La parità ancora incompiuta e l’università come luogo cruciale per il cambiamento

Oggi le donne studiano di più, si laureano prima e spesso con risultati migliori. Eppure, una volta entrate nel mercato del lavoro, guadagnano meno degli uomini e hanno più spesso contratti a termine. Questo scarto racconta bene il cuore del problema: il talento femminile esiste, è diffuso e visibile, ma il sistema economico e sociale fatica a valorizzarlo pienamente

Donata Vianelli
Donata Vianelli fotografata da Francesco Bruni
Donata Vianelli fotografata da Francesco Bruni

Ogni anno l’8 marzo torna nel dibattito pubblico con il rischio di essere percepito come una ricorrenza rituale. In realtà, la Giornata internazionale della donna continua ad avere un significato profondamente attuale. Non è soltanto una celebrazione, ma un’occasione per guardare con lucidità ai progressi compiuti e, soprattutto, alle disuguaglianze che persistono.

Ieri le donne rivendicavano diritti che oggi sembrano ormai scontati: il voto, l’accesso all’istruzione, le condizioni di lavoro dignitose. Quelle battaglie hanno cambiato la società, ma oggi, a distanza di decenni, il percorso verso una piena parità resta ancora incompiuto.

I numeri parlano con chiarezza. In Italia il tasso di occupazione è del 53,3% contro il 71,1% degli uomini, con la permanenza di un divario retributivo che penalizza le donne anche nel lungo periodo, con pensioni di gran lunga inferiori a quelle maschili. Stando agli ultimi dati pubblicati dal Censis, non si tratta di episodi isolati, ma di disuguaglianze strutturali spesso frutto di rinunce davanti a scelte di crescita professionale: scelte spesso obbligate, dato che ancor oggi si rileva una sproporzione a svantaggio delle donne nella distribuzione degli impegni familiari, non solo per i figli ma anche per sostenere, come caregiver, i familiari più fragili.

 

C’è poi un paradosso che emerge con particolare evidenza guardando al mondo universitario. Oggi le donne studiano di più, si laureano prima e spesso con risultati migliori. All’Università di Trieste, ad esempio, le laureate rappresentano quasi il 59% dei laureati e oltre il 62% conclude gli studi nei tempi previsti, con percentuali superiori rispetto ai colleghi. Eppure, una volta entrate nel mercato del lavoro, il divario riemerge: a cinque anni dalla laurea le donne guadagnano mediamente meno degli uomini e hanno più spesso contratti a termine.

Questo scarto tra risultati formativi e opportunità professionali racconta bene il cuore del problema: il talento femminile esiste, è diffuso e visibile, ma il sistema economico e sociale fatica ancora a valorizzarlo pienamente.

Proprio per questo università e pubbliche amministrazioni possono diventare luoghi cruciali di cambiamento. Qui esistono strumenti di monitoraggio dei dati e obblighi normativi di promozione delle pari opportunità che consentono di sperimentare politiche più avanzate. Perché le politiche contano. La direttiva europea sulla trasparenza salariale e gli strumenti come la certificazione della parità di genere possono rappresentare passi importanti. Ma accanto alle norme serve anche un cambiamento culturale più profondo, capace di superare stereotipi ancora radicati su lavori “maschili” e “femminili”. L’attenzione crescente verso le carriere femminili, anche nei settori STEM, va in questa direzione.

C’è poi un aspetto che spesso viene sottovalutato: la parità di genere non è soltanto una questione di giustizia sociale. È anche una condizione per la qualità delle nostre democrazie e per la costruzione di un modello di sviluppo più sostenibile e inclusivo.

L’8 marzo, allora, non dovrebbe essere soltanto un giorno di celebrazione. Dovrebbe essere un promemoria collettivo: serve per ricordarci che la strada verso la parità è ancora lunga, ma anche che esistono energie, competenze e nuove generazioni pronte a percorrerla. Ed è anche nelle università, dove oggi studiano le donne che domani guideranno istituzioni, imprese e ricerca, che quella strada comincia già a prendere forma.

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Donata Vianelli  è la rettrice dell’Università degli Studi di Trieste

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