Gender pay gap, da giugno diventa obbligatoria la pubblicazione degli stipendi

Entra in vigore il decreto che recepisce la direttiva UE. Annunci di lavoro con fasce retributive chiare, obbligo di chiarire i criteri dei bonus e piani di rientro aziendali se il divario supera il 5%

La redazione

L’obiettivo del decreto sulla trasparenza salariale che entrerà in vigore dal 7 giugno è chiaro: combattere il divario di genere sul fronte dei salari.

Un divario che oggi viene certificato a diversi livelli, da quello regionale (partendo da uno stipendio medio di 26.787 euro, in Friuli Venezia Giulia le donne dichiarano 10.208 euro in meno rispetto ai maschi) a quello nazionale con una differenza tra la retribuzione media giornaliera di uomini e donne nel settore privato del 25% per arrivare all’Unione Europea dove, secondo i dati Eurostat del 2024, le donne prendono l’11% in meno per ogni ora di lavoro rispetto ai colleghi uomini che fanno lo stesso lavoro.

E il divario pensionistico allarga ulteriormente la forbice che arriva fino al 25%, il che significa che le ex lavoratrici percepiscono un quarto della pensione in meno.

La direttiva Ue

Ed è proprio dall’Europa che arriva la direttiva 2023/970, concepita con il fine di contrastare il divario di genere salariale, partendo proprio dalla constatazione che le donne vengano pagate meno rispetto agli uomini che svolgono lo stesso impiego o un lavoro considerato dello stesso livello.

Il decreto

Sono cinque i punti principali del decreto varato dalla maggioranza di governo. Si parte dalla trasparenza negli annunci poiché le aziende saranno tenute a indicare la fascia salariale di partenza direttamente negli annunci in cui offrono un posto di lavoro. Stop alle domande sul reddito percepito dal candidato in passato: i selezionatori non potranno chiedere informazioni sulle buste paga precedenti per evitare che, nel caso in cui lo stipendio fosse basso, si faccia un’offerta al ribasso.

I lavoratori potranno anche richiedere per iscritto informazioni sui livelli retributivi medi (divisi per sesso) per categorie di dipendenti che svolgono lavoro uguale o di pari valore.

E nel caso in cui venga accertato un divario retributivo di genere superiore al 5% che non viene giustificato da criteri oggettivi, le aziende dovranno avviare una valutazione e un piano d’azione. Infine ci sarà un obbligo di rendicontazione per cui le imprese dovranno pubblicare regolarmente i dati sul divario retributivo, con scadenze progressive a partire dal 2027 per le aziende sopra i 150 dipendenti.

Lo stipendio del collega

Non sarà possibile sapere quanto prende un determinato collega. Ma i datori di lavoro saranno obbligati a comunicare da cosa dipende la retribuzione e per quali ragioni un lavoratore può prendere più o meno di un altro, in modo da capire se la differenza è giustificata oppure no. In concreto, i datori di lavoro dovranno chiarire quale peso hanno inquadramento, livello e qualifica nelle retribuzioni; quali elementi derivano dal contratto collettivo di lavoro; se contano anzianità, esperienza, responsabilità, competenze, risultati, obiettivi, turni, indennità; come vengono attribuiti eventuali elementi aggiuntivi; quali sono le regole per la crescita economica nel tempo. Inoltre se il datore si rende conto che paga le donne meno degli uomini dovrà porre attivamente rimedio con un piano strategico di rientro.

La norma attuale

La discriminazione retributiva è già vietata in Italia: anche adesso uomini e donne hanno diritto alla stessa retribuzione per un lavoro uguale o di pari valore. La disparità retributiva delle donne rispetto agli uomini dipende quindi anche e soprattutto dal tipo di contratto di lavoro. A evidenziarlo è il Rendiconto di genere 2025 elaborato dall’Inps, da cui emerge che i lavoratori dipendenti del settore privato sono soprattutto uomini. In particolare «i lavoratori con contratto a tempo indeterminato sono il 59,6% rispetto alle lavoratrici che sono invece il 40,4%». Le donne infatti fanno molto più part time degli uomini e hanno più spesso lavori precari o stagionali anche per conciliare le esigenze familiari con quelle di lavoro. Per questo tipo di lavoratori chiedere un aumento è molto difficile.

Le differenze

A sottolineare l’attuale situazione è sempre il Rendiconto di genere 2025 dell’Inps nel quale emerge che nel settore privato, «in tutti i settori economici esaminati tranne le estrazioni di minerali da cave e miniere, gli uomini percepiscono redditi medi giornalieri superiori alle donne». Nello specifico in nove settori su diciotto esaminati le donne percepiscono più del 20% in meno; nelle attività finanziarie e assicurative le donne percepiscono mediamente il 31,7% in meno, nelle attività professionali scientifiche e tecniche il 34,2% in meno e in quelle immobiliari il 40,2% in meno.

Sul valore delle retribuzioni medie giornaliere però «incidono, oltre all’inquadramento contrattuale, anche altri elementi come i trattamenti individuali, il lavoro straordinario e il part time». Quindi, pur partendo da un medesimo contratto, la parti variabili delle retribuzioni finiscono col determinare differenze significative sulle medie giornaliere. Nel settore pubblico il divario di genere è meno accentuato ma, per quanto concerne il servizio sanitario e le università gli uomini percepiscono quasi il 20% in più rispetto alle donne.

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