Le donne e la società dei controsensi
Dalle legge sul consenso al congedo di paternità, le misure fondamentali per il cambiamento vengono spesso affossate

Nei giorni scorsi sentivo le mie amiche raccontare. Quella volta che mamma ci è rimasta male perché papà si è dimenticato le mimose. Quella volta in cui sono andate a comprarli loro, i fiori, per evitare il litigio e salvare la giornata. Una certa attenzione alla cura - e anche all’abitudine alla sua assenza - si impara molto presto tra le mura di casa.
Ricevere dei fiori è sempre dolce, anche regalarli lo è. Però quando scendiamo in piazza a manifestare reggiamo con forza cartoni con su scritto “Per l’8 marzo delle mimose non ce ne facciamo nulla”. Che controsenso, qualcuno ritiene.
Forse sì, ma tante cose sono un controsenso. È un controsenso, per esempio, condividere su Facebook un bigliettino giallo che orgoglioso recita in corsivo che “le donne non si sfiorano neanche con un fiore”, per poi battere il cinque all’amico che ti dice che ha inviato quelle foto della sua ex “perché mi ha tradito, è una zoccola e se l’è cercata”.
È un controsenso dirsi contro ogni violenza di genere, ma poi affossare la legge sul consenso. Quel consenso che studentesse e studenti hanno la lungimiranza di voler vedere insegnato e spiegato a scuola, perché lo sanno, lo hanno visto, cosa succede quando non si rispetta.
Un controsenso per esempio è anche stare dalla parte delle mamme, sperare in una aumentata natalità che risollevi le sorti del nostro Grande Paese, ma affossare (e due) pure la possibilità di congedo di paternità paritario. Che “tanto le donne lavorano meno, quindi possono stare pure loro a casa a badare alla prole.” È un controsenso ritenere che le cose debbano proseguire secondo una norma che vede donne e uomini rispettare certi ruoli, e scordarsi che fino a qualche decennio fa vi erano norme che prevedevano di sposarsi con il proprio violentatore per preservare la morale.
Visibili o meno evidenti, più o meno volontariamente, crescendo ci nutriamo di questi controsensi finché non li diamo per scontati.
Alcuni siamo in grado di riconoscerli sempre prima, (perché non è vero che dei passi avanti non sono stati fatti, altre donne hanno dato tutto prima di noi per darci un tracciato), altri invece sembrano cristallizzati al punto da apparire inscalfibili, talmente scontati da diventare invisibili, ancora più infimi. Il cosiddetto soffitto di cristallo, ad esempio, ogni donna sa quanto si fatichi ancora a infrangere quel tetto invisibile che ci blocca dal raggiungere posizioni di rilievo nel mondo del lavoro. Una professoressa delle superiori ce lo aveva spiegato così: «c’erano tempi a cui alle donne era impedito anche di staccarsi da terra. Ora possiamo anche volare un po’, ma al cielo non ci arriviamo».
Certamente esistono eccezioni; dopotutto, il nostro Presidente (da lei richiesto il maschile) è donna. Qui sta l’inghippo. Finché a sollevarsi si è in poche, mentre il tetto continua a costringere tutte le altre, non è pari opportunità, non è uguaglianza, e decisamente non è messa in crisi del contesto patriarcale in cui viviamo. A maggior ragione quando chi quel tetto lo sfonda si ostina a non riconoscere che tante donne sono ancora incatenate a terra.
In Italia la Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne ha iniziato ad essere celebrata per davvero negli anni Quaranta, dopo la Guerra.
Fu Luigi Longo, vice-segretario del PCI, a proporre di utilizzare la violetta come simbolo, ma fu una donna di nome Teresa Mattei, dirigente del partito ed ex-partigiana, ad opporsi, suggerendo la mimosa. Fiore povero, facile da trovare nei campi, più economico. Non possiamo volere un fiore che non riusciamo a cogliere tutte. Il femminismo dice o tutte o nessuna, in ogni parte del mondo.
E sappiamo che per ottenerlo non possiamo solo sperare arrivi, quella della mimosa è la storia di un fiore giallo che coglievano i partigiani sui monti, così Teresa Mattei raccontava. Come l’apparente banalità di un fiore, anche continuare a scendere in piazza per i nostri diritti a volte rischia di sembrare superfluo. “In questi tempi, sono altre le cose per le quali lottare.” Anche questo è un controsenso. E dobbiamo tenercelo bene in testa: spesso chi ce lo ripete ha semplicemente paura.Ce ne sono molti, di controsensi. Sopporteremo ancora un po’ anche quello tra fiori e mimose.
Emma Ruzzon è una studentessa padovana, presidente di Udu Padova
Riproduzione riservata © il Nord Est






