moto di adesione alla vita, l’affermazione del libero arbitrio del soggetto di determinarsi positivamente. “Per sempre” ne inquieta il senso.
Non a caso Stephen King l’ha usato come ritornello in uno dei suoi romanzi più paurosi: il “per sempre” è spaventoso perché ferma il tempo, impedisce il divenire e il mutamento, come l’occhio di Medusa cade sul soggetto e lo paralizza. “Per sempre”, ci ricorda il cantante, chiama in causa Dio, la dimensione sacra.
Perché, come ha spiegato il sociologo Roger Caillois in tanti suoi lavori, “per sempre” sottrae la vita al suo fluire ordinario, la fa uscire dal tempo umano, dal movimento, dalla possibilità di agire e cambiare. La durata infinita non è un’espansione della vita ma una sua cristallizzazione. L’eterno è un attributo del sacro, e proprio per questo ci affascina ma al contempo risuona di un avvertimento sinistro. Basta seguire i versi della canzone: Saremo io e te/ Per sempre/ Legati per la vita/ Che senza te con vale niente/ Non ha senso vivere. Senza di te muoio, se mi lasci mi uccidi, e con uno slittamento minimo di senso: se mi lasci mi uccidi e quindi ho il diritto di evitare tutto questo. Da qui la cronaca.
Questa canzone, alla vigilia della ricorrenza della Festa della Donna, ha suscitato commenti d’ogni tipo. Ma forse, più dei giudizi, è interessante notare come sia espressione di uno spostamento più generale dell’orizzonte dei nostri desideri (quelli che portano al “più grande giorno”) dalla sfera della realizzazione pubblica a quella privata. E se la canzone ci piace così tanto è perché in fondo ci regala una promessa di felicità, che mai come in questo momento si gioca tutta nel campo personale.
La conseguenza è a un passo: a definire chi siamo non sono più le nostre azioni pubbliche ma quelle dettate dai nostri sentimenti privati, non importa aver vinto un oro olimpico, sotto i riflettori colpisce l’essere una madre. Tornano al centro i ruoli e le istituzioni che li governano - il matrimonio, la genitorialità -, che però smettono di essere semplici istituzioni regolative e si trasformano in momenti di costruzione del sé.
È forse sbagliato liquidare quest’enfasi sulla felicità privata, che rende il matrimonio in vestito bianco il sogno più bello, semplicemente come la manifestazione di un conservatorismo sociale (in parte lo è), o come il ritorno alla tradizione più rassicurante. Mi pare piuttosto che avesse ragione Zygmunt Bauman quando, descrivendo la nostra società liquida, ci mostrava che l’identità oggi non sia più un dato sociale ma un compito individuale. E allora tutta la responsabilità della felicità e della realizzazione di noi stessi, della nostra stabilità e sicurezza, non pesa più sulla società, sulla politica, sulla comunità, sull’orizzonte che governa, ma ricade sull’individuo. In poche riduttive parole, se la piazza pubblica perde importanza, se le porte del mondo si chiudono a nuove possibilità, se i confini si restringono senza permettere ai soggetti quel grande motore d’evoluzione e miglioramento che è il viaggio, allora non ci resta che il nostro piccolo alveo, la famiglia, la coppia, i figli come luogo principale d’investimento simbolico.
E alle donne non resta che farsi dire da “un re innamorato” che il giorno più grande della loro vita sarà in abito bianco e sarà lui a regalarglielo. Attente però, è vietato cambiare idea.
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Federica Manzon, nata a Pordenone, scrittrice ed editorialista del Gruppo Nem
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