La psicologa che ha fondato il numero verde antisuicidi

Dalla crisi economica al Covid passando per il crac delle banche popolari, Emilia Laugelli ha guidato per undici anni il numero verde antisuicidi della Regione Veneto: «Nei primi 90 secondi di una chiamata si decide tutto». E racconta quel giorno in cui convinse un imprenditore con il cappio al collo a tornare indietro 

Alessia De Marchi
Emilia Laugelli, fondatrice del numero antisuicidi della Regione Veneto attivo dal 2012
Emilia Laugelli, fondatrice del numero antisuicidi della Regione Veneto attivo dal 2012

Raccontare Emilia Laugelli è come aprire un libro di storie, sfogliarlo con delicatezza e arrivare alla fine con una certezza: “Non sei solo, non ti lasceremo più”. Un viatico che accompagna per sempre chi, grazie a queste poche parole, ha visto allungarsi una mano e afferrarlo con forza mentre la disperazione lo spingeva verso il baratro.

Era il 2016 e a ricevere quel messaggio fu un imprenditore mentre appendeva al ramo di un albero nella campagna veneta, la corda stretta attorno al collo.

Furono quelle parole, scritte al volo da Cristina che oggi non c’è più rapita un paio di anni fa dalla malattia, e poi la voce amica di Emilia a farlo desistere, a fargli capire che la morte non era l’unica via per salvarsi da quell’incubo senza fine che fu la grande crisi economica di quegli anni. 

Emilia Laugelli è la psicologa che nel 2012 è stata chiamata ad attivare un nuovo servizio per conto della Regione Veneto: il numero verde antisuicidi. 

Quell’800.334.343 attivo 24 ore su 24 che ha salvato dapprima imprenditori piccoli, grandi protagonisti del miracolo del Nordest, incagliati nella notte fonda della crisi economica; poi i risparmiatori messi sul lastrico dal rumoroso crac delle banche popolari; quindi le vittime della pandemia: i contagiati dal Covid ma anche i parenti, gli operatori sanitari, … in preda all’ansia e all’angoscia davanti a un nemico sconosciuto.

Oggi Emilia, dopo quasi quarant'anni di servizio nella sanità pubblica, è in pensione. Dallo scorso aprile si gode quel tempo lento che per lei, telefono della reperibilità sempre accesso per undici anni anche di notte e in vacanza, è una novità. 

«Assaporo», confessa, «l’importanza di avere il tempo per fare cose, senza fretta, una dimensione diversa, nuova». Può fare la nonna di Livia, Anita ed Elia, i nipoti che le hanno regalato i figli Emanuele e Serena.

E’ appena rientrata dalla Calabria, dove è andata a festeggiare gli 89 anni di mamma Maria, una donna forte come lo sanno essere le signore del Sud. E come lo è Emilia, nata nell’agosto di 66 anni fa in un paese in provincia di Catanzaro, di cui il padre Francesco è stato vicesindaco. 

In Veneto è arrivata prima in vacanza e poi per studiare psicologia, in quella che doveva essere, nella convinzione dei suoi genitori, la tranquilla Padova.

Come inizia la sua avventura in Veneto?

«Ero venuta per turismo: avevo girato Venezia, Padova, meta d’obbligo il Santo per un tour della fede di mamma, .... Nel 1978, diplomatami alle magistrali  all’istutito salesiano di Soverato, avevo deciso di continuare gli studi in psicologia. La scelta era tra Roma e Padova, le uniche università che allora avevano attivato questo corso di laurea. I miei familiari preferirono inviarmi nella città del Santo, lontana dal caos della Capitale. E invece, poco più che maggiorenne, mi ritrovai nella Padova del 7 aprile 1979, nella Padova in cui fu gambizzato Guido Petter (allora direttore del mio corso di laurea inserito nella facoltà di Magistero), nella turbolenta Padova delle Brigate Rosse, di Autonomia Operaia,… Ma anche nella Padova in cui a un cineforum conobbi un giovane e promettente studente di Medicina, Mario Righele di San Pietro Valdastico, che sarebbe diventato mio marito. Finiti gli studi, avrei potuto rientrare in Calabria, dove mi era stato offerto un lavoro, ma preferii restare in Veneto, a Schio».

Perché? 

«Allora per amore e poi perché qui ho avuto modo di esprimere tutta la mia passione per il lavoro, l’impegno politico, per l’essere comunità. Per 14 anni, dal 1995 al 2009, mi sono occupata di servizi sociali come assessore del Comune di Schio. La prima nomina fu con il sindaco Berlato Sella, dopo che ero stata eletta consigliera nella lista del Partito popolare. Per nove anni fui l’unica donna in giunta, rispettata e valorizzata. Quella amministrativa è stata una delle esperienze più importanti della mia vita, sostenuta da un’ottima squadra di assistenti sociali. Abbiamo attivato progetti di cui vado ancora orgogliosa: il primo centro antiviolenza pubblico dopo quello aperto a Venezia, servizi per adolescenti, disabili anziani, il fondo di solidarietà al microcredito, ...».

Perché ha interrotto il suo cammino in politica?

«Mi ha deluso quella politica in cui il volere romano prevarica la voce del territorio. In una tornata elettorale ero stata candidata alla primarie del Pd per il Senato, avevo vinto, ma poi nel compilare le liste mi hanno messa al terzo posto per far spazio a due candidati spinti da Roma. Ho stracciato la tessera e non ho più voluto saperne di politica».

E il lavoro?

«Ho iniziato come insegnante di sostegno, ho continuato nelle cooperative impegnate nel sociale lavorando con pazienti psichiatrici fino ad approdare nel 2001 al centro di salute mentale di Schio, otto anni dopo sono passata a coordinare il centro affidi e adozioni e quindi dal 2010 ho guidato la Psicologia Ospedaliera dell’ospedale di Santorso».

Quando è arrivata la chiamata per l’avvio del servizio antisuicidi?  

«Era il 2012 e quasi ogni giorno la cronaca dava conto di imprenditori che decidevano di farla finita, sotto il peso di una crisi di sistema mai vista: debiti che si accumulavano per commesse affidate a paesi emergenti, crediti non riscossi e imprese sane che improvvisamente crollavano come castelli di sabbia. Domenico Mantoan, allora direttore della sanità veneta, mi chiamò per attivare in collaborazione con Gian Piero Turchi, docente dell’Università di Padova, un nuovo servizio voluto dal governatore Luca Zaia: un numero verde di ascolto e supporto psicologico a chi accarezzava l’idea di togliersi la vita travolto dal fallimento della sua attività. Così nacque il primo numero antisuicidi  attivo h24».

Come funzionava?

«Uno psicologo rispondeva alle chiamate di aiuto. Ascoltava e assegnava un colore alla richiesta di intervento in una graduatoria di rischio codificata: bianco se chi stava all’altro capo del telefono aveva solo bisogno di sfogarsi; verde se manifestava il pensiero di farla finita; giallo se al pensiero univa l’intenzione; rosso se lasciava intendere di essere pronto a passare all’azione. Il primo contatto era fondamentale, per questo importante e accurata era la formazione degli operatori. La nostra azione, in base alla richiesta, proseguiva con l’accompagnamento. Incontri diretti, aiuto nel districarsi nelle pastoie di una burocrazia rigida, sostegno nell’individuazione di una via d’uscita davanti alla cartelle di Equitalia o nella ricerca di una nuova occupazione… Quanto lavoro a tutte le ore, anche della notte».

C’è un intervento che più di altri le è rimasto nel cuore?

«Sì, me lo ricorda quella corda che era già pronta a chiudere una storia. Era l’estate di dieci anni fa. Al numero verde era arrivata la chiamata di Pietro (nome di fantasia, ndr), un piccolo imprenditore vicentino a capo di una decina di dipendenti. Ci aveva già contattato in passato, ma questa seconda telefonata era per ringraziarci e dirci addio: stava per farla finita. A ricevere il suo sos c’era Cristina, una grande professionista e una preziosa amica mancata un paio di anni fa per un tumore al cervello che non le ha lasciato scampo (la voce calma di Emilia s’incrina ma poi riprende il racconto, ndr).  Aveva provato a farlo desistere tenendolo al telefono, ma Pietro aveva già posizionato il cappio attorno al collo e agganciato al corda a un ramo. Chiuso il cellulare, stava per lasciarsi andare. Cristina continuava a chiamarlo, non rispondeva. Mi telefonò: il caso volle che io fossi a poca distanza da dove di trovava Pietro. Il ramo si spezzò, Pietro lesse il messaggio di Cristina: “Non sei solo, non ti lasceremo più”.  Rispose al telefono, lo stavo chiamando io. “Troviamoci al bar, parliamone”. “No, non vengo”. Mi sedetti al tavolino di quel bar con la speranza di vederlo arrivare, una speranza mangiata dai minuti che passavano lentissimi, inesorabili. Eppure in fondo, ci credevo: sarebbe venuto. Così dopo mezz’ora: eccolo arrivare con la camicia abbottonata fino al collo per nascondere il segno lasciato dalla corda. Pietro prese un orzo, parlammo. Mentre me ne andavo in auto, mi fermò, mi chiese di abbassare il finestrino e mi lanciò sul sedile la corda con sui stava per impiccarsi. La conservo ancora, per anni l’ho tenuto nascosta ai miei cari, quasi un segreto tra me e Pietro che nel frattempo è rinato, ha trovato un lavoro da dipendente e soprattutto la voglia di continuare».

Emilia Laugelli con Massimo Gramellini che ha raccontato la sua storia nella buonanotte di "In altre parole" in onda su La7
Emilia Laugelli con Massimo Gramellini che ha raccontato la sua storia nella buonanotte di "In altre parole" in onda su La7

Il suo essere donna l’ha aiutata in questa missione? 

«Nel mio lavoro mi hanno sempre accompagnata l’amore per la comunità, per l’essere umano e la capacità di accogliere. “Facciamo insieme”, quanto volte l’ho ripetuto. Anche quando sono passata a occuparmi di malati terminali, a sostenere parenti di persone avviate alla fine della loro vita quando c’è bisogno di non sentirsi soli e di sapere di aver fatto tutto il possibile. Certo,  nel lavoro al numero verde antisuicidi  la sensibilità femminile ha fatto la differenza nella predisposizione a trasmettere empatia e senso di accoglienza. Nei primi 90 secondi della telefonata ci si gioca tutto l’intervento e qui fondamentale, se non risolutiva, è la capacità di mettersi nei panni degli altri, di comprendere i loro stati d'animo, una capacità naturale nelle donne».

Com’è evoluto il numero antisuicidi?

«Pensavamo di aver esaurito la nostra missione con il mitigarsi della crisi economica, ma sono arrivati i fallimenti della banche popolari che hanno travolto i risparmiatori. Qui al contatto telefonico abbiamo aggiunto la presenza con nostri banchetti agli incontri organizzati dalle associazioni nate spontanee per aiutare chi si era visto azzerare i risparmi di una vita. E poi si è aperto un altro fronte, quello del disagio generato dal Covid».

Oggi siamo più soli?

«Abbiamo più bisogno di essere ascoltati».  

 

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