Tribunale islamico a Padova, Bertolissi: «La Sharia è incompatibile con i valori della nostra Costituzione»
Il costituzionalista sull’associazione che ha fatto insorgere il Carroccio: «Noi abbiamo separato politica e religione da secoli, da loro la prima è subordinata». E sulla legittimità: «Un eventuale lodo emesso da questa realtà sarebbe irricevibile per la Corte d’appello»

«La Sharia è incompatibile con i principi costituzionali e giuridici del nostro sistema di civiltà». Parola di Mario Bertolissi, emerito di diritto costituzionale dell’Università di Padova.
Professore, perché dice che è incompatibile?
«La Sharia comprende fonti di carattere religioso, il mondo islamico subordina la politica alla religione. Noi, invece, abbiamo separato da secoli la politica dalla religione. Sono temi che non possono essere affrontati con improvvisazione. Chi ha deciso di avviare la Camera arbitrale islamica, lo può fare. Ma serve un intervento legislativo dello Stato che stabilisca cosa si può e si deve fare. Il perimetro deve stabilirlo la Repubblica. Se vogliono arrivare a dire che in Italia ci sono i tribunali islamici, bisogna precisarne i termini, per evitare un effetto valanga».
Una struttura come la Camera arbitrale islamica non può dunque operare legittimamente in Italia se dichiara di applicare i principi della Sharia?
«No, nel modo più assoluto. O, meglio, rimane un gioco fra di loro. Nel momento in cui un lodo arbitrale venisse sottoposto alla Corte d’appello, questa dovrebbe considerarlo irricevibile perché privo di rilievo giuridico per l’ordinamento italiano, fino a quando il Parlamento non stabilirà che possono esistere collegi arbitrali che applicano la Sharia. Ma dev’essere scritto».
La Camera sostiene che le decisioni degli arbitri possano avere lo stesso effetto di una sentenza italiana. È così?
«È sbagliato: al momento non è così e non possono valere le disposizioni degli articoli 806 e seguenti del Codice di procedura civile sull’arbitrato».
Perché?
«L’istituto dell’arbitrato fa riferimento all’ordinamento italiano. Non è che davanti al collegio arbitrale si decide a caso. Se si sceglie un’altra legge, non lo si fa di certo con la legge islamica che non è prodotta da nessun parlamento, ma è semplicemente il riflesso di un credo religioso».
Il presidente dell’associazione sostiene che la Sharia venga applicata solo nella misura compatibile con il nostro ordinamento.
«Non è possibile. Faccio un esempio. Il primo principio costituzionale che viene in gioco è quello di uguaglianza, sancito dall’articolo 3: “Senza distinzione di sesso”. Nella Sharia la distinzione di sesso è alla base di un regime differenziato».
Il rischio di una giustizia parallela è concreto?
«Possono svolgere questa attività nell’ambito della propria autonomia. Ma le loro decisioni non possono essere eseguite. Lo Stato non può riconoscerle. Se io e lei costituiamo un’associazione per risolvere i nostri conflitti, possiamo farlo: resta un’attività privata. Una decisione del collegio non può essere eseguita finché una legge dello Stato non stabilisca che è valida. Così capiamo anche fino a che punto ci caliamo le braghe».
Quali elementi dovrebbe verificare la Procura per stabilire se questa Camera opera legalmente?
«Al momento non hanno fatto nulla, quindi non credo ci siano aspetti penali. E anche se il collegio si riunisse e venisse emesso un lodo, la Corte d’appello potrebbe dichiararlo irricevibile: sta fuori dall’area dei fenomeni giuridici rilevanti per l’ordinamento italiano. Se resta nell’ambito dell’autonomia privata e non viola norme penali, non c’è nulla da dire».
Riproduzione riservata © il Nord Est








