Dieci anni da sindaco: «Mi dissero che il paese non era pronto a una donna, li ho fatti ricredere»
Cristina Andretta per dieci anni è stata alla guida di Vedelago, 16 mila abitanti fra Treviso e Castelfranco. La candidatura maturata quando aveva partorito da soli tre mesi, il doppio mandato, gli equilibri tra famiglia, lavoro e municipio: «Le donne non sono disinteressate alla politica, anzi. Il problema è che spesso devono fare i conti con più ostacoli»

Una candidatura a sindaco arrivata quando la sua bimba era nata da soli tre mesi. Da lì una prima campagna elettorale, cinque anni con la fascia tricolore e poi il mandato bis. Una cavalcata di dieci anni in municipio affiancata da incarichi in altri enti.
Politica, lavoro, famiglia: un mix inevitabile, faticoso eppure meraviglioso per Cristina Andretta, 49 anni, professionista della comunicazione, dal 2013 al 2023 prima cittadina di Vedelago, 16 mila abitanti fra Treviso e Castelfranco.
Come è approdata alla politica?
«Sono arrivata in politica quasi naturalmente perché mi ha sempre affascinata fin da bambina. Ricordo che ascoltavo i dibattiti in televisione e mi piaceva leggere i giornali, anche da molto giovane. Restavo davanti alla tv a seguire momenti istituzionali importanti. Crescendo, dentro di me si è formata un’idea molto semplice ma potente: vedevo la politica come uno strumento per fare del bene, quasi come nei cartoni animati di quegli anni dove alla fine il bene riusciva a vincere sul male. Forse era una visione ingenua, ma è stata anche la spinta più autentica che mi ha portato nel tempo a impegnarmi davvero».
Quando si è candidata a sindaco, secondo lei hai fatto più fatica di un uomo a farsi eleggere?
«Un po' sì. Non tanto per una questione di capacità, ma per il contesto.Quando mi sono candidata, ricordo bene un cittadino che mi disse: “Vedelago non è pronto per una donna al comando”. E quella frase, anche se detta in modo diretto, in realtà rappresentava un pensiero più diffuso. In più c’è tutto il tema dei sensi di colpa: quando hai una famiglia, e nel mio caso una figlia piccolissima, ti chiedi continuamente se stai facendo la scelta giusta. Questo è un peso che, ancora oggi, le donne sentono più degli uomini. Detto questo, io non mi sono mai fermata su questo aspetto. Sono andata avanti, ho lavorato, e alla fine credo che siano i risultati a parlare. All’inizio magari qualcuno ha bisogno “di una donna” per rispettare certe dinamiche, poi però si ricrede — e il riconoscimento te lo guadagni sul campo».
Preferiva essere chiamata sindaco o sindaca?
«Per me è e rimarrà sindaco. Conosco le battaglie fatte su questo e mi spiace magari darne poco peso, ma per me non è mai stato importante».
Sua figlia è cresciuta negli anni in cui lei era sindaco. Come ha conciliato famiglia, lavoro, municipio?
«Non è stato semplice, ma è stato possibile grazie a una rete solida attorno a me. Quando mi sono candidata a sindaco, mia figlia aveva solo tre mesi. In quel momento ho capito subito che non potevo pensare di farcela da sola. Mio marito è stato fondamentale: abbiamo condiviso questa scelta fin dall’inizio e ricordo ancora quando diede lui il primo biberon senza nemmeno avvisarmi per permettermi di portare avanti uno dei primi incontri di campagna elettorale. Poi c’è stata quella che io chiamo la “big family”: sorelle, nipoti, la famiglia di mio marito… tutti hanno contribuito, ognuno a modo suo. Certo, i sensi di colpa ci sono stati, soprattutto all’inizio. Ma ho capito una cosa: non esiste equilibrio perfetto. Bisogna imparare ad accettare di fare tutto, ma non tutto perfettamente. E alla fine credo che anche questo sia un messaggio importante: si può essere madre, lavoratrice e amministratrice se si costruisce una rete e si ha il coraggio di chiedere aiuto».
Nella carriera politica e istituzionale si è mai sentita discriminata?
«Più che discriminata in modo esplicito, mi sono sentita messa alla prova più degli altri. Ci sono stati momenti in cui ho percepito diffidenza, soprattutto all’inizio, quando ero giovane e donna. Come se dovessi dimostrare qualcosa in più per essere considerata allo stesso livello. Poi c’è una discriminazione più sottile, meno evidente: quella nei ruoli di comando dove spesso le decisioni vengono ancora prese in contesti prevalentemente maschili anche semplicemente perché sono la maggioranza. Io però non ho mai vissuto queste situazioni come un limite definitivo. Le ho affrontate lavorando, cercando di dimostrare sul campo il mio valore. E alla fine credo che il rispetto si conquisti così: con serietà, continuità e risultati».
Come spiegava a sua figlia quel suo impegno extra per la collettività che inevitabilmente ha tolto tempo a lei?
«All’inizio non è stato facile spiegarlo, soprattutto quando era piccola. Ricordo bene alcune frasi che mi diceva, tipo: “ci sei sempre per gli altri…”. E quelle parole ti restano, perché toccano un punto vero. Anche se ricordo che voli pindarici facevo per esserci alle recite, alle gare, pregavo che il giorno del compleanno andasse liscio senza ‘emergenze’…. Alle elementari, paradossalmente, faceva anche fatica in educazione civica… e per me era un po’ un’amarezza. Poi però crescendo le cose sono cambiate. Oggi ha 13 anni, vedo che si interessa, mi fa domande, è curiosa. Mi parla del Consiglio dei ragazzi e delle ragazze della sua scuola media a Vedelago — un progetto a cui tengo molto, perché lo avevo avviato proprio durante il mio mandato insieme all’istituto comprensivo e a una figura straordinaria come il professor Zanon, che insegnava religione ma in realtà insegnava “vita” e che oggi continua il suo impegno con la Fiera delle belle notizie e il consiglio dei ragazzi e delle ragazze appunto a Vedelago. Adesso, in modo tutto suo, si sta avvicinando anche lei. Un po’ ce l’ha con me, perché dice che ho detto ai genitori dei suoi compagni di non votarla al Consiglio dei ragazzi… e in parte è vero. Ma non per ostacolarla: perché ho paura e vorrei che facesse le sue scelte, non quelle che potrei desiderare io per lei. Forse ho sbagliato, ma credo che ogni genitore cerchi di trovare un equilibrio. Intanto lei sta seguendo questo percorso e magari l’anno prossimo si candiderà davvero».
Si crea una sorta di complicità di genere tra le donne amministratrici?
«Sì, assolutamente. Si crea una complicità vera, concreta. Con altre amministratrici avevamo anche creato un gruppo dal nome curioso, “L’isola delle sindache”, nato proprio all’interno delle attività Anci. Erano momenti preziosi perché oltre al confronto istituzionale c’era una condivisione umana molto forte. Ci incontravamo, ci raccontavamo le difficoltà ma anche le esperienze positive e questo ci rendeva più forti e più coraggiose. Da questi scambi sono nati anche progetti concreti: visite, iniziative, esperienze comuni. Tra di noi era tutto più immediato: ci si capiva al volo, senza bisogno di spiegare troppo. E questo, in un ruolo spesso complesso e solitario come quello del sindaco, fa davvero la differenza».

Perché ancora oggi le donne sindaco sono ancora solo il 15,4%?
«Nonostante i passi avanti, le condizioni di partenza non sono ancora le stesse. Le donne oggi ci sono, sono preparate, hanno voglia di impegnarsi. Ma spesso partono da una posizione più complessa: devono conciliare lavoro, famiglia, responsabilità personali… e la politica richiede tempo, presenza e sempre più anche risorse. C’è poi un tema culturale che coinvolge anche le donne stesse: la politica non toglie priorità ad altro, volendo si può aggiungere alle altre cose. Ecco perché oggi mi sento di dire che strumenti come le quote rosa, che una volta vedevo con scetticismo, hanno avuto un ruolo importante. Senza, probabilmente, non avremmo fatto questi progressi. La vera sfida adesso è fare un passo in più: non solo aumentare la presenza, ma creare le condizioni perché sempre più donne possano arrivare e restare nei ruoli di vertice».
Cosa servirebbe perché più donne scegliessero di impegnarsi in politica?
«Servono condizioni più reali e più eque. Le donne non sono disinteressate alla politica, anzi. Il problema è che spesso devono fare i conti con più ostacoli: tempi difficili da conciliare, responsabilità familiari e una politica che richiede sempre più energie e anche risorse economiche. Oggi la politica sta tornando a essere un lusso. E questo rischia di escludere proprio chi avrebbe molto da dare. Servono quindi strumenti concreti: maggiore equilibrio nei carichi familiari, reti di supporto. E poi serve fiducia: dobbiamo smettere di pensare che le donne debbano essere sempre “più pronte” degli altri per fare il salto. Le donne ci sono, sono capaci, bisogna solo metterle nelle condizioni di poterci essere fino in fondo».
Una presidente del Consiglio donna, una leader dell’opposizione donna: basta per rompere il soffitto di cristallo?
«È sicuramente un segnale molto forte e non va sottovalutato. Avere una presidente del Consiglio donna e una leader dell’opposizione donna è qualcosa che fino a qualche anno fa sembrava impensabile. Detto questo, non basta da solo a rompere il tetto di cristallo. È un passo importante, ma il cambiamento vero deve essere più diffuso, deve arrivare a tutti i livelli, soprattutto nei territori e nei luoghi dove si formano le classi dirigenti. Io credo però che sia “tanta roba”, come si dice: è un esempio concreto che dimostra come si può arrivare ai vertici».
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